Reagan, un Presidente tra ultraliberismo e anticomunismo

di Pietro Freda.

Ronald Wilson Reagan è stato il 40° Presidente degli Stati Uniti D’America. In carica dal 1981 al 1988, è stato uno dei Presidenti che ha maggiormente influenzato la storia recente e uno dei più amati negli Stati Uniti. Repubblicano, i suoi due mandati furono caratterizzati in economia da una forte impronta liberista, e in politica estera da una netta contrapposizione all’Unione Sovietica nell’ambito della guerra fredda nel suo primo mandato.

Nasce il 6 Febbraio 1911 a Tampico, un paesino dell’Illinois, da una famiglia molto umile (il padre era commesso di un negozio). Dopo vari spostamenti, nel 1920 si trasferisce con la famiglia a Dixon, una città più grande, sempre nell’Illinois. Prima di laurearsi nel 1932 in economia e sociologia aveva svolto anche il mestiere di bagnino; dopo la laurea fa inizialmente il cronista di Baseball e poi inizia una carriera di attore di medio livello. Si sposa per la prima volta nel 1940 con l’attrice Jane Wyman, da cui divorzia otto anni dopo. Nel 1952 si sposa con Nancy Davis, con cui dividerà il resto della sua vita.

Politicamente Reagan nasce democratico, era infatti ammiratore di Franklin Delano Roosvelt. La sua “conversione” avviene negli anni ’50, quando, in piena Guerra Fredda si convince sempre di più del coinvolgimento dei comunisti nel mondo del cinema statunitense, testimoniando addirittura davanti alla Commissione per le Attività Antiamericane. Già nelle elezioni del 1952 fa parte del gruppo dei democratici che chiedono a Eisenhower di candidarsi per il Partito Democratico, cosa che invece non avviene, con l’ex generale che diventa Presidente con i Repubblicani.

Nel 1962 aderisce ufficialmente al Partito Repubblicano, convinto che questo è quello che può meglio respingere l’offensiva “rossa”. Nel 1966 inizia la sua vera carriera politica, quando viene eletto Governatore della California. Tra gli Stati tradizionalmente più progressisti degli Stati Uniti, la California è anche l’epicentro della contestazione giovanile, all’Università di Berkeley, dove in quegli anni ci saranno numerose manifestazioni di protesta degli studenti con cui Reagan si scontrerà per ristabilire l’ordine. Nel 1968 tenta di conquistare la nomination alle primarie del Partito Repubblicano, ma viene sconfitto da Nixon, così come nel 1976 viene battuto dal più moderato Gerald Ford. Rimane comunque governatore della California fino al 1975.

Nelle primarie del 1980 riesce finalmente ad aggiudicarsi la candidatura con i Repubblicani, e nelle elezioni presidenziali del 4 Novembre, batte il presidente uscente Jimmy Carter, con il 50,9% della preferenze e vincendo in 43 stati su 50.

Reagan è il Presidente più anziano ad essere eletto (ha 69 anni). Eredita un America che viene da un decennio, quello degli anni ’70, difficilissimo: prima la crisi petrolifera, poi l’umiliante sconfitta nella guerra del Vietnam e per finire la crisi degli ostaggi in Iran, che ha contribuito notevolmente a screditare la Presidenza Carter, improntata al pacifismo e ai diritti umani.

Reagan, già dalla campagna elettorale e sin dall’inizio della sua presidenza, fa leva su quelli che sono i tradizionali valori americani: Dio, la Patria, l’individualismo e la libera iniziativa economica, unita all’avversione per lo stato sociale, giudicato troppo invadente per i cittadini.
Per la serie “la storia si ripete”, come avvenuto lo scorso anno con l’elezione di Donald Trump, la grande stampa lo considera rozzo e ignorante, non adatto a fare il Presidente. All’indomani della sua elezione, l’Unità (allora molto letto, era il quotidiano del PCI) scrive: “Un’America delusa e in crisi esprime un voto essenzialmente negativo: inquietudine nel mondo per la vittoria di Reagan”.

