Cento anni di scontri e guerre: un anniversario italiano

DI PIETRO BASSI

Si sta ormai per chiudere il penultimo anno di commemorazione del Centenario della Grande Guerra, è allora, per così dire, tempo di bilanci.
Il 1917 è stato l’anno più brutale e difficile del primo conflitto mondiale, in ogni area di scontro. In modo particolare per il fronte italiano, in cui dopo la rotta di Caporetto, ricordata pochi giorni or sono, ci attestammo sul fiume Piave.
Qui gli italiani, per la prima volta si sentirono fratelli.
La trincea, un fossato scavato nel terreno dove scorrevano tante virtù, tanti dialetti, tanto dolore e tanto sangue, aveva forgiato l’identità nazionale.
Non importava da quale area del paese si era originari perché in palio c’era un bene ancor più grande: la difesa della nostra sovranità nazionale, tanto agognata nell’epopea risorgimentale. Dopo Caporetto il Generale imperturbabile Luigi Cadorna venne rimosso e al suo posto andò il Generale Armando Diaz. Egli capì che era fondamentale trattare i soldati come uomini e non più come bestie, capì cioè che era necessario ‘’riformare’’ vaste aree dell’esercito: vennero così creati gli Uffici P, i quali avevano il compito di fare propaganda e quindi di poter dare modo ai soldati di scrivere e acculturarsi. Peraltro, Diaz, si rese conto che le retrovie dovevano essere ‘’umanizzate’’ di qui l’idea di portare il Maestro Arturo Toscanini al fronte a suonare con un’orchestra mobile brani del repertorio patriotticamente italiano, ma anche Eleonora Duse ed Emma Grammatica, famose artiste del teatro nazionale.

L’Italia vive una breve stagione di grande speranza, ma senza dimenticare. C’era bisogno di creare l’Ignoto Militi, perché esso rappresentava il sacrificio di coloro che morirono nella difesa eroica di un grande amore: quello verso la propria Patria. In esso tutti trovano un’identificazione, in esso non ci poteva non riunire non sentendosi italiani. Fu il maggior Generale, casertano, Carlo Douhet a suggerire l’iniziativa e Cesare Maria De Vecchi, parlamentare nazionalista ed ex combattente al fronte a prendere la decisione di presentare la proposta di legge. Il 28 ottobre 1921 presso il Duomo di Aquileia avvenne la scelta del feretro da tumulare, chi ebbe questo onore e onere fu Maria Bergamas natia di Gradisca d’Isonzo (nel 1914 era Austria) e mamma dell’irredento Antonio Bergamas arruolatosi volontario sotto il nome di Antonio Bontempelli all’interno del 127° Reggimento Fanteria della Brigata Barletta. Egli scrisse alla madre prima di partire per il fronte:
«Domani partirò per chissà dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. Forse tu non comprenderai questo, non potrai capire come non essendo io costretto sia andato a morire sui campi di battaglia… Perdonami dell’immenso dolore ch’io ti reco e di quello ch’io reco al padre mio e a mia sorella, ma, credilo, mi riesce le mille volte più dolce il morire in faccia al mio paese natale, al mare nostro, per la Patria mia naturale, che il morire laggiù nei campi ghiacciati della Galizia o in quelli sassosi della Serbia, per una Patria che non era la mia e che io odiavo. Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio. Se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra, davanti al nostro Carso selvaggio».
Il giorno prima di morire, si offrì volontario per guidare con il suo plotone l’attacco del reggimento dicendo che come irredento spettava a lui l’onore di giungere per primo sui reticolati nemici. Durante l’assalto superò illeso due ordini di reticolati ma al terzo venne raggiunto da una raffica di mitraglia e colpito con cinque colpi al petto e uno alla fronte. Al termine del combattimento in tasca al giovane venne rinvenuto un pezzo di carta sul quale era scritto: «In caso di mia morte avvertire il sindaco di San Giovanni di Manzano, cav. Desiderio Molinari». Solo al cav. Molinari, infatti, era noto che il sottotenente Bontempelli non era altro che l’irredento Antonio Bergamas. La salma del giovane venne dunque rinvenuta e fu sepolta assieme a quelle dei caduti di quel giorno, nel vicino cimitero di guerra delle Marcesine sull’Altipiano dei Sette Comuni che, successivamente, sconvolto da un violento bombardamento non permise più il riconoscimento delle sepolture. Da quel momento Antonio Bergamas risultò ufficialmente disperso.

