La fine di Fini – vita, morte e miracoli di chi ha rinnegato tutto

di Manuel Di Pasquale.

“Più in alto sali, più rumore fai quando cadi”. In questo caso, però, non parliamo di una caduta qualsiasi, ma del tonfo pazzesco di uno dei personaggi storici della destra: Gianfranco Fini.

Dopo una lunga trafila tra i missini, nel Fronte della Gioventù – movimento giovanile del MSI – prima e nel Movimento Sociale Italiano “degli adulti” poi, alla morte del suo mentore, l’apprezzatissimo Giorgio Almirante, Fini aveva davanti a sé la strada in discesa: era destinato a diventare il leader della destra sociale, il nuovo punto di riferimento, prevalendo addirittura su Pino Rauti.

Mani Pulite, poi, aprì una nuova stagione politica: il PSI di Craxi fu spazzato via, la DC e il PCI si sciolsero e il MSI fu l’unico partito a risultare casto e puro (lo ha ammesso direttamente Antonio Di Pietro).

Iniziava la “Seconda Repubblica”, ma nel nuovo sistema partitico si sentiva il bisogno di togliere quei riferimenti più spinti, più radicali. Ecco che qui Fini ha la soluzione: ammorbidire le posizioni. Il tutto, ovviamente, si risolse nella Svolta di Fiuggi del 1995, quando il MSI venne sciolto. L’ala più radicale, quella definita come “fascista di sinistra”, come prevedibile, creò partiti sempre legati a quella vecchia corrente, ma la maggioranza degli iscritti – oltre a nuovi seguaci – seguì Fini nel suo nuovo progetto: Alleanza Nazionale.

Alleanza Nazionale, però, non nacque dal nulla: già nel 1994 il MSI si presentò con questo nome, per attirare tutta quella componente di destra non per forza filo-fascista, ma anche di formazione liberale e democristiana. Il nome nacque da un termine scritto su un articolo firmato da Francesco Storace, all’epoca dei fatti portavoce di Fini. Alle elezioni del ’94, quindi, la fiamma tricolore apparse nel nuovo logo a matrioska e, soprattutto, in coalizione con forze di centro-destra, formando il Polo delle Libertà. La coalizione era guidata da un volto nuovo della politica: Silvio Berlusconi, appena sceso in campo con il suo movimento chiamato Forza Italia. Per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana a vincere fu una coalizione di destra, forte anche della nuova legge elettorale per la Camera, il “Mattarellum”, che prevedeva il 75% di assegnazione dei seggi col sistema maggioritario e il 25% col sistema proporzionale, con due schede di votazione. Col maggioritario AN ottenne poco meno del 7%, ma col proporzionale più del 13%. Per la prima volta, quindi, la fiamma tricolore può essere accostata ad una forza di governo.

L’esperienza, però, durò solo 8 mesi: la Lega Nord di Bossi uscì dalla coalizione e fece cadere il governo. Fini, quindi, incolpevole, potette solo guardare, però capì che AN era un simbolo che funzionava. Quindi, fine del MSI, venne sciolto l’ultimo grande partito della “Prima Repubblica”.

Dopo un anno di “governo tecnico” guidato da Lamberto Dini si tornò a votare: nel ’96 vinse la sinistra. L’insuccesso, in questo caso, derivò dalla divisione tra Polo per le Libertà e Lega Nord. In questo caso, però, AN confermò il suo trend di crescita: al proporzionale arrivò quasi al 16%. I consensi, rispetto all’era MSI, erano quasi triplicati. Qui, nella provincia di Pescara, AN risultò il partito più votato.

AN proseguì la sua ascesa, specialmente tra gli enti locali: i risultati più bassi alle varie comunali e regionali per il partito si attestavano sui 10 punti percentuali, cioè quelli che, d’altro canto, figuravano come numeri incredibili per il MSI.

Come è facile intuire, AN si era ormai ritagliata un posto di spicco nella politica italiana. Nel 2008, dopo che la coalizione – sempre a guida berlusconiana – vinse, Fini venne eletto Presidente della Camera. Ecco, quindi, che il leader del partito di destra arrivò ad assumere la guida di terza carica dello Stato. Berlusconi era Presidente del Consiglio, come del resto lo è sempre stato per quei 9 anni (non sono 20, come certa stampa descrive) che il centro-destra fu al governo, quindi sotto, per importanza costituzionale, visto che il PCM è la quarta carica dello Stato.

