Europa delle Nazioni o Stati Uniti d’Europa?

Il destino dell’Europa, l’ondata dei partiti “populisti”, lo sviluppo a due velocità, la sostenibilità dell’euro, tutti temi presenti quotidianamente nei nostri quotidiani e tg e che accompagnano le crescenti preoccupazioni sul futuro politico della nostra Europa.
“Mai restare fermi, sempre avanti”, sembra questo l’imperativo che accompagna le ultime riunioni tra i leader dell’Ue, timorosi sulle sorti del progetto politico dell’Unione.
Unione che ha in sé qualcosa di unico più che raro nella storia dell’umanità, basata sulle cessione volontaria di sovranità dei paesi appartenenti per la creazione di una nuova potenza capace di competere e porsi con un ruolo egemone nello scacchiere internazionale, per affrontare le nuove sfide economiche e sociali uniti, sempre fondandosi sui valori di democrazia, libertà e benessere dei popoli.

È così che ci è stato raccontato fin dall’inizio all’indomani della seconda guerra mondiale il progetto europeo.
Ma è veramente questa la direzione presa e verso cui stiamo andando?
È veramente possibile un integrazione tra popoli con una storia millenaria differente?
È capace una struttura sovranazionale di porsi vicina alle esigenze concrete di più popoli differenti? Oppure diventa un allontanamento del potere decisionale dai cittadini, facendo cadere i loro più diretti rappresentanti, in un ruolo di secondo piano?

Nella storia il sogno di un Europa unita ha accompagnato nei secoli differenti sovrani, a partire dall’impero romano, fino ad andare a Carlo Magno, Napoleone e Hitler, ma furono tutti progetti momentanei e incompleti, e creati con un enorme utilizzo della forza e della sottomissione degli altri stati sotto un unico stato guida.
Dopo le due guerre mondiali, un unificazione parve doverosa, ma di difficile attuazione già in partenza, si partì così da un’ unificazione economica e fu un processo fondamentalmente elitario e guidato dall’alto con poca partecipazione democratica, ben descritto dalle parole di Jean-Claude Juncker: “Noi prendiamo una decisione in una stanza, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo di vedere cosa succede. Se non provoca proteste o rivolte, è perché la maggior parte delle persone non ha idea di ciò che è stato deciso; allora noi andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno.”

Si giunse così alla creazione dell’euro, lo strumento più esaltato dagli europeisti, introdotto  in Italia da Prodi che nel 2001 affermò  “Sono sicuro che l’euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile, ma un bel giorno ci sarà una crisi e si creeranno i nuovi strumenti”. Nuovi strumenti che avrebbero portato ad un’ integrazione fiscale e alla creazione di un unico bilancio, ci si dovrebbe aspettare, strumenti che a seguito di 9 anni di crisi appaiono ancora più lontani che mai. Nel 2011 con una frase simile a quella di prodi, nove mesi prima che venisse nominato premier, Monti affermò : “ Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario.

…È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. ” Si afferma di sfruttare il senso di insicurezza delle persone per portare avanti riforme che in altri contesti sarebbero parse come inaccettabili, ma soprattutto​ queste cessioni di sovranità a che varrebbero ai cittadini? Cosa ne otterrebbero in cambio? Il diritto di essere rappresentati da un europarlamento impotente e da una commissione europea non eletta direttamente che stabilisce la maggior parte delle leggi? Il professore bocconiano definì inoltre che il più​ grande successo dell’euro fu la Grecia, esempio conclamato del fallimento dell’euro nel salvaguardare gli interessi della nazione e di come diventi uno mero strumento di colonizzazione.

L’euro ingabbiò l’Italia nel sistema dei cambi fissi, uno strumento che non solo ci ha reso molto meno competitivi (vedi grafico sotto), ma ha favorito inevitabilmente i paesi creditori a discapito di quelli debitori (non potendo più giocare sulla flessibilità) e ha portato all’imposizione di politiche economiche deflazionistiche intollerabili e inadatte per l’Italia.
Ogni paese infatti con strutture economiche e costi della vita differenti necessita di monete e politiche economiche differenti adatte ad agire nell’interesse del proprio paese.
L’Italia necessita di una moneta svalutata rispetto all’euro che darebbe rinnovata competitività alla produzione interna oltre a mettere freno all’austerità che sta soffocando la produttività del paese. Ovviamente una svalutazione porterebbe ad un aumento dei costi per l’importazione, ma sarebbero comunque marginali in confronto ai vantaggi che si possono ottenere.
Supponiamo infatti che un prodotto costi 100 euro, e richiedi 50 in materie prime e 50 in lavoro ( usualmente la maggior parte dei prodotti richiede meno del 50 in materie prime), e inoltre cambiando moneta vi sia una svalutazione del -20% ( che non porta necessariamente ad una perdita di potere d’acquisto interno, dato che in tutte le svalutazioni recenti con parametri simili se non superiori ne è seguita un’inflazione attorno allo 0% circa), allora ne conseguirà un aumento delle materie prime da 50 a 60. Il prezzo risultante così sarà dato da 60+50 = 110, ma non più 110 euro, bensì 110 di una nuova moneta che sarà svalutata del 20% equivalendo così a 88 euro, più competitivo dei 100 originali.

A sostegno di come l’euro sia stato un fallimento si pongono ben quattro  premi Nobel : Paul Krugman, Milton Friedman, Joseph Stigliz, Amartya Sen; Friedman dichiarò :“Più che unire, la moneta unica crea problemi e divide. Sposta in politica anche quelle che sono questioni economiche. La conseguenza piu’ seria, pero’, e’ che l’euro costituisce un passo per un sempre maggiore ruolo di regolazione da parte di Bruxelles. Una centralizzazione burocratica sempre più accentuata.

Le motivazioni profonde di chi guida questo progetto e pensa che lo guidera’ in futuro vanno in questa direzione dirigista…Ma non vedo la flessibilità dell’economia e dei salari e l’omogeneita’ necessaria tra i diversi Paesi perché’ sia un successo.”

Amartya Sen invece affermò: “ L’euro è stato un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata.” (…) “Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività, servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell’economia, cioè più disoccupazione, la rottura dei sindacati, il taglio dei servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo”.

Alla vista di tutto ciò rimane da chiedersi se ha ancora senso proseguire su questa strada, quanti sacrifici devono ancora essere richiesti all’Italia, e soprattutto per che cosa? Per garantire il guadagno di pochi creditori o speculatori? Oppure si rende necessaria un’inversione di rotta? Un ripristino delle sovranità nazionali sembra essere una buona alternativa tra le strade percorribili, una ripresa del dialogo tra le nazioni, tra pari, sempre in vista di progetti e traguardi comuni ma non più vincolati a norme inaccettabili per molti stati.

 Nicola Roccato

Fonti :

 

 

http://www.ilgiornale.it/news/politica/votare-juncker-suicidio-ecco-perch-commento-2-1037088.html

 

http://temi.repubblica.it/micromega-online/amartya-sen-che-orribile-idea-leuro/

http://scenarieconomici.it/4-premi-nobel-paul-krugman-milton-friedman-joseph-stigliz-amartya-sen-leuro-e-una-patacca/

http://scenarieconomici.it/rapporto-fra-produzione-industriale-di-francia-ed-italia-con-la-germania-dati-elaborati-da-gpg/

https://youtu.be/tIUqi9yVV_A

https://youtu.be/atXi0GtkK44

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