Scuola pubblica e scuola privata? Facciamo chiarezza

Ogni anno, in autunno, quando gli studenti scendono in piazza, reclamano sempre il fatto che la scuola pubblica, in Italia, sia carente, e che lo Stato dia sempre più aiuti sostanziali alle scuole private, secondo i quali sarebbero illegittimi.
Facciamo, chiarezza: in Italia, la definizione di “scuola pubblica” non esiste. Al massimo, esiste la scuola statale. Questi due termini non sono da confondere, visto che molti li intendono come sinonimi. “Pubblico” significa “accessibile a tutti, di tutti, per tutti”, mentre “statale” significa “di proprietà dello Stato”.
Andando avanti, bisogna analizzare la Legge n.62 del 2000, meglio nota come Legge Berlinguer, per capire meglio sul punto di vista legislativo la diatriba “scuola statale – scuola privata”, ovvero su che piano le due tipologie di scuola siano messe. Già dalla rubrica si può leggere la dicitura “Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”, che quindi lascia da subito intendere che i due enti istruttivi abbiano gli stessi diritti e doveri.
Analizzando ancor più nel dettaglio, dal primo articolo si possono leggere tante cose. Al primo comma vi è scritto: “Il sistema nazionale di istruzione […] è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali.”, ciò va a significare che scuole statali e paritarie private sono poste sullo stesso piano; dal secondo comma al settimo comma (senza entrare troppo nel dettaglio) vengono poste le modalità su come possa essere espressa la parità di trattamento, ovvero obblighi e doveri delle scuole non statali per essere equiparate a quelle statali. Ciò che risalta all’occhio è l’ottavo comma, che dice: “Alle scuole paritarie, senza fini di lucro, che abbiano i requisiti di cui all’articolo 10 del decreto legislativo n.460 del 1997, è riconosciuto il trattamento fiscale previsto dal suddetto decreto e successive modificazioni.”, dove viene stabilito che le scuole private possano essere paragonate ad ONLUS, ovvero fondazioni senza fini di lucro e, il più delle volte, esenti da tasse. Proseguendo, nei commi successivi, si può constarare anche una parità nel trattamento degli studenti richiedenti borsa di studio, ovvero aiuti economici per i più disagiati, a coloro che chiedessero di frequentare un istituto non statale, sottolineando anche l’importo ad essi destinati. Gli ultimi commi, invece, parlano di dove trovare i fondi da destinare alle scuole private, prelevandoli da altri ministeri; fondi che possono comunque essere reindirizzati dal Ministro del tesoro.
Esaminato il tutto, già partendo dal presupposto che la legge presenta la dicitura “Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”, si può facilmente intendere che non solo l’insegnamento delle due tipologie di scuola sia posto sullo stesso piano, ma anche il trattamento economico. Quindi, se un istituto scolastico privato, riconosciuto dallo Stato, chiedesse un aiuto economico allo Stato stesso, questo sarebbe obbligato a concederglielo.
Perciò, basta fare disinformazione chiamando “scuola pubblica” quella che è la “scuola statale”, basta dire che è contraddittorio finanziare le scuole private. Dura lex sed lex. Ovviamente, non è detto che sia una legge giusta, poiché possiamo tranquillamente dire che non è dignitoso che quegli istituti che fanno pagare una retta di €3000 annui a studente possano chiedere ulteriori fondi al Ministero, mentre ci sono scuole statali pericolanti sparse per tutta Italia. Però, tutto ciò serve a chiarire la disinformazione che c’è su questo tema.

Manuel Di Pasquale

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