Una delle sue frasi più famose è “lo Stato non è la soluzione: è il problema”. Ed infatti, la sua politica economica, la cosiddetta Reaganomics, influenzata dalle idee neo-liberiste di Milton Friedman, consiste principalmente nella riduzione delle imposte e in forti tagli alla spesa pubblica. Già nel 1981 (quando scampa miracolosamente a un attentato di un folle a Washington) riesce a fare approvare al Congresso un taglio del 25% delle tasse, mentre per contrasto, c’è un netto rialzo della spesa militare, nell’ottica della guerra fredda con l’URSS.

Le misure economiche hanno il merito di rivitalizzare l’economia americana: se fino al 1982 persiste la recessione, dall’anno successivo la crisi viene superata e fino al 1990 la crescita sarà ininterrotta, con l’esplosione di alcuni nuovi settori come l’informatica. L’inflazione scende dal 13% del 1980 al 4% del 1984, e la disoccupazione, dal 10% del 1982 al 5,4% nel 1988 . In quegli anni il Paese supera dunque la crisi, nasce la nuova classe sociale degli “yuppies”, i giovani professionisti rampanti usciti dalle università di Harvard, Yale o Princeton, l’esempio lampante è il giovane broker Bud Fox del film “Wall Street” del 1987. A contraltare di tutto questo aumenta il divario tra ricchi e poveri, soprattutto a causa dei forti tagli allo stato sociale.
L’altra caratteristica della Presidenza Reagan è il forte anti-comunismo. Tante le sue frasi celebri in questo senso: “Comunista è qualcuno che legge Marx e Lenin, anticomunista è qualcuno che li capisce”; Dicono che ci siano due posti dove il comunismo funziona: in cielo, dove non ne hanno bisogno, e all’inferno, dove ce l’hanno già”. Nel 1983 definisce i regimi comunisti come “l’Impero del Male”, contrapposti a un America che ha invece il compito di portare la libertà nel mondo.

Dopo che il decennio degli anni ’70 era stato quello della distensione, il neo-presidente fa subito capire di voler adattare ben altro approccio con l’URSS, facendo di nuovo guadagnare all’America il primato militare, messo in discussione dalla dolorosa sconfitta in Vietnam. Da qui inizia una corsa al riarmo militare senza precedenti negli USA, che fece tra l’altro schizzare alle stelle il debito pubblico statunitense. In ogni caso, questa politica ebbe il merito di mettere sotto pressione l’URSS, che già al collasso dal punto di vista economico, dimostrò di non sapere reggere questa corsa agli armamenti; questa fase è decisiva per il disfacimento dell’Unione Sovietica che avverrà pochi anni dopo.

Rieletto trionfalmente nel 1984 (vince in 49 stati su 50) il secondo mandato è caratterizzato da alcuni scandali, tra cui l’Irangate, cioè la vendita di armi in segreto all’Iran (che aveva l’embargo per la guerra con l’Iraq) per finanziare i Contras in Nicaragua (un movimento controrivoluzionario armato che combatteva il governo in carica non gradito agli USA) e altri interventi in politica estera come i bombardamenti alla Libia e l’intervento in Libano.

Il secondo mandato è caratterizzato però soprattutto dalla distensione con l’Unione Sovietica, favorita anche dal suo nuovo leader Gorbaciov, più giovane e aperto al dialogo con l’Occidente rispetto ai suoi predecessori. Reagan abbandona i toni aggressivi dei primi anni di presidenza, e si incontra con Gorbaciov sia nel 1985 a Ginevra che nel 1986 a Reykjavik, inaugurando la fase di disgelo tra le due superpotenze, in cui l’argomento principale è la riduzione degli armamenti strategici e la non proliferazione del nucleare.
Accordi che poi vengono sanciti nello storico incontro a Washington del 8 dicembre 1987, quando i due capi di Stato firmano uno storico accordo sulla riduzione degli armamenti missilistici in Europa.

Secondo alcuni storici, questa è la data che segna di fatto la fine della “Guerra Fredda”, cui Reagan contribuì in modo decisivo, nonostante al momento della sua elezione fu giudicato incapace e inesperto dai mass-media di sinistra, a conferma di un certa “superiorità morale” che ha radici profonde in determinate categorie.

A conferma del suo operato, lasciò con un indice di gradimento alto, che spianò la strada all’elezione del suo vice presidente George Bush alle elezioni presidenziali del 1988.

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