Vademecum per l’apologia del comunismo

di Manuel Di Pasquale.

In tempi di dibattito sull’apologia del fascismo, qualcuno chiede anche il reato di apologia del comunismo.

La solita risposta dei rossi è questa: “Perché in Italia non vi è mai stato un regime comunista”. La frase usata a slogan da questi, in termini storici, è giusta, ma non può essere una replica corretta a livello morale.

Allora: negli anni della guerra civile (la “Liberazione” la combattevano altri) e subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, i combattenti più estremisti delle formazioni comuniste italiane attuarono dei veri e propri piani di pulizia ideologica, volta ad eliminare persino i partigiani democristiani e azionisti, per coronare il sogno di rimpiazzare il regime fascista con un regime filo-sovietico. Non a caso, l’eccidio di Porzus è uno dei casi emblematici. Altri atti a sostegno di ciò si verificarono nel “triangolo della morte”, nella rossissima Emilia-Romagna: non solo fascisti o presunti tali, ma anche chi non condivideva le ideologie comuniste fu vittima di efferati crimini, a guerra finita. Non a caso, qualcuno tende a credere che l’amnistia di Togliatti fu concessa per scagionare quei “partigiani” rossi che in quegli anni stavano compiendo veri e propri crimini contro l’umanità.

Negli anni della Prima Repubblica, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, gli animi si placarono: persino i reduci della Repubblica Sociale Italiana si integrarono nel nuovo sistema repubblicano. Calma durata fino agli inizi degli anni ’70, periodo in cui molti sono soliti indicare come preludio agli Anni di Piombo (datazione tradizionale 1970-1985). In quel clima di terrore ci fu chi si nascose dietro slogan tipici di chi non ha morale: “uccidere un fascista non è reato”. Per colpa di folli che credevano a questa schifosissima idea persero la vita giovani ragazzi come Sergio Ramelli, Francesco Cecchin e Mario Zicchieri, per il mero fatto di essere missini. Oltre a ciò, per colpa degli stragisti rossi, persero la vita uomini autorevoli che con il movimento di destra sociale non avevano nulla a che vedere: esempi lampanti sono Aldo Moro, esponente della DC ucciso dalle Brigate Rosse, ed Emilio Alessandrini, magistrato assassinato da membri di Prima Linea.

Detto ciò, nel mondo ci sono stati vari paesi che hanno subito l’ideologia comunista, che ha lasciato loro morte e miseria. Si stimano in circa 100 milioni le vittime del comunismo, di cui almeno 60 nella sola Cina maoista. Pochi giorni fa ricordavamo l’Holodomor, genocidio del popolo ucraino perpetrato dal regime stalinista.

Basta una semplice visione del mondo per capire che dove sono passati falce e martello non hanno lasciato ricchezza e prosperità.

Quindi, vale ancora dire “perché in Italia non abbiamo avuto un regime comunista”?

La butto sulla stessa logica: Renato Vallanzasca a me, personalmente, non ha fatto nulla. Perché dovremmo condannarlo?

Se si vuole prendere le distanze dagli estremismi bisogna prenderle da tutti, non solo da quelli che fanno comodo.

Però, in Italia, ormai si consegnano “patenti di antifascismo”, mentre se si ricorda l’anticomunismo, condannando quell’idea che metterebbe in ginocchio tutta la logica rotante attorno allo Stato Sociale, si viene spernacchiati. Perché, in fondo, il comunismo è un’ideologia che pone le sue basi sull’invidia socio-culturale, dove il comunista, invece che impegnarsi per migliorare la sua situazione, vuole buttare giù chi si è rotto il culo per arrivare in alto. Invidia che, di questi tempi, viene vista di buon occhio..

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