La Cassimatis vince il ricorso: ennesima prova dell’ambiguità grillina.

Ribaltate tutte le carte in tavola: il tribunale di Genova ha dato ragione a Marika Cassimatis, la vincitrice delle comunarie dei 5 Stelle per designare il candidato sindaco alle elezioni del capoluogo ligure. La Cassimatis, quindi, è legittimata ad utilizzare il simbolo del partito pigliatutto alla chiamata alle urne di giugno, facendo annullare le delibere che la escludevano dal movimento insieme ai consiglieri da lei proposti.

Tutto ciò è emerso dopo che Beppe Grillo aveva annullato il risultato della consultazione, sostenendo di avere le sue ragioni, senza essere chiaro, quindi dichiarando Pirondini, all’epoca sconfitto, come candidato a ricoprire la massima carica dell’ente locale.

Appena appresa la notizia, la Cassimatis ha dichiarato: “Questa è una vittoria politica, non solo legale. È la vittoria del rispetto delle regole, della democrazia, della legalità e della trasparenza su cui il Movimento fonda la sua esistenza. Se il Movimento propone democrazia, legalità e trasparenza e non gestisce al suo interno in modo democratico e secondo le regole che si è dato la selezione dei candidati… Qualcuno può farsi delle domande”.

Di questa faccenda si sta parlando da settimane, mostrando agli occhi di tutti la deriva “peppista” del movimento pentastellato, quello che doveva essere anti-establishment ma che si è integrato tra coloro che criticavano in maniera esemplare, abolendo la democrazia all’interno della propria associazione e revisionando lo statuto per renderlo il più possibile raggirabile dai pupilli di Grillo (questione garantismo o giustizialismo).

In questi anni il M5S si era definito come “ventata di onestà”, di non-partito che avrebbe dovuto far tremare la casta, mentre in realtà ci ha offerto grandi risate, come la “friendzone” dell’ALDE, cioè quando il partito grillino ha cercato di entrare nel gruppo pro-euro e super-liberista venendo però rifiutato da quest’ultimo.

In questi ultimi mesi, è possibile notare una certa direzione ambigua: il movimento diventa sempre meno trasparente, i leader cambiano continuamente opinione ed in più chi li critica in maniera costruttiva dall’interno viene buttato come una vecchia ciabatta, quindi viene esclusa la possibilità di maturare una propria opinione, come se fosse una setta.

Perciò, questo è un ulteriore esempio della vera faccia del M5S: non è un partito che spaventa i poteri forti, no, è solo la rappresentazione demagogica di chi ha visto nella politica un’opportunità di avere un posto fisso statale, pensando più all’immagine di facciata che al valore delle idee, poiché “chi se n frega di cosa propongo, tanto i miei elettori pensano che restituisco migliaia di euro, anche se mi faccio rendicontare duemila euro di caffè al bar” (argomento che approfondirò in questi giorni, insieme al meccanismo della diffusione delle bufale).

Dico questo perché penso alle proteste che i deputati grillini stanno facendo contro i “vitalizi” (già aboliti 5 anni fa, ma dettagli): se fossero coerenti con quanto dichiarano, dovrebbero dimettersi entro fine agosto, in modo da perdere quel privilegio che denunciano, per fare in modo che entrino altri deputati (sempre grillini) ma che in 6 mesi non siano in grado di maturare quel privilegio, poiché è necessario aver portato a termine un’intera legislatura per maturare la pensione minima da parlamentare, stando perciò tra i banchi parlamentari per almeno 4 anni e 6 mesi. Saranno coerenti almeno su questo versante?

La sentenza di Genova rappresenta l’ennesimo schiaffo che il M5S ha preso in questi mesi, però, avendo degli elettori bendati ed assorditi dal grido “onestà”, invisibile dai sostenitori.

Manuel Di Pasquale

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