L’Italia s’è persa – storia di una Nazionale e di una Nazione.

di Luca Ghezzi.

Perché la mancata qualificazione al mondiale che si terrà in Russia il prossimo giugno non è solo una sconfitta sul piano calcistico, ma è prima di tutto una disfatta sul piano politico, sociale e culturale.

L’Italia non si è qualificata al prossimo mondiale che si terrà in Russia tra poco più di sei mesi. Non accadeva addirittura dal 1958 che l’Italia non si qualificasse ad un mondiale. Ora, dopo 60 anni esatti, la storia si ripete.
Eppure ci sono grandi differenze tra la mancata qualificazione ai mondiali di Svezia ’58 e la non qualificazione a Russia 2018. Queste differenze, più che inerenti all’ambito prettamente sportivo, riguardano soprattutto l’aspetto socio-politico e culturale.

Partiamo però da ciò che è più evidente e superficiale, ovvero la situazione del nostro panorama calcistico. Negli anni Sessanta, il calcio italiano aveva prodotto diversi campioni, a partire dall’eterno Gigi Riva, passando per Cesare Maldini, Gianni Rivera e Sandro Mazzola. Inoltre, proprio in quegli anni, all’interno dei settori giovanili dei vari club italiani stavano iniziando a formarsi quei giocatori che, nel 1982, ci avrebbero portato a vincere il nostro terzo mondiale, il primo successivo all’esperienza fascista che ci aveva consegnato i campionati del ’34 e del ’38.

Ed è qui una prima, importantissima e determinante differenza: l’investimento sui giocatori italiani all’interno dei vivai delle squadre di calcio. Oggi, le società professionistiche investono molto denaro, molto tempo e molte energie alla ricerca del presunto fuoriclasse d’oltrefrontiera, del potenziale crack di mercato da rintracciare in
terra straniera.

Il numero dei giovani italiani all’interno dei settori giovanili – dai pulcini alla primavera – delle nostre squadre di calcio si sta riducendo sempre di più, mentre continua a crescere il numero dei giocatori stranieri. Il trend è quindi molto ben delineato: investire sul mercato estero a danno di quello interno. È allora inevitabile che il numero di giocatori stranieri presenti nel campionato di Serie A, ma anche nei campionati minori, sia davvero molto elevato; soprattutto se consideriamo che i maggiori investimenti in termini economici che vengono effettuati dalle squadre di
calcio professionistiche sono volti all’acquisto delle prestazioni sportive di giocatori stranieri già affermati.

La conseguenza è presto detta: nella massima serie, il numero di giocatori italiani è inferiore al numero di giocatori stranieri! Le statistiche sono impietose: la Serie A è il campionato con il maggior numero di giocatori che vengono dall’estero. In percentuale si parla del 56% di giocatori di nazionalità diversa da quella italiana. Non serve allora essere degli esperti di calcio per rendersi conto che la rosa di giocatori selezionabili dal Commissario Tecnico della nazionale è notevolmente ridotta rispetto a quella dalla quale potevano attingere i precedenti CT fino a pochi anni fa.

È altrettanto significativo che, a discapito delle ingenti somme economiche stanziate per accaparrarsi il presunto talento straniero di turno, la competitività del campionato italiano sia continuamente diminuita nel tempo rispetto agli altri maggiori campionati europei.

Ciò è la conseguenza del fatto che risulta pressoché impossibile competere economicamente con le ricchissime proprietà dei principali club europei, sempre pronti ad investire cifre astronomiche per i giocatori più forti.

A ciò si aggiunge il fatto che, sempre più spesso, i top team vengono a fare spese in Italia, sottraendo al nostro movimento i migliori talenti. È il caso di Verratti, passato qualche estate fa dalla serie B, dove giocava con la maglia del Pescara, direttamenteal PSG, di Gabbiadini, che dopo l’esperienza di Napoli ha deciso di trasferirsi in
Premier League, o di Zaza, passato nella Liga spagnola.

Le squadre estere decidono quindi, con frequenza crescente, di credere e di investire sui nostri giovani, mentre le squadre professionistiche italiane, impossibilitate economicamente a trattare i giovani più promettenti degli altri migliori campionati europei, preferiscono puntare su giocatori stranieri spesso di campionati minori.

Accade a volte che gli operatori di mercato riescano a rintracciare un ragazzo dal grande potenziale, ma più spesso succede invece che si finisca per investire su giocatori poco competitivi, inadatti al nostro campionato o semplicemente di mediobasso livello.

Ci sarebbe allora da chiedersi per quale motivo le squadre italiane non decidano di investire sui propri vivai e sui giovani talenti presenti sul nostro territorio, come per altro avviene già in Olanda, in Germania o in Portogallo. A questo interrogativo devono e possono però rispondere solamente i direttori generali e sportivi delle
squadre di calcio, i quali hanno deciso fin qui di portare avanti queste scelte strategiche che si stanno rivelando fallimentari per tutto il movimento calcistico italiano.

