Ostia: specchietto di un default democratico

di Alessio Valente

 

E’ stata una dura, ma breve, notte quella del ballottaggio per il Decimo Municipio. Dura perché emerge, nuovamente sconfortante, un dato molto preoccupante per quanto riguarda l’astensionismo; breve perché, come è facilmente intuibile, lo spoglio è stato assai semplice e veloce, troppo veloce. Solo il trenta percento degli aventi diritto al voto, infatti, si è recato alle urne per scegliere il futuro presidente e relativi consiglieri. Un dato che ha, più o meno, confermato l’affluenza del primo turno, con soli tre punti percentuali di votanti in più ad aver disertato la chiamata alle urne rispetto al cinque novembre. E’ chiaro quanto sia difficile gioire di una vittoria di questa portata, per i vincitori, e ancor più difficile fare i conti con dei propri eventuali errori per gli sconfitti.

L’elezione di Ostia, oltre ad aver raggiunto un record negativo, è  infatti stata un’elezione strana, atipica rispetto ai precedenti, ma forse molto significativa per chi volesse individuare nel suo esito un futuro poco roseo per il territorio ma, soprattutto, per tutto il paese.

Il calo della partecipazione, infatti, oltre ad essere stato simile, come già scritto, per le regionali siciliane, chiuse al primo turno, è in netto calo anche per quanto riguarda le elezioni politiche, che hanno registrato un astensionismo record nell’ultima tornata avvenuta ormai quattro anni fa.

Sembra emergere, dalla tendenza all’astensionismo degli ultimi anni, quanto profondo sia lo iato fra l’attività politica e istituzionale dei partiti ed una cittadinanza chiusa in se stessa e poco partecipe, non interessata e non più neanche indignata, ma totalmente assente.

Tanti sono stati gli errori commessi in passato dalla classe politica, troppo spesso investita da scandali e da episodi di cattiva amministrazione, ostaggio piegato alla volontà sovranazionale, e ancora più distante dalla realtà del paese, dell’Europa della finanza e dei burocrati e non più capace neanche di quella funzione pedagogica che ha svolto dalla nascita del Regno d’Italia ai giorni d’oggi. Una politica che parla molto, ma parla male.

 

Un vuoto politico e culturale

 

Ma Ostia, come una sorta di microscopio politico, è anche la dimostrazione che se la politica ha perso credibilità e passione, la cittadinanza l’ha seguita con inerzia, senza opporre troppa resistenza. Non si può di certo dire che gli ostiensi non abbiano avuto vasta scelta di candidati, fra cui spiccavano diversi nomi slegati dai partiti tradizionali e su cui gli elettori avrebbero potuto convogliare la loro scelta, sia per sfiducia verso la “vecchia politica” che per protesta. Né si può sostenere che non sia stata portata avanti una campagna elettorale, almeno quantitativamente, adeguata: moltissimi erano, infatti, i banchetti dei vari partiti sparsi sul territorio, i volantini e i programmi distribuiti e le informazioni dispensate dai vari organi di stampa locali e nazionali, dalla carta stampata ai programmi televisivi.

Sicuramente tutti i candidati hanno subito una campagna diffamante e avvelenata, portata avanti dai soliti noti, che hanno ridotto il dibattito politico, a tutti i livelli, al semplice discredito dell’avversario e all’insulto libero, contribuendo massicciamente ad allontanare ulteriormente i cittadini, già sommersi dai problemi e in una condizione tutt’altro che serena, dalla partecipazione politica.

Neanche gli ultimi fatti avvenuti, fra testate, marce antimafia, seggi presidiati dai militari e riflettori accesi hanno contribuito a far affluire i cittadini alle urne, ma tutta questa attenzione pare essere stata non determinante riguardo i dati dell’affluenza che, appunto, sono stati più o meno gli stessi registrati al primo turno, quando il “caso Ostia” non era ancora esploso.

A conti fatti, dunque, l’elezione di Ostia sembra a tutti gli effetti un vero e proprio default del sistema democratico: solamente un cittadino e mezzo su dieci ha deciso chi sarà il presidente e da chi sarà composta la maggioranza del consiglio municipale.

Una minoranza al potere, dunque, quella emersa dalle consultazioni, che mette in discussione il principio stesso su cui si basa ogni democrazia, il quale non prevede di certo il governo dei pochi sui molti, ma viceversa.  Un dato preoccupante se si vuole considerare il litorale romano come un campione statistico, non proprio ristretto, da estendere su scala nazionale: il rischio è quello di veder crescere ulteriormente un divario, già ampissimo, fra i cittadini e gli organi deputati a rappresentarli; quello che l’Italia, cioè, diventi una terra di nessuno in cui lo Stato ha la sola funzione di “tenere insieme” sessanta milioni di individui totalmente sconnessi dalla loro realtà collettiva e facile preda di chiunque riesca a colmare un enorme vuoto politico venutosi a creare con l’inizio di quella che, da alcuni, è stata chiamata la “fine della seconda repubblica”. Un vuoto che appare, oltre che politico, anche culturale e che, se non colmato, potrebbe andare a configurare un pericolo ancora peggiore, quello del caos e dell’anarchia sociale.

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