Holodomor – a 85 anni dallo sterminio del popolo ucraino perpetrato dall’URSS

di Alessio Melita – in collaborazione con i nostri amici di Teseo.

Come ogni quarto sabato di Novembre, si è tenuta la commemorazione dell’85esimo anniversario dell’Holodomor, il grande sterminio del popolo ucraino perpetrato dal regime comunista di Joseph Stalin.

Holodomor è un termine che ai più non dice molto. Ma in est Europa questa parola è simbolo di una delle più grandi catastrofi umanitarie della storia. Un’atrocità organizzata in modo scientifico e disumano. Scientifico e disumano come l’ideologia che ne fu alla base, ovvero il comunismo. Il termine Holodomor deriva dall’espressione ucraina moryty holodom (Морти голодом), che significa “infliggere la morte attraverso la fame”. L’abominebole strage consumatasi tra gli anni ’20 e ’30 e perpetrata dal regime comunista ha avuto modo di rimanere taciuta grazie allo strapotere culturale che la sinistra ha sempre potuto vantare in Occidente, ovvero grazie al supporto di quegli “utili idioti” di cui Lenin parlava riferendosi ai sostenitori del comunismo nei paesi occidentali.

L’origine dello sterminio degli ucraini perpetrato dal regime di Joseph Stalin sono da ricercare nell’elaborazione dei folli progetti economici elaborati dal dittatore comunista. Nella seconda metà degli anni ’20 del XX secolo, Stalin decise di avviare un processo di trasformazione radicale della struttura economica e sociale dello stato sovietico, allo scopo di fondare un’economia e una società completamente regolate dal Partito Comunista: la ricchezza prodotta dall’agricoltura doveva essere interamente reinvestita nell’industria, il nuovo motore dell’economia pianificata. A partire dal 1927 Stalin dispose che le terre venissero unificate in cooperative agricole (Kolchoz) o in aziende di stato (Sovchoz), che avevano l’obbligo di consegnare i prodotti al prezzo fissato dallo stato.

Affinché il processo si realizzasse compiutamente, le terre e tutta la produzione dovevano passare sotto il controllo dello stato. Mentre Stalin, imbevuto del materialismo storico del marxismo-leninismo, elaborava i suoi piani economici, la realtà quoitidiana dei semplici contadini ucraini stava per essere sconvolta per sempre. Oltre l’80% della popolazione ucraina era infatti costituita da contadini, piccoli proprietari terrieri, i kulaki. Nell’attività agricola di questi uomini si era forgiata l’identità culturale degli ucraini, il loro legame con la terra era sacro. Qualcosa che i comunisti non potevano tollerare. Le politiche di collettivizzazione del territorio dovettero dunque cozzare con le resistenze dei contadini ucraini che non volevano essere espropriati della terra. Procedette così in modo parallelo alla collettivizzazione la spietata dekulakizzazione, condotta con metodi violenti e brutali. Negli anni quaranta Stalin disse al primo ministro inglese Winston Churchill che erano stati messi sotto accusa 10 milioni di kulaki e che “la gran massa era stata annientata”, mentre circa un terzo era stato mandato nei campi di lavoro. Nel biennio 1930-1931 circa 2 milioni di contadini furono deportati. Il termine kulak iniziò ad essere applicato senza distinzione contro chiunque fosse contrario alle folli opere di collettivizzazione.Deportazioni, esecuzioni ed internamenti nei gulag furono massicciamente utilizzati contro i contadini ucraini. Questi risposero con forme di resistenza passiva, si arrivò a nascondere le provviste nel tentativo di rallentare i processi di collettivizzazione attuati dai comunisti. Iniziarono così le requisizioni, venne introdotta la pena di morte per chiunque venisse trovato in possesso di riserve di cibo dello stato. “Per eliminare i kulaki come classe non è sufficiente la politica di limitazione e di eliminazione di singoli gruppi di kulaki […] è necessario spezzare con una lotta aperta la resistenza di questa classe e privarla delle fonti economiche della sua esistenza e del suo sviluppo”. (Josif Stalin)


Brigate della GPU e dell’NVKD battevano il territorio requisendo tutto il cibo che trovarono nelle case dei contadini. Attorno ai villaggi fu imposta la Quarantena. Nel biennio 1932-1933, malgrado fosse prevedibile che la rendita agricola era stata pesantemente inficiata, le richieste di grano e cereali per i centri industriali furono aumentate. E quando, logicamente, il raccolto si rivelò inferiore alle aspettative il regime sovietico inasprì le politiche di repressione contro i contadini. Fu un dramma. La gente iniziò a morire di fame e fu l’inizio della fine. La carestia si abbattette sull’Ucraina, quella che un tempo era una regione florida e prosperosa.


I racconti di questo terribile evento sono agghiaccianti “Tutto il raccolto ci veniva requisito. C’era gente che andava nei campi a cercare tane dei topi, sperando di trovare misere quantità di grano messe da parte da loro», ricorda Mykola Karlosh, testimone oculare di quei tempi. Era facile trovare cadaveri di contadini morti per strada, mentre erano alla ricerca di cibo; si mangiavano tutti gli animali possibili, quando non erano gli animali a mangiare i poveri resti degli umani;  l’orrore al solo pensiero della più indicibile delle risposte alla fame, il cannibalismo: «Molte persone morivano, allora. Giacevano per strada, per i campi, galleggiavano per i corsi d’acqua. Mio zio abitava a Derevka – morì di fame e mia zia impazzì – mangiò il proprio figlio. A quel tempo, non si potevano sentire i cani abbaiare – erano stati mangiati tutti», ricorda Galina Smyrna, una sopravvissuta.