Eppure, dopo i risentimenti e le proteste sviluppatisi negli ultimi anni, la Federazione Italiana sembrava intenzionata a porre un limite all’impressionante numero di stranieri presenti nei vivai e nelle squadre professionistiche.

I precedenti non mancano di certo: dopo l’eliminazione della Nazionale ai mondiali del 1966 per mano della Corea del Nord, la FIGC varò quello che viene denominato “calcio autarchico” o, se preferite, “made in Italy”. Il provvedimento consisteva nella decisione di chiudere le porte del nostro campionato ai giocatori stranieri, ad
eccezione degli oriundi e di quei giocatori non italiani già presenti nel campionato nostrano.

Un provvedimento analogo era stato già attuato nel 1953 dall’allora ministro dell’interno Giulio Andreotti. Mentre il decreto del ’53 restò in vigore per pochi anni, fu molto più significativo e continuativo quello del ’66, il quale perdurò fino agli inizi degli anni Ottanta.

L’autarchia calcistica permise l’esplosione dei grandi bomber italiani, in particolare quella del fuoriclasse del Cagliari, Gigi Riva, e del trascinatore della Lazio, Giorgio Chinaglia. Non dimentichiamo inoltre i talenti del Torino: Radice, Pulici e Graziani, il celebre cannoniere dell’Inter Boninsegna e il blocco juventino composto da Tardelli, Bettega, Anastasi, Capello, Causio e Furino. Da segnalare infine un giovane attaccante che riuscì a mettersi in mostra in quegli anni: si chiamava Paolo Rossi e nel 1982 ci avrebbe condotto al trionfo del mondiale di Spagna.

Con l’inizio degli anni ’80 l’Italia cominciò a riaprire le porte all’arrivo di giocatori stranieri: inizialmente solo uno per squadra e successivamente sempre di più. Da tre anni a questa parte, il mercato ha subito alcuni vincoli circa il tesseramento dei giocatori extracomunitari e la restrizione a soli 25 giocatori utilizzabili durante il corso
dell’annata sportiva. Una misura sicuramente più moderata rispetto a quella del ’66, ma comunque rilevante, almeno apparentemente.

Per quanto concerne le restrizioni sul numero di extracomunitari (e quindi non dotati di passaporto comunitario), ogni società può tesserare non più di tre giocatori. La lista dei giocatori disponibili, che deve essere di un massimo di 25 tesserati, deve essere composta da almeno 4 giocatori cresciuti nel vivaio del club e da almeno 4 cresciuti in un qualsiasi vivaio italiano, portando presumibilmente quindi ad almeno 8 il numero degli italiani presenti in ciascuna rosa.

Con la dicitura “cresciuti nel vivaio del club” si intende la presenza continuativa di un giocatore tra i 15 e i 21 anni nello stesso club, senza pertanto prestiti ad altre società. In teoria, questa regolamentazione avrebbe dovuto garantire un maggior afflusso di giocatori italiani all’interno delle squadre. In realtà però la pratica è stata ben diversa. La Juventus, per esempio, che da sempre è tra le squadre che fornisce alla Nazionale il maggior numero di giocatori, può schierare un numero congruo di giocatori cresciuti nel vivaio nazionale, ma soltanto due cresciuti nel proprio settore giovanile (Marchisio e Pinsoglio). Situazioni analoghe riguardano altre squadre di Serie A, come l’Inter o la Roma.

Esistono però casi ben più eclatanti: il Napoli, ad esempio, che fra i suoi tesserati ha solo Lorenzo Insigne quale giocatore cresciuto nel proprio vivaio. La situazione più significativa è certamente quella dell’Udinese che, oltre ad avere addirittura 14 tesserati extracomunitari (record negativo della serie A), non ha in pratica giocatori
cresciuti nel proprio settore giovanile, ad eccezione di Simone Scuffet.

Il nuovo regolamento, di fatto, non ha aiutato in alcun modo l’integrazione dei giovani italiani nella massima categoria, tanto che, lo scorso anno, Inter-Udinese si è giocata senza nemmeno un italiano in campo.

Le istituzioni che si occupano di calcio hanno in questo senso fallito miseramente e la mancata qualificazione è soltanto l’apice di una serie di scelte sciagurate che hanno portato il calcio italiano a svalutarsi sempre di più nell’ultimo decennio.

Come già detto, il problema non è però meramente di natura sportiva, ma è prima di tutto sociale e politico.

Da circa 20 anni si sta assistendo alla più imponente opera di alienazione e destrutturazione dell’identità nazionale mai avvenuta nella storia. Oltre ad essere la logica conseguenza di un processo di globalizzazione portato all’eccesso, questa situazione deriva in gran parte da precise scelte politiche.

