La retorica dietro la celebrazione del 25 aprile

Come ogni anno, anche questa volta a prevalere sarà la retorica. Una retorica vecchia e ridondante, stantia, così plastica da non consentire una serena analisi che porti a considerare i fatti avvenuti in Italia tra l’8 Settembre 1943 e il 25 Aprile 1945 per quello che realmente sono stati.

Partendo dal presupposto che una qualunque persona con un’età inferiore ad almeno 87/88 anni può pronunciarsi sulla questione solo per sentito dire, è chiaro come alla mia generazione(quella degli anni ’90), i racconti di quel periodo siano arrivati attraverso svariati passaggi, mediati da bisnonni, nonni, genitori, professori, magari sessantottini, libri di scuola, articoli di giornale, convegni. E’ altrettanto chiaro perciò che dare un giudizio perentorio e definitivo sulla Resistenza è un’operazione estremamente delicata e suscettibile di critiche.

Destano parecchia antipatia i componenti di quelle frange dell’estrema sinistra che con una certa altezzosità si credono gli eredi eletti di quello che fu la sanguinosa nascita della nostra democrazia, tacciando di fascismo o, nei casi migliori, di revisionismo, coloro che eccepiscono dalla marmorea vulgata partigiana, indirizzando verso questi ultimi i peggiori appellativi, e augurandogli di poter vivere in uno Stato dittatoriale, evidentemente da oppositori del regime. Ma la Resistenza non è stata solo l’epopea di un gruppo di coraggiosi eroi che hanno liberato un paese. La Resistenza è stato il drammatico passaggio di un paese attraverso una sanguinosa guerra civile durata quasi due anni, costata parecchi morti, ingenti danni e tutto quello che sappiamo oramai a menadito.

Quello che non si sa, è che la Resistenza fu anche lo sfogo di un desiderio di vendetta sociale verso alcune categorie, come i preti, i proprietari terrieri, gli industriali, tutto quello che rappresentava la borghesia, nemica del nascente movimento social-comunista italiano. Sugli atti di incredibile violenza dei partigiani si è purtroppo scritto e parlato poco, troppo poco.

Quello che non si sa è che mentre molti partigiani, con al collo il fazzoletto azzurro, combatterono per la libertà, altrettanti altri, abbigliati con il fazzoletto rosso, combattevano per l’instaurazione di uno Stato collettivista, socialista, sovietico.

Quello che non si sa è che in Italia ci furono 45 milioni di fascisti e 45 milioni di partigiani, ma mai 90 milioni di Italiani.

Quello che non si sa è che le adesioni ai movimenti partigiani aumentarono in maniera letteralmente esponenziale tra il Febbraio e l’Aprile del 1945, quando il risultato della guerra era oramai chiaro.

Quello che non si sa è che i giovani che giunsero a Salò, erano altrettanto pieni di ideali e altrettanto convinti di essere dalla parte giusta di coloro che combattevano con la casacca partigiana. La Storia, com’è naturale che sia, ha dato ragione e gloria ai secondi, e torto ed infamia ai primi.

Quello che non si capisce, quindi, è come mai a sinistra oggi si sentano gli eredi eletti ed illuminati della Resistenza, vedendo in ciò la causa prima della loro superiorità morale, odiando un regime morto e sepolto, dimenticato e fallito esattamente come ogni altro totalitarismo ideologico(i pochi nostalgici, dell’una o dell’altra parte che siano, sono davvero di poco conto in relazione al rischio di un reale ritorno di un regime).

Gli stessi, peraltro, che pochi mesi fa invitavano a votare SI ad un referendum che avrebbe letteralmente sconvolto la nostra Costituzione, questo feticcio mitizzato ad oltranza ma a quanto pare non così inviolabile come per più di 70 anni ci hanno voluto far credere. C’è da sperare che da quest’anno abbiano almeno la decenza di contenersi e di non parlare di attentato alla Costituzione ogni volta che si voglia fare qualcosa che a loro, divinità scese in terra per combattere una perenne e imperitura battaglia contro il pericolo nazi-fascista, non sia gradito.

