Le maschere e il riso: il difetto di una Società codarda

Scegliamo di essere ciò che ci fa ridere, avrebbe detto così un certo Joyce se avesse incontrato l’umorismo al contrario di Pirandello, un’analisi volta a scavare nel profondo, coraggiosa a tratti perché, molte volte, si teme di scavare nelle profondità di qualcuno, impauriti da cosa ne potrebbe uscire.
Il nostro secolo si è immediatamente distinto per ‘utilizzo ancor più sfrenato delle maschere, se prima eravamo semplicemente schiavi di una società etichettata, oggi siamo ancora più schiavi delle apparenze: un rapporto che uccide l’individuo in sé, basta pensare all’avvento di internet e dei social di maggior successo, prima c’era un rapporto tu-per-tu con l’altro, oggi è un tu-per-molti, e alla fine nessuno conosce davvero nessuno.
Torniamo, però, al nocciolo della discussione: perché se allontanarsi dall’altro ci ha condotto in un universo formato da nuove maschere, al tempo stesso ci ha allontanato dalla capacità di capre (o compatire) l’altro, comprendendone una qualche bizzarra caratteristica che gli appartiene.
Siamo selvaggi, malefici e crudeli: un filmato in rete di un individuo palesemente problematico suscita in noi riso diventando così il giullare di una corte molto vasta, il web.
Ma nessuno, davvero nessuno, si ferma a riflettere su ciò che ci sia realmente dietro quel personaggio, la facilità di prendere tutto alla leggera ci ha resi chiavi di un sistema che non vuole vedere niente oltre la semplice risata, un umorismo che odia scavare nel profondo, un uomo sempre meno abituato a guardare e capire l’altro: apparenza dietro apparenza, benvenuti nell’inferno del Sistema.
Pirandello sosteneva che ogni risata proveniente da un’offesa fisica o mentale di un individuo avrebbe originato poi, immediatamente dopo, una certa amarezza nella bocca, la stessa che prima con semplicità si lasciava coinvolgere dalla ridicolezza della condizione presentata.
E’ così, sfido chiunque a non sentirsi in colpa dopo aver riso di un anziano vestito male con difficoltà di movimento, magari quell’uomo era sì ridicolo in quelle vesti e con quel portamento, eppure dopo, con un minimo di raziocinio, ognuno di noi avrebbe riflettuto su quell’individuo, anzi, su quella persona, su quell’uomo.
Si ride poco, poi, quando si scava nel profondo e si scopre, ci si spaventa di se stessi, sapete?
Perché si realizza che magari non si è poi così brave persone per aver riso con tanto gusto di qualcuno, si vive una sorta di smarrimento interno che ci umilia moralmente, ed è per questa ragione se oggi si preferisce scappare, evitare di scavarsi nel profondo e di conoscersi, preferiamo di gran lunga accontentarci della maschera, classificare lo strano come socialmente estraneo, chiudere non gli occhi, ma la coscienza.
Una società a cui però va bene, Bauman la definiva malata, non aveva tutti i tori: perdere consapevolezza di se stessi e degli altri rischia di rendere l’empatico un , il provare troppo stordisce, la leggerezza salva, ancor meglio se è tutto come ci appare, eppure, infondo, l’uomo non è mai stato abbastanza coraggioso dal capirsi e dallo scavarsi nel profondo, persino Machiavelli secoli fa, sentenziava:“Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.”

Vanessa Combattelli

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