Leggere le idee è un problema

di Paolo Maioli.

Leggere le idee è un problema grosso: non a caso, infatti, quando si vuole criticare la costruzione ideologica di una ricetta politica o economica, si fa confusione tra dottrine completamente opposte a causa della liquidità politica che genera ideologie ibride. Basti pensare alle vulgate contro l’Unione Europea.

I critici più feroci (tra i quali il sottoscritto) la designano come una creazione connessa al liberalismo economico, andando però fuori strada. Non per ignoranza, ma per l’inganno intrinseco che vi è alla base, perché Bruxelles, prima che sui portafogli, frega sulle idee.

Il liberalismo (di destra) non è quella roba lì: l’euro non ha nulla a che vedere con il pensiero di Hayek o Einaudi (tutti quanti schierati per le monete concorrenti), ma è più riconducibile ad una pianificazione socialista (per citare Nicola Porro: con l’euro si è reso Reggio Calabria uguale alla Baviera).

Poi, certo, si può – e secondo me si deve – criticare l’apertura indiscriminata dei confini a merci e persone. La prima è certo frutto del liberalismo, la seconda invece, no. Anzi. Viene dalla dottrina marxista secondo cui non esistono confini e Stati ma solo il proletariato che deve riunirsi per combattere il capitalismo.

Quanto invece all’eccessiva pressone fiscale, anche qui, si dà la colpa al liberalismo, che sì vuole tra i suoi pilastri il pareggio di bilancio (aspetto che non condivido) ma che non lo avrebbe mai voluto inserire così aggressivamente nella Costituzione di un Paese che, storicamente, ha sempre fatto leva su un’elevata spesa pubblica a causa delle schegge comuniste insite nel suo DNA e dell’incompetenza della sua (eccessiva ed opprimente) burocrazia (un feticcio comunista).

È vero, Luigi Einaudi si battè per inserire il pareggio di Bilancio in Costituzione, ma qui sta il punto: se lo avessimo inserito dall’inizio avremmo impostato la macchina statale in un modo completamente diverso. Non di certo firmando il Fiscal Compact che strangola le finanze statali in nome dell’uguaglianza tra gli Stati membri (altro pezzo forte del marxismo).

Preciso, non sto difendendo il debito pubblico ma ipotizzando una soluzione: il debito non è un problema, se sovrano. Vanno ridotti però gli sprechi e le inefficienze connesse alla spesa pubblica. Forse dico l’ovvio, ma sfido chi di dovere a farlo.

C’è poi il mito del progressismo, tema del quale tutti parlano ma pochi sanno davvero cos’è. Il progressismo altro non è che l’utopia massonica (non è complottismo, basta fare un giro sul web o in librerai e leggersi qualche dichiarazione o libro di ex massoni), vale a dire che tutto ciò che può essere fatto dall’uomo deve e può essere permesso. Bello da sentire, un po’ meno se ci pensiamo su.

L’utopia, traducendo giuridicamente il concetto, comporta la legalizzazione di qualunque azione: le leggi su aborto ed eutanasia (che a me piace chiamare per nome: infanticidio ed omicidio) vengono scritte nelle logge e sottoposte all’approvazione dei Parlamenti (pullulanti di massoni). Si leggano le dichiarazioni di Serge Abad-Gallardo, architetto francese che ha trascorso 24 anni come membro di una delle obbedienze più importanti di Francia: Diritto Umano.

Il progressismo viene spesso dipinto come “miglioramento del mondo”, ma è solo la creazione di una società apolide, sradicata, senza morale, in cui l’edonismo e la ragione sono la sola via verso la felicità.

Ma come insegna la storia il progresso non dura mai: celebre è la storia dell’arcivescovo parigino Gobel, grande amante ed inseguitore del progresso del suo tempo tanto da rinunciare al sacerdozio per legarsi agli ideali ateisti della rivoluzione francese tanto da partecipare alla venerazione della dea Ragione in Notre Dame. Venne poi Robespierre e con lui l’ateismo divenne un crimine: la ghigliottina fu la pena per l’arcivescovo.

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