Il 25 Aprile, a conti fatti, non è che la ricorrenza di un massacro che ha visto contrapposti dei concittadini in nome di diverse visioni, ognuno con le sue ragioni ed i suoi torti, con la sua storia e con i suoi perché, che sicuramente oggi non possiamo che faticare a comprendere. Non possiamo biasimare chi credette fino in fondo nello Stato al quale giurò fedeltà, come non possiamo biasimare nemmeno chi credette in un’Italia diversa, ammaliato dai vessilli rossi di un’Unione Sovietica della quale ancora non si conoscevano le atroci crudeltà. Su presupposti come questi, è davvero difficile che si possa creare una memoria condivisa. L’unica cosa che possiamo fare è leggere le pagine di quel periodo il più possibile liberi da ogni condizionamento, facendone tesoro per quelle che sono, e niente più. E’ per questo che una parte di Italia rifiuta la commemorazione di questa giornata, perché non rappresenta la vittoria dell’Italia, ma rappresenta il prevalere degli uni sugli altri, sul quale ancora oggi si imbastiscono fin troppo facili contrapposizioni che vedono alcuni migliori di altri. L’unica vittoria è stata degli Alleati, i quali posero le basi per un lungo vassallaggio del nostro paese verso gli Stati Uniti, gli unici che abbiano davvero avuto un merito, militarmente parlando, nella fine della guerra.

Gli stessi Stati Uniti che sono stati per decenni(oggi è molto meno chiaro rispetto a qualche anno fa) nemici giurati di coloro che ancora oggi si rifanno ai valori della Resistenza, e dei quali non si sente mai alcuna menzione quando si parla delle azioni militari condotte contro le forze di Salò.

Una vera memoria condivisa si potrebbe creare sulla giornata del 2 Giugno, nella quale gli Italiani, ordinatamente e democraticamente, optarono per la Repubblica al posto della Monarchia. Una vittoria che tutti oggi accettiamo, per la quale nessuno ancora schernisce o deride qualcun altro. Il 25 Aprile non rappresenta altro che l’Italia peggiore, che si fa beffe dei propri fratelli che ebbero l’unica colpa di credere in ciò in cui tutti, fino a pochissimo prima, avevano creduto, l’Italia che vigliaccamente sale all’ultimo sul carro del vincitore, l’Italia che da sola non ce l’avrebbe potuta fare: in definitiva, il 25 Aprile sembra non essere altro che la sintesi dei vizi peggiori del nostro comune DNA.

Se io fossi un ex-partigiano, rosso o liberale che sia, mi sentirei offeso nel profondo a vedere come ancora oggi, 70 anni dopo, il coraggio di mettere a repentaglio la propria vita sia strumentalizzato da certe frange facinorose, con l’unico, paradossale intento di creare divisioni in occasione di una manifestazione che le stesse frange vogliono come unificante, volendo far sembrare migliori se stessi con il sangue di altri. Fino ad oggi hanno avuto vita fin troppo facile, ma è giunto il tempo che le cose siano (ri)scritte per quello che realmente sono state, perché in quei mesi in cui si combatté la Resistenza, in realtà, nessuno aveva vinto, ma tutti avevano perso: un affetto, un figlio, un genitore, la casa, la speranza. Il vero nucleo fondante da cui tutto è ripartito fu il 2 Giugno del 1946, quando con libere e democratiche elezioni, gli Italiani poterono scegliere, senza sangue e senza eccessive rivalità, il loro futuro, riacquistando davvero la speranza in un futuro migliore. Fu li, inoltre, che si elesse l’Assemblea Costituente, la quale ha steso la nostra Carta fondamentale, che gli stessi alfieri del 25 Aprile vedono come un totem sacro ed intoccabile: perché, allora, non festeggiare questo evento, unificante, fondativo e così carico di significato, il vero germe dell’Italia moderna?

L’unica vera commemorazione che si può concepire, per il 25 Aprile, è una commemorazione che mestamente e silenziosamente, senza rivalità e senza scherno, ricordi con rispetto le parti in causa, esplorando le ragioni che spinsero all’una o all’altra scelta, e che non faccia morire un’altra volta i morti, accusandoli, senza averne alcun titolo, di aver combattuto dalla parte sbagliata.

Tutto il resto è soltanto becera propaganda, un vergognoso approfittarsi dei meriti altrui per appuntarsi al petto la medaglietta di “migliore”, ed è per questo che non bisogna provare alcuna vergogna a non riconoscere alcun valore, né storico né morale, a questa parata ignobile che prende il nome di Festa della Liberazione.

Giuseppe Lupo

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