Gabriele D’Annunzio su Vienna: il nazionalismo italiano

di Vanessa Combattelli

Il nazionalismo del Vate: 99 anni dopo

La moda del nuovo millennio è quella di definirsi “no borders”, siamo tutti fratelli e cantiamo allegramente, non esiste più l’idea di nazione o popolo, concetti obsoleti, a detta loro così dovrebbe andare, per nostra fortuna c’è ancora qualcuno che la pensa diversamente.
Le tradizioni sono delle caratteristiche peculiari dell’identità di ogni nazione, non ci separano né creano barriere dagli altri come spesso si crede ma, anzi, ci rendono unici ed inimitabili, diversi nella giusta misura e nel giusto valore.
Grandissimo errore è frequentemente commesso dalla sinistra radical chic (e così via dicendo) paragonare tale sentimento nei confronti della propria patria ad un’offesa nei confronti delle altre culture e, addirittura, al razzismo.
Come al solito non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere, inutile è argomentare e spiegare il concetto, è molto più semplice, per alcuni, cestinarlo e classificarlo come “inutilizzabile” per l’epoca che stiamo vivendo, tabula rasa, dovremmo forse accontentarci del ricordo di quel volo di 99 anni fa dove Gabriele D’Annunzio recitava, con molta simpatia e sagacia, sui cieli della caotica Vienna, in 350.000 copie, le parole: “VIENNESI! Imparate a conoscere gli italiani.
Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà.”, un’impresa storica e indimenticabile del nazionalismo del secolo scorso.
In antitesi al nazionalismo sopraggiunge in fenomeno sempre più frequente ed incontrollato degli ultimi tempi: l’immigrazione.
l’Italia di Renzi e della Boldrini da’ l’impressione di fare figli e figliastri: l’italiano che non arriva a fine mese e l’immigrato sostenuto che cerca nella nostra nazione un modo per ricominciare, per sfuggire dalla povertà che lo stesso sistema che lo sta accogliendo ha creato nel suo paese.
In un modo o nell’altro siamo tutti nelle mani di Cristo, almeno così ci definirebbe qualcuno, la disoccupazione giovanile dilaga e, prima o poi, l’immigrato accolto che si connette con la wifi gratuita dell’hotel in cui è ospitato farà i conti con il sistema dello sfruttamento.
Non a caso è pratica sempre più diffusa (ma vecchia come il mondo) assumere l’immigrato anziché l’italiano per svolgere determinati lavori che “nessuno vuole fare”, premettiamo però che ogni lavoro ha la sua dignità, eppure come è possibile che non ci sia neanche un italiano disposto a farlo? Possiamo rispondere facilmente: l’immigrato è più semplice da manipolare, abituato ad una realtà più cruda della nostra si fa meno problemi rispetto al lavoratore italiano che, invece, conoscendo il valore della libertà in casi di sfruttamento è più incline a ribellarsi, a scioperare, a chiedere il giusto trattamento.
E sarà esattamente la ciclicità di questo sistema la rovina di tutto, l’italiano scontento e insoddisfatto da una parte e l’immigrato sfruttato e abusato inconsapevolmente (o se ne è consapevole preferisce far finta di nulla pur di accontentarsi) dall’altra; quest’ultimo viene visto come risorsa dalle cooperative, i problemi saranno di tutti ma i frutti solo di pochi, quelli che ci hanno visto bene nel business dell’immigrazione sanno cosa che devono fare.
Questo genera il razzismo, e non il sentimento patriottico, sarebbe un bene iniziare ad imparare la differenza.
Peccato che i soliti giustificheranno ogni loro azione con le parole “filantropia” e “accoglienza”, perché (secondo la logica loro) non sono nazionalisti ma accolgono, quindi sono brave persone, però al tempo stesso chi viene accolto prima o poi non farà una fine migliore degli altri, ma ci sta bene così, o almeno nell’apparenza.
Mentre il caos prende il sopravvento e giustificare i propri modi diventa un gioco da ragazzi, noi ci possiamo consolare un po’ pensando a quel magnifico volo, auspicandoci che un nuovo sentimento di appartenenza fuso con la conoscenza degli errori del passato possa permettere all’Italia e agli italiani di ripartire perché, in questi condizioni, non si andrà da nessuna parte.

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