Black Friday, fra scioperi, shopping e contraddizioni

di Alessio Valente.

Oggi, come ogni anno, è arrivato puntuale l’appuntamento con il Black friday, il giorno di shopping compulsivo nato negli Stati Uniti che segue la festa del Ringraziamento e apre il via all’inizio delle spese natalizie.

L’usanza, come tutti sanno, si è poi recentemente sviluppata fino ad espandersi in altri paesi fra cui anche il nostro.
Ed è proprio durante questa giornata che vengono a galla tutte le contraddizioni che permeano la cosiddetta civiltà occidentale.

Oggi, infatti, ha fatto notizia lo sciopero dei dipendenti Amazon di Piacenza, indetto proprio per colpire l’azienda in un momento che dovrebbe essere il più propizio dell’anno. Le ragioni dietro la diserzione dei lavoratori impiegati dalla multinazionale sono molteplici e difficilmente troverebbero la contrarietà di qualcuno; proprietari dell’azienda esclusi, ovviamente.

Non è infatti la prima volta che Amazon fa parlare di sé in relazione ai propri lavoratori: numerosi sono gli articoli in cui ci si può facilmente imbattere facendo una semplice ricerca sul web. “Per Amazon siamo come dei numeri”, “abbiamo paura perfino di andare in bagno”, “sei costretto a correre fra gli scaffali per rispettare i tempi”, “ti senti come una macchina e non più umano”; queste sono solo alcune delle testimonianze che condiscono quanto riportato da giornali e televisioni che hanno affrontato l’argomento in passato.

Un vero e proprio schiavismo moderno, formalmente chiamato lavoro grazie ad una misera paga che arriva a fine mese a chi è costretto a ridursi a percorrere fino a diciassette chilometri al giorno, in media, fra i reparti dei vari magazzini. Ma le recriminazioni degli scioperanti della sede piacentina vertono tutte sugli stipendi e non sulle condizioni di lavoro che, ad un salario maggiore, sarebbero accettate più di buon grado e percepite, forse, come meno disumanizzanti.

Un aspetto che dovrebbe far riflettere su cosa si sia arrivati ad accettare pur di ricevere un magro salario a fine mese e su quali siano le reali condizioni dei giovani, nostri concittadini e non solo. Un altro dato che fa riflettere, è che solo il sessanta percento dei lavoratori, a detta dei sindacati, ha aderito allo sciopero: tutti dipendenti a tempo indeterminato; fra i lavori precari, invece, nessuna adesione per paura di ricatti o ritorsioni.

Appare evidente come i dipendenti a tempo determinato siano una sorta di ostaggio nelle mani dell’azienda, impossibilitati a far valere qualsiasi diritto e costretti ad accettare qualsiasi condizione imposta, piuttosto che lasciare un reddito per tornare alla disoccupazione.

Considerando quanto sia consistente la fetta di lavoratori precari nel nostro paese, emerge quanto i diritti dei lavoratori siano stati, de facto, eliminati completamente dal mondo del lavoro, sempre più ben identificabile con la più fortunata espressione “mercato del lavoro”.

È così che persino il lavoratore diventa merce, non più una persona con una sua dignità e diritti, ma un semplice valore d’uso temporaneo, da gettare via o sostituire in caso di necessità.

Tutto ciò farebbe riflettere sulla grande sofferenza che la crisi economica, che viviamo ormai da quasi un decennio, ha portato nella vita delle persone e alle fasce più deboli della società, ma dall’altro lato “del bancone” assistiamo in questi giorni a un boom di vendite che, almeno apparentemente, farebbe pensare tutto il contrario.

Il termine “black friday” pare che sia nato perché molti esercizi commerciali passavano dai segni rossi sui libri contabili, indicanti una situazione di perdita, a quelli neri, che invece segnalavano dei guadagni.

Quest’anno infatti, per l’Italia, le stime previste della spesa per gli acquisti natalizi va dagli ottocento milioni di euro stimati dal Politecnico di Milano al miliardo e più previsto dal portale Ebay.

Cifre per acquisti non essenziali che tutto evocano, fuorché una situazione di forte crisi o di contrazione economica, per una spesa media, a persona, che va dai duecentocinquanta ai trecento euro.

Quella che appare come una forte contraddizione, fra disperazione di lavoratori pronti a tutto pur di guadagnare qualche centinaio di euro al mese e acquisti massicci che soddisfano più dei capricci che delle esigenze, lascia intendere che a guadagnare da questo gigantesco incremento delle vendite siano i pochi grandi proprietari di multinazionali e grandi catene.

E se certamente non c’era bisogno di aspettare una data simbolica come il black friday per rendersene conto, è altrettanto vero che proprio in questi giorni il fenomeno emerge con un’evidenza tale da impedire di sottrarsi a una riflessione sui fenomeni che caratterizzano l’occidente contemporaneo: la presenza di poteri economici fortemente oligarchici, un netto divario, destinato a crescere, fra “ricchi e poveri” e la perdita di valori costruttivi e priorità come la famiglia o la progettazione del futuro, in favore del consumo effimero e della dissolutezza.

Che tutto ciò preceda e prepari, infine, alle celebrazioni natalizie che da millenni rappresentano uno dei momenti più sacri dell’anno è molto simbolico.

“Avete fatto del mio tempio il vostro mercato”, disse qualcuno.

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