“… Da un lato milioni di contadini affamati, i loro corpi spesso gonfiati dalla mancanza di cibo, dall’altro soldati, membri della GPU che eseguiva le istruzioni della dittatura del proletariato, avevano attraversato il paese come uno sciame di locuste e portato via tutto ciò che era commestibile: avevano fucilato o esiliato migliaia di contadini, a volte interi villaggi, avevano ridotto parte del la terra più fertile del mondo per un deserto malinconico. ” Malcolm Muggeridge – corrispondente straniero britannico, “La guerra ai contadini”, Rassegna quindicinale, 1 maggio 1933


“Ho visto devastazioni della carestia del 1932-1933 in Ucraina – orde di famiglie con stracci che accattonavano alle stazioni ferroviarie, le donne che si alzavano fino alle finestre dello scompartimento con i loro marmocchi affamati, che, con arti ridotti a bacchette, grandi teste cadenti e pance gonfie, sembravano embrioni di bottiglie di alcol ». Arthur Koestler, The God That Failed.


I racconti sono infiniti. Racconti di bambine ucraine i cui piccoli corpicini ridotti a scheletri si trascinano per le strade, racconti di carcasse morenti che inondano il paesaggio e storie di un popolo, quello ucraino, sottoposto ad una barbarie senza precedenti. Storie di sofferenza, di drammi e di morte. Storie di padri e madri che vedono I propri figli morirgli tra le braccia per gli stenti. Storie di persone ridotte ad involucri vuoti, storie di cannibalismo che si preferisce risparmiare a chi sta leggendo questo articolo. Storie che costituiscono una memoria negata. Quella memoria che il regime comunista ha cercato di cancellare per ripulire le pagine della storia macchiate dal sangue di Milioni di innocenti. Milioni di uomini, donne e bambini.


Il bilancio delle vittime di questa immane tragedia è fonte di discussione, studi accademici però parlano di un numero che oscilla dai 4, 5 ai 7 milioni, con una perdita di popolazione di 4 milioni di unità ed oltre un milione di nascite venute a mancare. Un vero e proprio olocausto, le cui vittime furono europei bianchi ed i cui carnefici furono i comunisti tanto acclamati dalle sinistre occidentali. Avere una stima precisa di quanti sono morti è impossibile, l’URSS ha fatto di tutto per Nascondere queste atrocità e nel farlo ha trovato la complicità delle élite culturali occidentali cosmopolite e progressiste. Quando le notizie del genocidio iniziarono a giungere in Occidente, i commentatori si affrettarono a bollare tutto come “menzogne fasciste”. Scriverà Eugene Lyons, corrispondente della Moscow United Press dal 1928 al 1934: “… [I nostri rapporti] sono serviti allo scopo di Mosca di nascondere i fatti per il riconoscimento di una situazione che, se avessimo riferito in modo semplice e chiaro, avrebbe potuto suscitare abbastanza scalpore nell’opinione pubblica all’estero per agire in modo da fermare questa situazione. La stampa era colpevole di aver collaborato a nascondere la verità al mondo. ” (Assignment in Utopia pp. 572-573)


Grande oggetto di dibattito storiografico è l’intenzionalità nello scoppio della “carestia indotta”. Ci si divide tra chi definisce quella come una carestia indotta di proposito per spezzare le resistenze dei contadini ucraini alla collettivizzazione e chi parla di semplice “errore di calcolo” nella stesura dei folli piani quinquennali. D’altronde, si sta parlando di Joseph Stalin, colui che disse “Un morto è una tragedia, milioni di morti sono una statistica”. Per avere una risposta a questa domanda bisogna anzitutto capire quali eventi portarono all’Holodomor ed il modo di approcciarsi dell’ideologia marxista al mondo contadino. Forse l’holodomor fu l’apice del grande equivoco mai risolto dell’ideologia comunista, ovvero quello dell’affermazione di un ideologia che odiava fortemente il mondo rurale in un contesto dove la realtà rurale era predominante. Del resto la posizione ideologica dello stesso Joseph Stalin lascia pochi dubbi a livello storico sulla questione Ucraina e più in generale sull’odio del comunismo nei confronti del mondo contadino “Gli agricoltori presentano da soli la forza fondamentale del movimento nazionale: senza agricoltori non può esserci un movimento nazionale forte, questo è ciò che intendiamo quando diciamo che la questione nazionalista è, in realtà, la questione degli agricoltori”. (Il Marxismo e la questione Nazional-coloniale). Storicamente parlando, un altro grande esempio dello scontro tra comunismo e contado fu l’antonoviscina, la rivolta anticomunista di Tambov di cui è possibile trovare informazioni dettagliate in questo link.

Peggio, la memoria di questo evento in est Europa è stata lungamente osteggiata dai partiti politici filorussi e dalla Russia di Putin, governo che si sta battendo molto nella difesa del macabro retaggio sovietico in funzione antioccidentale. Solamente grazie alla progressiva fuoriuscita dell’Ucraina falla sfera d’influenza russa l’holodomor è diventato un argomento conosciuto e trattato.

Urge una ripresa della ricerca storica sugli efferati crimini compiuti dal comunismo nei confronti dei popoli dell’est per evitare che simili drammi non accadano più.

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