Il X municipio e una sfida fallita

Di Alessio Valente

Il cinque novembre, come tutti sanno, è stata giornata elettorale per la Sicilia e per il municipio X di Roma. Queste ultime, seppur riguardanti una realtà decisamente più ristretta rispetto all’elezione siciliana, hanno comunque destato molta attenzione da parte dei media nazionali (e perfino esteri, come testimonia un articolo comparso sulla testata “El Pais”) sia per l’importante fetta di popolazione chiamata alle urne, sia per la concomitanza col voto in Sicilia e sia, anzi soprattutto, per la triste vicenda del precedente commissariamento per mafia. Il più grande municipio romano è da sempre oggetto di particolari attenzioni da parte dei partiti e non solo. Non per semplice questione di numeri ma anche di appetibilità: è presente un complesso di scavi archeologici importante tanto quanto quello di Pompei, il lungomare è il più lungo d’Italia, possibile fonte di grandi guadagni da parte di chi volesse investire sull’attività turistica, e una serie di monumenti, non valorizzati, che vanno dall’età antica al razionalismo degli anni ’20. Beni tesoro di una consistente fetta di cittadini, pari quasi a trecentomila abitanti, che rende questa porzione di territorio vasta, per estensione e abitanti, quanto alcuni fra i comuni più importanti d’Italia.

 

L’aspettativa.

 

Il primo dato che ha fatto discutere, già subito dopo la chiusura dei seggi, è stato quella relativo all’astensione. Se nel 2013 veniva descritta la partecipazione del 52 percento dei votanti romani alle elezioni comunali come un crollo totale dell’affluenza al voto e nel 2016 si intravvedeva un segnale di ripresa in un, sempre scarno, 57 percento di partecipanti al voto, l’asticella di Ostia rimasta ferma al 36 percento dovrebbe far riflettere molto. Riflessione indotta anche dalla forte diserzione delle urne che si è contemporaneamente registrata per le regionali siciliane e che rende il dato ancora più rilevante e indicativo di quel trend negativo che probabilmente sta investendo tutto il paese e in particolar modo un territorio ormai diventato molto delicato. Certo, la forte pioggia che ha colpito il litorale romano non è stata d’aiuto per chi sperava in una partecipazione più importante dei propri concittadini ed anche la circoscrizione del voto al solo consiglio municipale non ha avuto l’effetto di una spinta propulsiva che invogliasse l’elettorato ad esprimere la propria preferenza; ma il dato è allarmante proprio in virtù dei trascorsi di quella che è stata, giustamente, più volte definita una “città nella città”: il commissariamento.

In questi due anni passati senza consiglio si sono levate molte voci contrarie al provvedimento straordinario. Voci di protesta verso la sospensione delle attività consiliari e verso i racconti dei media in cui veniva presentata una descrizione da Bronx di un territorio che è senz’altro troppo vasto e complesso per esaurirsi nella costruzione di un nuovo romanzo criminale e che finiva molto erroneamente per marchiare tutti i cittadini. Preoccupazioni, quelle del popolo ostiense, che sono emerse anche durante la manifestazione svoltasi l’inverno scorso proprio per protestare contro quella che era percepita come una sorta di prigionia politica e mediatica e che ha visto numerose persone sfilare per le strade principali del municipio con l’intento di ribadire la propria insofferenza e la propria voglia di riscatto e, soprattutto, di partecipazione; voglia di riprendersi quella dignità, insomma, vista negata ai molti per colpa di pochi. Un sentimento di rivalsa presente anche nel periodo che ha preceduto le elezioni, con la costituzione di ben due comitati volti a promuovere l’autonomia del territorio dal comune di Roma, visto sempre di più come un ostacolo alla realizzazione del bene comune piuttosto che come un carro trainante verso lo sviluppo del litorale. Istanze che sicuramente hanno trovato espressione nell’ottimo risultato che ha conseguito una lista civica, quella del giornalista Andrea Bozzi, che, costituita appositamente in vista della sfida elettorale, è riuscita quasi a eguagliare le preferenze ottenute dai partiti più affermati, portando il tema dell’autonomia come argomento principale di campagna elettorale. Ad Ostia, dunque, sembrava che ancor prima del voto i cittadini fossero pervasi da un certo fermento politico e dal desiderio di rifarsi nuovamente protagonisti dello scenario politico locale.

 

 

L’astensione.

 

Diversi mesi più tardi, però, la realtà si è rivelata ben diversa da quella che certi segnali avevano fatto sperare: solamente un cittadino su tre ha deciso di recarsi a votare per riprendersi un diritto fino ad oggi considerato, forse troppo, sacrosanto. Aspettativa dunque disattesa e prospettiva  ribaltata: la virtù  dei pochi ha finito per soccombere al lassismo dei molti.

