Meno male che vinse il NO – un anno dopo

di Manuel Di Pasquale.

Tra pochi giorni ricorre il primo anniversario dalla consultazione referendaria costituzionale del 4 dicembre.

In quella data, il risultato è stato secco: il NO ottenne circa il 60% di preferenze, il Sì si attestò al 40%.

Molti hanno additato la causa della bocciatura a Matteo Renzi. Nei primi sondaggi il Sì conduceva con percentuali opposte a quelle finali, ma l’ex Presidente del Consiglio la buttò sul personale: se la legge di revisione non passa, me ne vado. Sì, aveva promesso di lasciare la politica, non solo il ruolo di Presidente del Consiglio.

Alcuni, quindi, hanno preferito apporre la loro spunta sul NO per mandare un segnale al segretario del PD, senza consultare nel merito la riforma.

Tralasciando ciò, l’importante è stato il risultato finale.

A distanza di un anno, perciò, vi sono ancora motivi per gioire:

Senato

La riforma non avrebbe eliminato il Senato ma l’avrebbe stravolto. Intanto, il punto centrale ruotava attorno al superamento del bicameralismo paritario, poi i senatori sarebbero passati da 315 (o fino ad un massimo di 320) a 100. Non che la riduzione delle “poltrone” sia un male, ma lo sarebbe stata la struttura camerale che ne sarebbe seguita: 95 provenienti da enti locali, di cui 74 dai consigli regionali e 21 sindaci (doppi incarichi); 5 senatori nominati dal PdR in carica per 7 anni in luogo dei senatori a vita (anche se quelli attuali sarebbero rimasti lo stesso con un incarico vitalizio), anche se i futuri PdR uscenti sarebbero diventati comunque senatori a vita.

Perché è un punto cruciale? Il Senato rappresenta lo scoglio su cui molte proposte di legge si sono arenate. La Legge Cirinnà è uscita ridimensionata proprio per l’ostruzionismo del Senato, lo Ius Soli parte in svantaggio proprio per la mancanza di appoggio in Senato e il ddl Fiano rischia di fare la medesima fine proprio perché dovrà essere discusso in Senato e pare non avere i numeri necessari per l’approvazione. Il motivo? Il Senato, a differenza della Camera, viene eletto su base regionale, quindi, a meno che non vi sia un partito o una coalizione che ottenga più del 50% dei consensi alle urne per il rinnovo della “camera anziana”, rappresenta il luogo del compromesso, di quello che sorveglia la Camera dei Deputati, di quello che decide la vita o la morte dei disegni di legge.

Combinato disposto Italicum-Camera

È un punto che non ha bisogno di essere affrontato, visto che la legge elettorale conosciuta come Italicum è stata bocciata dalla Corte Costituzionale. Però, per certi versi, la riforma sembrava essere concepita per andare a braccetto con il sistema elettorale: il partito vincente al ballottaggio, senza una reale maggioranza preferenziale, si sarebbe trovato con la maggioranza assoluta dei seggi, senza una seconda camera che avrebbe potuto bocciare le sue proposte. In altre parole: col solo 30% del primo turno, il partito vincente avrebbe avuto la maggioranza dei seggi della Camera e, senza Senato, avrebbe potuto legiferare tutto ciò che gli sarebbe convenuto. Per fortuna, sia l’Italicum sia la riforma costituzionale si sono arenate.

Quote rosa

Lungi da me portare avanti istanze misogine e discriminatorie, ma tutto ciò che inizia con “quote”, per me, è una presa in giro: si predilige qualcuno per una semplice caratteristica fisica invece del merito personale e intellettuale.

Navette

Leggi lente? Dipende da quali: quelle di iniziativa parlamentare, senza alcun dubbio, lo sono. Anzi, quelle di provenienza dalla Camera: servono in media circa 10 mesi perché la legge passi. Provenienti dal Senato, invece, una media di 7 mesi. Per le leggi di iniziativa popolare circa 9 mesi e mezzo. Per quelle di iniziativa governativa (non DL convertiti e Dlgs) meno di 3 mesi. Perché? Per le cosiddette “navette”: se vi è una modificazione, torna all’altra Camera. Però, le navette sono essenziali proprio per mettere d’accordo tutti ed evitare che le proposte siano frutto di una sola fazione politica. Proprio per questo quelle di iniziativa di un deputato sono le più lente: in Senato, dove non vi è una maggioranza organica, impiegano più tempo per essere discusse.

Leggi di iniziativa popolare

Memorizzate il dato che ho scritto nel precedente paragrafo: le leggi di iniziativa popolare ci mettono addirittura di meno per essere approvate rispetto a quelle di iniziativa di un deputato. Cosa prevedeva la riforma costituzionale? L’aumento delle firme necessarie per presentare una lip ad una delle due camere, da 50000 a 150000. In tutto questo, vi era stato aggiunto: “La discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”, rimandando quindi a futuri regolamenti che, in teoria, avrebbero assicurato la loro discussione. Però, dai dati diffusi, sembrerebbe che le lip vengano approvate già in maniera relativamente veloce.

Competenze Stato-Regione

All’articolo 117 sarebbero sparite le materie concorrenti. In materia di rapporto tra Stato e Regione vi sono tre tipi di competenza: esclusiva dello Stato, concorrente e residua (ovvero di competenza esclusiva regionale). Le materie concorrenti sono necessarie, perché lo Stato fissa le direttive e la Regione, in base alle sue disponibilità, le mette in pratica. La riforma invece prevedeva un secco taglio nei rapporti tra i due enti, che avrebbe fatto venire meno un legame collaborativo.

Renzi

Non c’entra nulla con l’analisi della riforma, ma un Presidente del Consiglio che, pur di vincere a questa consultazione, si è mostrato persino su Rolling Stone per parlare ai gggiovani della sua proposta sembrava un preludio ad una sorta di romanzo distopico. Berlusconi, per la propaganda relativa alla consultazione referendaria del 2006, apparve poco e nulla sui vari mezzi di comunicazione. Poi, Renzi ha commesso un “harakiri”: aveva la vittoria in tasca, ma per il suo ego si è giocato tutto. Ha anteposto la “legittimazione popolare” alla riforma. Inoltre, ha mostrato una coerenza a metà nella sconfitta: ha perso e si è giustamente dimesso, ma non si è ritirato dalla politica. Anzi, è tornato in pompa magna alle primarie del suo partito e, in mancanza di avversari forti, ha vinto e si è ripreso la carica di segretario del PD. Tutto questo nel giro di pochi mesi.

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