Discriminazione: la parola più svenduta del nostro secolo

Partiamo da poche premesse anche perché non c’è molto da dire, che la nostra società sia ormai caratterizzata da persone che discriminano o invece non lo fanno, non dovrebbe meravigliarci: si può discriminare qualsiasi cosa, dal paio di scarpe al tipo di lacci, dal colore della pelle al modo di fumare una sigaretta, identità politica, propensione ai tornelli, abitudine a camminare o invece guidare la macchina.
E’ un dato di fatto, ci sono persone che ci piacciono e altre invece non ci garbano affatto.
La differenza, comunque, risiede nella parolina magica che si sceglie di utilizzare in questi casi, oggi è discriminazione, xenofobia, fascismo e omofobia.
E’ dunque, questo, un circolo malizioso a cui i politicamente scorretti, volenti o nolenti, sono finiti: accusati di discriminazione quando, nella maggior parte dei casi, ad essere discriminato era in realtà un modo diverso di pensare.
Per i più i problemi maggiori di questa società risiedono in questa combinazione: “oggi non si vive bene perché c’è discriminazione”, un’affermazione talmente prevedibile e ripetuta che si conosce a memoria.
Ma, onestamente, discriminazione verso cosa?
Il meccanismo è davvero semplice, si parla di discriminazione quando qualsiasi affermazione contraria al pensiero politicamente corretto si fa sentire, il resto è invece libertà di espressione, impossibile da toccare per non essere accusati di fascismo o, peggio, di tutte quelle parole che finiscono con “fobia”; come se dire di no a qualcosa significasse averne paura, io dico di No a ciò che non ritengo giusto e corretto, dico di No perché non posso pensarla sempre come tutti, dico di no anche perché vorrei permettermelo, non mi pare di essere dentro un racconto orwelliano.
Ed è comunque questa, lettori, a rappresentare la vera piaga del ventunesimo secolo: una dittatura politicamente corretta, mascherata da diluvio democratico, propensa all’aprirsi fuori chiudendosi dentro.
Ragionandoci è una presa in giro per chiunque, non solo per i discriminatori ma anche per i discriminati, per quale ragione siamo sempre propensi a vedere nella forza il colpevole e nella debolezza la vittima innocente?
E’ un triste uso quello di questa parola, dal latino discriminatio, da discrimen separazione, derivato di discernere.
Eppure, fondamentalmente, c’è sempre stata una regola: una parola, a ripeterla molte volte, perde il suo significato.
Diventa così nulla, priva di ogni sua sostanza, la parola discriminazione è vittima del suo stesso significato: è discriminata dalle altre, usata talmente tante volte che, a poco a poco, non ha più il suo valore.

Vanessa Combattelli

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *