Vince il Sì in Turchia: ecco come cambierà la loro Costituzione.

A spoglio ultimato, sorgono le prime polemiche: il Sì al referendum costituzionale turco vince con il 51,3%. Le prime proiezioni davano una larga maggioranza per la vittoria del Sì, che nei primi minuti era avanti con circa il 65% delle preferenze, per poi scendere fino a vincere in maniera risicata.

Adesso insorgono le opposizioni, che chiedono il riconteggio delle schede. Se i risultati fossero rimasti con un 60% a 40%, come era emerso arrivati  ad 1/3 dello spoglio dei seggi, non si avrebbero avuti dubbi sulla liceità della votazione.

Una maggioranza sottile come quella del Leave alla Brexit (52% a 48%).

Premesso questo, passiamo alla sostanza: cosa cambia? Il quesito referendario ricorda a grandi linee quello nostrano di 11 anni, anche se quello turco è estremizzato, poiché il partito di maggioranza interverrà a gamba tesa in tutti e tre i poteri statali, mentre nel tentativo di modifica costituzionale nostrano di 11 anni fa Governo e Corte Costituzionale Italiana rimaneva indipendenti, così come tutto il sistema giurisdizionale locale.

I grandi cambiamenti turchi riguardano l’esecutivo: la figura di Presidente della Repubblica viene unita a quella di Presidente del Consiglio per dar vita ad un vero e proprio “Primo Ministro”. Erdogan, quindi, potrà decidere il suo governo, nominando, rimpiazzando e rimuovendo ministri quando vorrà e per qualsiasi motivo.

Il Presidente non scioglierà i legami col suo partito, perciò viene meno la questione politica tipica delle repubbliche parlamentari, come succede qui in Italia, perché si passerà ad una forma presidenziale, quindi il Presidente della Repubblica non sarà più un organo neutrale, ma un vero e proprio “portiere”.

In più, il Presidente non necessiterà della fiducia del parlamento, atto formale tipico delle democrazie odierne, segno di vera e propria dittatura. A lui spetteranno anche le nomine dei maggiori dirigenti pubblici e la proposta del bilancio statale.

Novità assoluta è che la legislatura dovrà coincidere con la durata della presidenza ed è una cosa che va detta perché il Presidente avrà il potere di sciogliere il parlamento ma così facendo terminerebbe anche la sua esperienza esecutiva. Il limite è di due mandati consecutivi (per intenderci, come avviene nei nostri enti locali).

Viene, invece, limitato di molto il potere militare: le figure dei giudici militari nella Corte Costituzionale non esisteranno più, perciò la corte costituzionale turca sarà composta da 15 giudici. Questi 15 verranno scelti così: 3 eletti dal parlamento, 12 nominati dal presidente turco.

Oltre a questa modifica alla corte, vi sarà l’ineleggibilità parlamentare per i militari, mentre l’elettorato passivo scenderà dai 25 ai 18 anni e il numero dei parlamentari aumenterà da 550 a 600. La durata del mandato sarà di 5 anni e, come detto prima, legislatura e mandato esecutivo presidenziale coincideranno.

In campo giudiziario: via tutti i riferimenti alle figure militari, come accennato prima, con l’esempio della rimozione dei 2 militari nella corte costituzionale.

In più, verranno abolite le corti militari.

La corte costituzionale avrà il controllo preventivo degli atti presidenziali, certo, ma ricordiamo che 12/15 dei suoi componenti è proprio di nomina presidenziale, perciò non si saprà quale potrà essere il limite.

Infine, verranno ridotti i numeri dei componenti dell’Alto Consiglio dei Giudici (organo simile al nostro CSM), da 22 a 13: 4 saranno di nomina presidenziale, 7 nominati dal parlamento, 1 dal ministro di giustizia e 1 dal sottosegretario alla giustizia. Ricordiamo, anche qui, che il ministro e il sottosegretario sono nominati dal Presidente, mentre il parlamento è formato a maggioranza dal partito presidenziale. Perciò, anche questo organo sarà una proiezione del partito di maggioranza.

Sotto il punto di vista giuridico queste sono le novità emerse dal risultato del referendum turco. Per vedere cosa ci riserverà il futuro dovremo semplicemente attendere, ma qui si può parlare di vera e propria deriva autoritaria.

Manuel Di Pasquale

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