Le responsabilità che hanno causato questa diserzione di massa, sicuramente, sono da ricercare fra i  partiti che si sono contesi il voto degli ostiensi e fra quelli che, delegati in passato ad amministrarli, hanno senz’altro commesso numerosi errori. Stavolta però, a finire sul banco degli imputati, è stato proprio l’elettorato. Un elettorato “menefreghista” e “distratto”, come definito dal giudizio secco e immediato dei commentatori che hanno espresso le loro prime sensazioni in diretta, durante le diverse maratone notturne che hanno accompagnato lo spoglio; un giudizio simile a quello di chi, recatosi alle urne, ha provato una cocente delusione una volta appreso il dato relativo all’affluenza e ha ravveduto nei propri concittadini rimasti a casa una sorta di vero e proprio tradimento. Valutazioni per nulla distanti dalla realtà, di cui alcuni segnali potevano essere colti già dai diversi sondaggi e servizi televisivi che si erano susseguiti nei giorni precedenti alla data elettorale e che paventavano proprio il rischio di un’astensione drasticamente massiccia, ponendo l’attenzione sulla disinformazione e il distacco dalla vita politica di gran parte della cittadinanza che erano emersi con prepotenza. Il ritratto da contemplare è quello di una popolazione subito pronta a lamentarsi dell’inattività dovuta all’insediamento del commissario in municipio, ma che è altrettanto pronta, qualche mese dopo, a lamentarsi dell’inutilità della politica quando è chiamata ad esprimere il proprio parere e ad esercitare il proprio potere elettorale. Una popolazione tanto impegnata a puntare il dito contro tutto e tutti, pur di trovare un colpevole, da finire per dimenticare sé stessa e perfino i propri bisogni, lasciando agli altri il compito di pensare, o non pensare, per essa. Una popolazione che irride e schernisce l’avversario sui social network, scambiati per un’arena in cui poter infangare tutto e tutti senza conseguenze;  che si lamenta dei volti vecchi ma allo stesso tempo rigetta quelli nuovi poiché troppo sconosciuti; che si chiede chi siano i candidati  ma non manca l’occasione di stroncarli sul nascere, blaterando veleni ed ostentando una superficialità, mascherata da sapiente disillusione e spacciata per pura estraneità alla vita politica , che appare ormai addirittura un vanto. Una campagna, insomma, ascoltata da pochi e avvelenata incoscientemente da molti. Un punto su cui è quasi banale indicare, come maggiori responsabili, quei partiti che, nascendo dal nulla, hanno da sempre fondato la loro esistenza politica sulla denigrazione dell’avversario, sul puntare il dito piuttosto che sull’alzarlo per  esprimere quegli strani concetti che stanno abbandonando da tempo la politica di qualsiasi livello: idee e  prospettive di lungo termine. Una popolazione che non ha superato la prova più importante: quella di dimostrare a sé stessa e a chi la osserva di essere degna di riprendere in mano il futuro della propria terra, di essere compatta e unita, al di là delle intenzioni di voto, per far si che la politica  riprenda i suoi spazi lontano dalle collusioni; incapace di capire e far capire di non aver meritato né il commissariamento, né le costruzioni giornalistiche che vedono il X municipio come una terra di nessuno in cui il più forte spadroneggia e la vita si districa fra mafia e criminalità di ogni genere. Ecco, la prova più importante e delicata, forse della sua intera storia, questa cittadinanza non l’ha superata.

 

A fronte di una situazione simile, la mia riflessione da giovane candidato, è che il pericolo più grande non è più la mancanza di nuove leve fra le liste dei partiti, essenziali per un rinnovamento ed una continuazione del sistema politico, e neanche la sfiducia che quelle potrebbero provare verso sé stesse o verso il partito che hanno scelto di sostenere e in cui svolgere la propria partecipazione politica. Il pericolo vero e proprio è la possibilità che le domande e i dubbi possano ribaltarsi e che un giovane, che ha scelto di mettersi alla prova e di impegnarsi per la collettività, possa provare nei confronti di quella stessa collettività che dovrebbe sceglierlo come rappresentante. Ignoranza, disattenzione e aprioristiche mancanze di fiducia non possono funzionare da incentivo a impegnarsi per migliorare un territorio così fragile e complicato. Non possono di certo neanche spronare al sacrificio e a lavoro volto al bene comune.  Il più delle volte quest’aspetto porta la gioventù a scollarsi definitivamente dalla cultura e dalle vicende politiche, spesso sfociando nella perdita di interesse e nell’abbandono di senso civico. Un problema molto importante e che rappresenta una sfida per tutti. Sicuramente, però, qualsiasi giovane che scavalchi tutto ciò e da candidato riesca nell’intento di essere eletto, a qualsiasi livello, sarebbe portato a dimostrare, a sé stesso e ai suoi elettori, di aver meritato il proprio posto e la fiducia di questi ultimi. Cosa accadrebbe, invece, se fosse proprio l’elettorato a dimostrare di non meritare tutti gli sforzi e i sacrifici che una sana attività politica richiedono a un candidato? Se la tendenza si invertisse e fosse la politica a perdere fiducia nei propri cittadini? Un interrogativo preso molto poco in considerazione, ma che rappresenta un pericolo non da poco conto, scongiurato, almeno in parte, da quel cittadino su tre dotato ancora di senso civico.

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