La società mondializzata e ultra-capitalista ripudia qualsiasi concezione comunitaria o identitaria, abbracciando invece tutto ciò che riguarda il consumo generalizzato e individualizzato ed il liberismo senza frontiere.

Questo processo ha avuto inizio sin dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ma ha avuto due principali exploit. Il primo intorno al Sessantotto in concomitanza della fase terminale del movimento comunista, successivamente riciclatosi in social-liberalismo asservito allo stesso sistema capitalistico.

Il secondo, invece, è avvenuto in seguito alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell’Unione Sovietica, eventi che hanno condotto alla fine delle ideologie novecentesche e al trionfo del sistema liberal-democratico.

Da quel momento in poi si è andati sempre più nella direzione dell’abbattimento di ogni ipotetico concetto comunitario, di cui l’identità nazionale risultava essere l’ultimo baluardo. Con la sconfitta delle nazioni, il capitalismo ideocratico a vocazione totalitaria può concretizzarsi nel pieno delle sue facoltà, riuscendo così a distruggere
ogni altra alternativa sistemica.

Assistiamo in questo modo ad una continua ed incessante retorica mondialista che vede nella Nazione un retaggio storico anacronistico e superato: una palla al piede dalla quale occorre liberarsi per entrare nel futuro e nel progresso. Ne deriva quindi un astio e un’insofferenza verso tutto ciò che è legato alla tradizione, all’identità e alla
propria storia.

Sembrano concetti completamente slegati dalla sconfitta del movimento calcistico italiano, ma non è affatto così. Anche il panorama sportivo ha fortemente subito questo processo di globalizzazione e di sradicamento dell’identità nazionale.

Da sempre lo sport, e in particolare il calcio, è lo specchio della società in cui viviamo. Non occorre allora stupirsi che se i “millenials”, le nuove generazioni figlie della mondializzazione, provano vergogna nel definirsi italiani e si proclamano invece “cittadini del mondo”, le nuove leve della Nazionale italiana di calcio, belli, giovani, famosi e strapagati, non si rendono neppure conto del ruolo sociale che rivestono e non fanno una piega se vengono eliminati dalla Svezia.

Non fa nemmeno più notizia vedere un giocatore della propria Nazionale che si rifiuta di cantare l’inno; eppure, a ben vedere, è una situazione che, oltre a poter essere definita imbarazzante, dovrebbe anche generare sconforto.

Non stupisce che, dopo la catastrofica disfatta degli azzurri, alcuni politicanti invochino lo Ius Soli – l’acquisizione facile della cittadinanza – per risollevare le sorti non solo della nostra Nazionale, ma in generale di tutto il nostro popolo. Come se ci ritenessero obsoleti, incapaci di ripartire, superati e che per questo avessimo bisogno di essere
rimpiazzati o sostituiti attraverso l’innesto coatto di capitale umano straniero, importato come se fosse merce e integrato forzatamente in una realtà completamente avulsa dalla loro. Affermazioni a dir poco raccapriccianti che per certi versi ricordano la vergogna dell’eugenetica.

Non è certo con la sostituzione etnica che si può pensare di risollevare una nazione in grave crisi d’identità, anzi, l’immigrazione incontrollata e l’integrazione forzata sono il miglior modo per distruggere definitivamente un popolo.

Assurdi sono poi gli esempi che vengono utilizzati per giustificare questa sostituzione. Rimanendo nel mondo del pallone, è incredibile la situazione in cui versa la nazionale francese, quasi completamente priva di giocatori originari della Francia. Al di là delle Alpi, la sostituzione etnica, complice il passato colonialista, è in uno stato già parecchio avanzato e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: dagli attentati di matrice islamista operata dagli immigrati di seconda generazione, al numero decrescente di cittadini autoctoni. È questo il destino che i decisori politici auspicano anche per noi?

Non si può quindi negare che il calcio sia il riflesso della nostra società. Una società in cui non si investe sui giovani e sul futuro, in cui si predilige lo straniero all’autoctono, in cui l’esterofilia è predominante, così come lo è l’avversione o l’indifferenza verso ciò che è identitario, tradizionale e culturalmente legato alla nostra storia.

È quindi inutile stare in piedi davanti al televisore a sbraitare contro ai giocatori che vestono la maglia azzurra, contro al Commissario Tecnico o contro al Presidente della FIGC.

La crisi del calcio italiano ha una genesi ben più profonda: nasce e si sviluppa a partire dalla nostra perdita di amor patrio e dalla totale indifferenza verso tutti quei processi globali che ci stanno pian piano sradicando, individualizzando e alienando.

La nostra unica possibilità di salvezza è quella di renderci conto di quel che sta accadendo e ripartire dai concetti di comunità, di nazione e di tradizione.

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