Ma torniamo al 28 ottobre, all’interno del Duomo di Aquileia. Al termine del rito funebre di suffragio, dopo che l’officiante ha asperso le bare con l’acqua del Timavo, quattro decorati di Medaglia d’oro – il generale Paolini, il colonnello Marinetti, l’onorevole Paolucci e il tenente Baruzzi – si avvicinano a Maria Bergamas porgendole il braccio. Scrive Tognasso: «Lasciata sola, parve per un momento smarrita. Teneva una mano stretta al cuore mentre con l’altra stringeva nervosamente le guance. Poi, sollevando in atto d’invocazione gli occhi verso le navate imponenti, parve da Dio attendere ch’ei designasse una bara come se dovesse contenere le spoglie del suo figlio. Quindi, volto lo sguardo alle altre mamme, con gli occhi sbarrati, fissi verso i feretri, in uno sguardo intenso, tremante d’intima fatica, incominciò il suo cammino. Trattenendo il respiro giunse di fronte alla penultima bara davanti alla quale, oscillando sul corpo che più non la reggeva e lanciando un acuto grido che si ripercosse nel tempio, chiamando il figliolo, si piegò, cadde prostrata e ansimante in ginocchio abbracciando quel feretro…».

La folla si scarica in urla strazianti e pianto a dirotto. All’esterno del tempio le campane suonano a tocchi gravi e profondi mentre alcune batterie d’artiglieria, posizionate nelle campagne adiacenti, esplodono salve d’onore. Sul sagrato del tempio, la banda della brigata Sassari intona per la prima volta in modo ufficiale l’inno che sarebbe divenuto il simbolo di tutte le cerimonie dedicate ai caduti: La leggenda del Piave, scritta nel 1918 da Giovanni Gaeta, impiegato postale più noto con lo pseudonimo di E. A. Mario.

Un aspetto meno famoso del conflitto è quello che riguarda la Sanità Militare. Ho studiato attentamente la Scuola Medica da campo di San Giorgio di Nogaro, oggetto della mia laurea, rispetto agli studenti medici che là frequentarono i corsi accelerati di medicina di guerra. Ebbene, non vi nascono l’emozione e il brivido che ho percepito nel maneggiare parte documentale di un ragazzo che risulta disperso. Si tratta di Annibale Milani, natio di Villa Minozzo, Reggio Emilia. Egli prestava servizio in data 11 gennaio 1916 presso l’Ospedale Chirurgico Contumaciale di Palmanova. Per mezzo di un telegramma datato Venezia 20 febbraio 1916 sappiamo che Milani era Sergente di Sanità registrato la Direzione ospedaliera di Pordenone. Annibale Milani risulta disperso dal 6 dicembre 1917, durante le fasi di attestamento sulla linea del fiume Piave e all’indomani della rotta di Caporetto.

Il Milite Ignoto racchiude in sé anche questo giovane reggiano, studente di Medicina e Chirurgia, che voleva prestare il suo nobile servizio a qualsiasi rischio, compreso quello della sua stessa vita. Altro giovane studente di Medicina e Chirurgia che mi sento di citare è Antonio Cattozzi, natio di Carpineti, Reggio Emilia. Egli risulta disperso dal presso Oslavia, medio Isonzo, durante fase di combattimento dal 24 gennaio 1916. In un articolo del Resto del Carlino di Reggio Emilia dal titolo ‘’Lapide ai caduti del Liceo’’ in cui si riporta il fatto che presso il Liceo Lazzaro Spallanzani di Reggio Emilia è stata di recente inaugurata una lapide riportante i nomi degli studenti morti durante la Grande Guerra. Nell’articolo si legge: ‘’Diedero fidenti alla Patria la bella giovinezza esempio e monito alle generazioni che di qui passarono per amore e speranza dell’Italia nuova’’. Segue l’elenco dei nomi dei ventisei studenti fra i quali Antonio Cattozzi. Infine desidero ricordare Francesco Marchi natio di Vergato, Bologna. Marchi era soldato semplice della VI Compagnia di Sanità, risulta deceduto per malattia a Bologna in data 24\25 gennaio 1916, manca infatti la data certa del decesso. Marchi era giovanissimo, stava frequentando il I anno di Medicina e Chirurgia e si era diplomato nel ottobre del 1913. Cattozzi e Marchi sono studenti prossimi al conferimento della Laurea Honoris Causa in Medicina e Chirurgia.