Nel 2009 ennesima svolta: FI e AN si fondono per dare vita al Popolo Della Libertà. Il PDL a guida Berlusconi-Fini, però, durò un anno: le numerose divergenze tra i due, i voti ribelli e i pareri discordanti misero in serio dubbio quel matrimonio che, a detta di molti, non sarebbe mai potuto durare. Perciò, Fini, forse perché un gradino sopra nel rango costituzionale a Berlusconi, tentò il colpo: il voto di sfiducia. Tutto sembrava filare liscio, tutto sembrava far volgere al termine il governo berlusconiano, quando alla fine due deputati di Italia dei Valori stravolsero tutto. Razzi e Scillipoti, contrariamente al loro partito, diedero la loro fiducia al governo e passarono dalla parte del Cavaliere. Berlusconi, quindi, è salvo – anche se il governo si dimetterà un anno dopo – ma Fini è politicamente morto. Il tonfo di chi, per un momento si era visto diventare nuovo leader, mentre l’attimo dopo ha perso tutto. Se fosse stata una mano ad una partita di poker, sarebbe stata definita come quella col peggiore bluff della storia.

Crollò tutto: gli ex-AN sfiduciarono il loro ex capo. Fini è alle strette. Come se non bastasse, la sfera privata non diede lui una mano: la casa a Montecarlo e i guai della famiglia Tulliani, quella della sua amata, buttarono – e continuano a buttare tutt’oggi – ulteriore fango sulla figura di un politico passato dalle stelle alle stalle.

Da qui, però, AN non risorse: Fini creò Futuro e Libertà per l’Italia. Un partito che non sfondò, anzi, fu destinato a sprofondare sin dall’inizio.

Già dal principio il nuovo movimento mostrò di essere né una forza di destra né di centro-destra, ma semplicemente centrista. Il governo tecnico guidato da Mario Monti ne fu la prova: FLI diede tutto il suo appoggio, non solo sul voto di fiducia.

Come se non bastasse, nel 2013 FLI si presentò nella coalizione “Con Monti per l’Italia”, guidata dalla lista Scelta Civica per l’Italia insieme all’UDC.

Il partito di Fini riscosse un miserrimo 0,5%. Questa è la definitiva fine dell’esperienza politica di Gianfranco Fini, oramai nemico pubblico numero uno della destra. E la colpa è solo sua.

Ora, analizziamo cosa ha fatto Fini. La prima cosa intuibile, dopo tutta questa pappardella, è il fatto di come sia definitivamente morta la destra sociale dalla politica che conta, anche a causa dei continui movimenti dell’ex deputato. La destra sociale è, sostanzialmente, l’ideale che prevede l’attuazione delle riforme tipiche del fascismo sociale, quali l’assistenzialismo e la tutela del diritto allo studio e alla salute, che quindi individua una parte buona del fascismo ma disereda quella cattiva, pur mantenendo un ordinamento repubblicano. Non a caso, sociale è per indicare giustizia sociale. A ciò ci si aggiunge la terza via economica, quella in contrapposizione sia al comunismo sia al capitalismo, quella della collaborazione tra classi sociali, contestando il monopolio statale del bolscevismo e l’individualismo neoliberista favorevole a pochi. AN mostrava posizioni più aperte, all’inizio accettabili ma che poi sono sfociate nel classico liberismo con la fondazione del PDL. Con FLI, poi, non ne parliamo.

Secondo punto: tutti i rinnegamenti di Fini. Quando era nel MSI, Fini non perdeva mai occasione per definirsi fascista, non faceva altro che constatare che “Mussolini è stato il più grande statista del XX secolo”. Nella seconda metà degli anni ’90 Fini iniziò a prendere le distanze dal nazismo – cosa che potremmo definire più che giusta – così come per tutte quelle leggi fatte a braccetto con Hitler, tra cui le leggi razziali. Condanne che ci stanno: nessuno che sia veramente di destra tollera discriminazioni, ma solo critiche costruttive e non il becero qualunquismo. Negli anni ’00, di colpo, Fini condanna tutto in materia di Ventennio. Cosa che gli costa la coerenza: finché ha potuto campare di elogi su Mussolini ne ha espressi a ruota libera, ma quando non gli conveniva più ha rinnegato tutto ciò per cui ha fatto il militante per più di 20 anni.

Terza cosa: le posizioni vaghe. Fini aprì alle unioni civili omosessuali già nel 2005. Ok, ma fino a un paio di anni prima dimostrava tutto il suo credo cattolico e clericale, rispondendo sempre no a queste possibilità. Inoltre, nel 2015, Fini scrisse che la destra avrebbe dovuto votare per lo Ius Soli, cosa più lontana da chiunque abbia un minimo di componente identitaria.

Poi, come detto prima, tutte le vicende che ruotano attorno al “caso Tulliani”. Alcuni ipotizzano che Fini, per inseguire la sua compagna, abbia perso letteralmente la testa.

Tutto ciò, quindi, si è tradotto in tradimento nei confronti di chi l’ha supportato per anni ma, soprattutto, nei confronti di Giorgio Almirante. E chi è di destra non potrà mai perdonare questo tradimento.

Foto storica di un convegno del Fronte della Gioventù. Montesilvano (PE), 1981. Da sinistra verso destra: Fini, Almirante, Gasparri e Grillz

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