Voucher aboliti: problema politico o di mentalità?

Nei giorni scorsi la Corte Costituzionale si è espressa sull’ammissibilità del referendum proposto dai vertici della CGIL, relativo all’abrogazione dei “voucher”. La data era stata fissata per il 28 maggio. Era, appunto, perché quell’articolo che prevedeva la loro esistenza è stato abolito con un dl (perciò almeno per i prossimi 60 giorni, visto che il Parlamento è chiamato a convertirlo entro tale scadenza) e quindi, dal 2018, i voucher dovrebbero cessare di esistere.

Spieghiamo subito cosa sono i vocher: buoni lavoro utilizzati per retribuire lavori occasionali di tipo accessorio. Per fare un esempio, sono uno strumento ideato principalmente per pagare la prestazione offerta dai camerieri che lavorano solo nel fine settimana, evitando quindi che questi vengano pagati in nero, consentendo così rintracciabilità e il versamento di un minimo di contributi. Non a caso, i voucher vengono rilasciati dall’INPS.

Dove è sorto il problema? In cause extra-parlamentari: c’è chi ha fatto dei buoni un vero e proprio metodo di transazione, invece di stipulare contratti chiari, a tempo determinato o indeterminato, poiché la legge è sembrata molto vaga sull’argomento.

Con tutto il disprezzo che si può provare per il legislatore, c’è una questione da chiarire: era specificato che i voucher servissero per quei lavori a giornata, ma ovviamente nella mente dell’italiano medio è sempre presente la logica del profitto, dell’approfittare di ogni possibile caso lucroso e quindi del trasgredire il buon costume ma nel rispetto della legge. Se i buoni erano stati concepiti per un determinato scopo, evidentemente quello doveva essere il fine.

È capitato di sentire storie di chi ha lavorato per mesi venendo retribuito a giornata tramite i buoni lavoro, addirittura per 90 giorni consecutivi, ma lì la fattispecie ci porta a ragionare in data maniera: perché il datore di lavoro non ha voluto stipulare un contratto a tempo determinato? Facile, perché con i voucher vengono pagati molto meno contributi ma allo stesso tempo meno tasse. Qui, perciò, sorge anche l’altro lato della medaglia: tasse elevate.

Da un lato, il legislatore e l’esecutivo devono provvedere riducendo la pressione fiscale che sta asfissiando tanti imprenditori, ma dall’altro anche alcuni di questi devono capire che, evitando di pagare i contributi dei dipendenti, non fanno un torto allo Stato, bensì ai loro prestatori di lavoro.

Se si fossero fronteggiati e confrontati sui fatti i punti tasse/mentalità, a quest’ora i buoni lavoro sarebbero osannati da chi necessita di un lavoratore giornaliero. Invece, adesso, vedremo un gran ritorno al lavoro in nero.

Manuel Di Pasquale

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