Mi piace concludere però citando uno stralcio della Rivista La Lettura del Corriere della Sera del 1917, in cui il giornalista Pietro Giacosa racconta il clima che si respirava presso la Scuola Medica da Campo di San Giorgio di Nogaro. Nel leggere e nello scrivere questo passo non riesco a non vedermi nella mia mente le immagini che Giacosa descrive e a farmi vincere dalla commozione: ‘’Io vorrei che si potesse constatare da tutti nel modo con cui funziona quella scuola medica, quale concordia regni fra maestri e scolari, quanto intensa sia l’attenzione alle lezioni, quanta l’applicazione di studenti che sono compresi dell’importanza di cognizioni di cui constatano il valore immediato. Lo stesso spirito di sacrificio anima tutti[…]. L’affiatamento è perfetto, la mensa comune, la comune esistenza in un piccolo centro, la grande camera teoria militare, unisce gli insegnanti in un accordo che pare un sogno a chi conosco alcune facoltà insanabilmente divise. Gli studenti sono trasfigurati. ho assistito, senza essere visto, alla loro radunata serale nel vasto locale circolare del cinematografo. nella sala sono deschetti di legno e panche disposte in centri concentrici. vendono le lampadine elettriche a illuminare i piccoli tavoli. Dal palcoscenico talora si fanno proiezioni illustrative ma perlopiù gli studenti sono liberi di accudire ai lavori loro: chi studia, chi legge i sunti delle lezioni, chi scorre i giornali, chi scrive […] in quella assemblea di giovani provenienti dalle varie Università d’Italia ho risentito un fremito di quell’intima trasfusione anzi immedesimazione intellettuale tra maestro e scolaro che è l’indice e il premio dell’efficacia dell’insegnamento. Insegnare è la più eletta delle forme d’arte, perché la materia che l’artista plasma è l’intelletto umano che si offre e dispiega nelle sue mani assecondando gli impeti della inspirazione. Io rividi il loro il mio uditorio dell’anno scorso a Torino, quando nel volto di studenti era l’ansia il fremito dell’imminente chiamata […] nell’aula entravate tumultuosi, giornali alla mano, discutendo commentando le notizie degli avvenimenti che d’ora in ora precipitavano. Era un accendersi di volti, uno strepitar di voci, un agitarsi di braccia.
Ma appena entrato il vostro Maestro, nel cui volto appariva la vostra stessa preoccupazione al quale rivolgevate uno sguardo in cui si leggeva il desiderio di una parola che rispondesse al vostro animo, voi tacevate; rassegnandovi, come egli si rassegnava, a riprendere le fredde argomentazioni della scienza, perché tale era il dovere e mai come in quei momenti di elevazione voi avevate compreso imperiosa bellezza della disciplina. E la lezione continuava serena e tranquilla senza che le voci che suonavano fuori e gli impeti che prorompevano in noi la turbassero. Nelle scuole di San Giorgio di Nogaro vidi di quello spettacolo.
Fuori tuonava il cannone, ruggono le automobili, rombano gli aeroplani. Talora un fragore di una bomba caduta, ma la lezione non si interrompe e nel volto degli studenti la stessa impronta di risoluzione, ma più ferma, più maschia e come è maturata dall’esperienza di tanti mesi di guerra. In molti l’attenzione rivelava l’avidità intellettuale di chi era impaziente di afferrare fare su quelle cognizioni di cui conosceva l’immenso valore[…]. Tutti quelli che sono penetrati in zona di guerra si sono trovati in una Italia più viva, più calda, più luminosa. Quale meraviglia se in San Giorgio di Nogaro un vecchio insegnante ancora innamorato del suo mestiere ha sentito l’orgoglio di appartenere all’università italiana, ancora abbastanza giovane per arruolarsi pur continuando a studiare?’’.

Cosa ricordare e celebrare della Grande Guerra, dunque? Semplicemente tutto: ogni passaggio, ogni sfumatura e sentire dentro di noi quel brivido che ci fa essere orgogliosi di essere italiani.

 

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