Perché l’Urlo di Munch rappresenta la vita di ognuno di noi – di Vanessa Combattelli

« In generale l’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro. Io non credo in un’arte che non nasce da una forza, spinta dal desiderio di un essere di aprire il suo cuore. Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore.
L’arte è il sangue del nostro cuore »

(Edvard Munch)

Solo nel momento in cui si tocca l’eterno possiamo definire un semplice quadro una vera e propria opera d’arte, è il caso del famoso “Grido di Munch”, l’emblema dell’angoscia dell’uomo, datato 1893, capace di essere attuabile sempre, anche oggi, in questo preciso istante.
Il famoso autore norvegese dalla vita travagliata, Edvard Munch, scrisse questa nota riferendosi alla sua celebre opera: «Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… E sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura»
Munch tramutò il suo spavento, quella forte emozione di paura e di sgomento, in arte.
Fu così che nacque L’Urlo, con colori forti, accesi, pennellate decise, figure serpeggianti; un’opera capace di trascinarti dentro: la tua anima e materia si mescola con quella del dipinto, il tuo essere viene meno e avverti le stesse emozioni che provò Munch 123 anni fa, sono queste sensazioni a rendere l’arte eterna, il sentire ciò che si sentiva, un’eterna comunicazione che rende vivi noi e chi, di tale spaventosa bellezza, ne fu l’artefice.
Eppure non è solo questo a rendere moderno il quadro, la storia narrata all’interno può essere quella di ognuno di noi: ci sono dei momenti dove persino ciò che consideravamo un punto di riferimento scompare; persino il tramonto, a molti tanto caro, per Munch si trasforma in un incubo perché quel rosso accesso gli ricorda la malattia della sorella (la tubercolosi), un ricordo passato che genera tristezza.
In quanti tramonti resta un po’ di noi stessi? E’ come se, di conseguenza, il dipinto ci faccia domandare questo, in ogni singolo momento e luogo resta un po’ di noi.
E’ la grandezza della vita capace di renderci eterni agli occhi di alcuni, indimenticabili per altri, l’affetto umano che si tramuta nella natura, matrigna e benigna, perché il posto più bello dove si deve lasciare un po’ di sé è nel cuore di qualcuno.
Al tempo stesso, però, dimentichiamo persino di avere tale potere o importanza per altri, ci sono dei momenti dove qualsiasi cosa tu debba fare, devi farla da solo.
Le paure, le incertezze e i dubbi generano un caos apparentemente incolmabile, un paesaggio interno dell’anima burrascoso che, in un modo o nell’altro, dobbiamo e possiamo affrontare da soli.
Ma non è tutto, nel quadro si “denuncia” anche la superficialità dei rapporti umani, persino quelli che considerava amici vanno via, Munch si ritrova solo a combattere contro le sue paure, la sterilità dei rapporti che considerava solidi lo lasciano turbato, isolato e disorientato.
E’ il dolore che – in quello sguardo e in quell’urlo della figura a modo inquietante – esce e ci raggiunge, lo spettatore non è solo tale, condivide quell’emozione perché è universale, di tutti, percepisce nella disperazione dell’artista un abbandono, la consapevolezza che non tutti i rapporti sono come noi ce li immaginiamo, spesso e volentieri si rivelano arme a doppio taglio figlie di una fiducia perduta, disintegrata, che torna pian piano sempre più sottile.
Dal dramma personale dell’artista diventa dramma collettivo, è la capacità di rendere una cosa di tutti a far diventare l’arte immortale, eterna, preziosa.

 

Vanessa Combattelli

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *