Il futuro del giornalismo? Non stare sul pezzo

di Alessio Valente.

Sono passati diversi anni ormai da quando, in ambito giornalistico, ci si pose il problema della diffusione del mezzo televisivo rispetto alla carta stampata.

Durante quella “lotta” per affermare l’esercizio del cosiddetto “quarto potere”, le riflessioni di chi raccontava al paese lo svolgersi dei fatti attraverso una penna furono svariate: la televisione “stava più sul pezzo” e informava più tempestivamente i suoi spettatori su fatti di cronaca e vita politica.

Parallelamente all’espansione del mezzo televisivo, inoltre, il mondo cominciava già a cambiare se stesso e la percezione delle sue distanze. Sempre più importanti e legate al destino degli europei divennero le notizie proveniente da luoghi estremamente distanti, dalle Americhe al Medio Oriente. Viaggiare fra i paesi diventava sempre più facile e accessibile a tutti, sia per le persone che per l’informazione.

La vita e la sua percezione cominciò così a cambiare, molto lentamente e quasi impercettibile, anche grazie all’affermazione di questo mezzo di comunicazione che collegava ora visivamente parti del mondo molto distanti fra di loro: il dibattito politico si spostò dalle piazze dei comizi agli studi dei salotti televisivi, consentendo un potenziale comunicativo mai visto prima d’ora ai leader, che potevano così arrivare a tutta la nazione senza troppi sforzi, ma svuotando anche di contenuto, sempre gradualmente, quella comunicazione stessa, che cambiò insieme ai mezzi usati per metterla in atto.

Non è difficile, ad esempio, al giorno d’oggi, imbattersi in chi si lamenta dei dibattiti televisivi poiché conditi, ormai, quasi solo esclusivamente da slogan, battibecchi in cui si rimbalzano accuse di ogni genere e un continuo parlarsi sopra fra i vari avversari.

Una comunicazione, dunque, vittima dei tempi televisivi e del sensazionalismo, che ha perso di caratura, riflessività e visione di lungo termine, che tenta di parlare alle pance e punta solo ai risultati di breve periodo.

Ormai consolidatosi il mezzo televisivo a scapito di quello della carta stampata, una nuova era dell’informazione è sorta ed ormai, già da anni, è affermata: l’era del social network.

La battaglia, stavolta, è combattuta proprio dalla televisione, uscita vincente dal confronto col giornalismo classico, e questo nuovo mezzo di comunicazione che porta con sé un bagaglio di contraddizioni e problematiche ancora più importanti e di difficile risoluzione.

Mentre i giornali inseguono l’avvenire modernizzandosi, creando pagine social, edizioni online, titoli accattivanti e trafiletti sempre più brevi e veloci da leggere, la televisione sembra non reggere il passo con il web, almeno fra le nuove generazioni.

Ciò non significa però un rientro in campo, con conseguente rivalsa, del giornale, perché nella nuova era della comunicazione l’informazione è fatta da tutti, specialmente a livello locale. Basta entrare su Facebook, social network per eccellenza, dopo un fatto più o meno eclatante, per trovare testimonianze riportate da chiunque vi abbia assistito.

Così le notizie rimbalzano di bacheca in bacheca e all’interno dei vari gruppi in tempo reale; il web è diventato, oltre che un mezzo per dare le notizie, anche un mezzo per ottenerle pure per il metodo giornalistico. Tutti sono potenzialmente partecipi nel raccontare la cronaca, mentre per quanto riguarda le notizie politiche o di approfondimento, tutti sono partecipi nel commentarle.

Se si va a sbirciare, infatti, fra i commenti agli articoli di questo genere, ci si può molto facilmente rendere conto del fatto che le parole usate per commentare siano esponenzialmente maggiori di quelle utilizzate nell’articolo stesso.

L’epoca dell’informazione 3.0 insomma pare essere l’epoca dei commentatori piuttosto che quella dei giornalisti. Commentatori che il più delle volte, oltretutto, non aprono l’articolo per leggerlo e si fermano al titolo o, peggio ancora, alla persona in questo coinvolta, limitandosi ad esternazioni il più delle volte fini a sé stesse, aprioristiche e non ragionate; commentatori che, ironicamente, sembrano imitare molto fedelmente i battibecchi televisivi a cui hanno assistito per anni. È una sorta di flusso effimero, vittima dell’eterno presente, quello che genera l’informazione odierna; ed un esempio lampante ne è il grandissimo successo delle fake news, che cavalcano il sentimento popolare e i rigurgiti di quelle pance a cui troppo a lungo si è parlato, e che divengono a tutti gli effetti parte di questa nuova comunicazione giornalistica, spesso attirando più attenzioni delle notizie vere.

Quale futuro si prospetta allora per il giornalismo dei giorni nostri? Sicuramente, la miglior strategia dal punto di vista etico, sarebbe quella di non stare più “sul pezzo”.

Frenare l’immediatezza dei tempi moderni per mantenere un certo distacco da quel flusso caotico e disordinato che è la comunicazione moderna.

Dedicarsi più all’analisi che al racconto, prendendo tutto il tempo necessario per verificare e controllare le notizie circolanti, per valutare le reazioni e poter scrivere un argomentazione ponderata, d’insieme.

Tendere, insomma, verso il medio-lungo periodo in un mondo in cui tutto si è concentrato nell’immediato effimero; offrendo, possibilmente, quella aspetto che sta svanendo troppo a causa del tempo e della quantità di informazione: la lucidità.

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