Gerald Ford: Presidente umanamente goffo e sinceramente amato

di Pietro Bassi.

Nella recente storia degli Stati Uniti d’America, ci sono molti presidenti i cui eventi, per l’originalità e fascino sono degni da serie tv: John Fitzgerald Kennedy, Richard Nixon, Jimmy Carter e Ronald Reagan. Uno dei presidenti più affascinanti e meno noti è Gerald Ford, che ha avuto un’incredibile storia personale, sia per il modo in cui è diventato Presidente degli Stati Uniti che per la sua speciale umanità.

La storia di Ford è già dal principio quanto mai singolare. Il suo nome infatti è, in realtà, Leslie Lynch King Junior. Nato nel 1913, a Omaha, Nebraska, fu lasciato dal padre, che spesso picchiava la madre, due settimane dopo la sua nascita, a seguito di una lotta in cui ha minacciato di uccidere il figlio e tata con un coltello. Sua madre sei mesi dopo aver ottenuto il divorzio si sposò nel 1916 con un commerciante del Michigan, Gerald Rudolph Ford. Fu così che ella decise di cambiare il nome del figlio in Gerald Rudolph Ford Junior. Dopo una brillante carriera come giocatore di football presso il College universitario del Michigan, Ford diventò capitano della sua squadra universitaria e si laureò. Egli entrò nella Marina degli Stati Uniti combattendo nella Seconda Guerra Mondiale. Tornò in America nel 1946 e cominciò a fare politica con i Repubblicani, essendo eletto ininterrottamente alla Camera dei Rappresentanti per il V distretto del Michigan dal 1949 al 1973. Ricordiamo che nei suoi sogni non è mai balenata l’idea di diventare Presidente degli Stati Uniti dato che il suo più grande desiderio politico era quello di diventare Speaker della Camera dei Rappresentanti.

Una lunga militanza politica lo ha reso personalità di spicco nel partito, tanto che dal 1965 venne stato eletto come ‘’Majority Whip’’ ossia capogruppo di maggioranza. Carica che mantenne fino al 1973. Ma tranne che in alcune serie TV e poche altre volte nella storia recente degli Stati Uniti, una lunga carriera parlamentare alla Camera dei Rappresentanti non è il modo migliore per raggiungere la Casa Bianca. Gli americani preferiscono i governatori, che hanno già esperienza nella gestione amministrativa, o i senatori che ricoprono una carica molto prestigiosa in quanto rappresenta il vertice del procedimento legislativo. Il mandato, peraltro, del senatore dura sei anni, quello dei deputati solo due.

Trascorrere molto tempo al Congresso, anche allora una delle istituzioni meno amate tra gli americani, significa passare molti anni nelle trattative su questa e quella legge e prendere decisioni che sono addirittura contraddittorie per ragioni politiche. In breve, Ford era un parlamentare esperto, influente e famoso, ma non era considerato un “presidential material” e non aveva mai espresso la sua intenzione di candidarsi.

Ford giunse alla ribalta della scena politica nel 1973, quando il Vicepresidente degli Stati Uniti ed ex governatore del Maryland Spiro Agnew, si dimise dopo gravi accuse di corruzione e riciclaggio di denaro. Il XXV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti richiede che il nuovo Vicepresidente debba ricevere un voto di fiducia del Congresso. L’allora Presidente Richard Nixon, politicamente indebolito dallo Scandalo Watergate, si rivolse ai dirigenti del Congresso per un consiglio e loro risposta fu: o Ford o niente. Ford era considerato abbastanza modesto da non avere debolezze nella leadership o grandi ambizioni personali e i repubblicani del Congresso si fidavano di lui, ottenne l’assenso congressuale ed entrò alla Casa Bianca. Era il 6 dicembre 1973.

Solo che Ford non era in alcun modo il ritratto di uomo politico senza scrupoli e dalla mente calcolatrice. Era un deputato del Midwest, modesto e non carismatico che lo riconosceva apertamente e lo rendeva piacevole e umano. “Sono un Ford, non un Lincoln”, ha disse dopo essere diventato Vicepresidente. “I miei discorsi non saranno mai come quelli di Lincoln, ma farò del mio meglio per essere altrettanto breve e convincente”. Dopo essere diventato Presidente, riconobbe le circostanze straordinarie del momento e disse agli americani: “Sono pienamente consapevole di non avere ricevuto i vostri voti, e vi chiedo di confermare la mia presidenza con le vostre preghiere”.

Decise di concedere l’amnistia all’ex Presidente Nixon e in diretta televisiva in uno dei suoi appelli al popolo americano, disse: “La mia coscienza mi dice che non posso riaprire un capitolo chiuso, che il mio dovere non è solo proclamare la tranquillità tra i nostri confini ma promuoverla. La responsabilità finale è mia e non posso affidarmi ai sondaggi per decidere cosa è giusto fare”. Tale decisione è stata ovviamente molto controversa, ma Ford la difese fino agli ultimi anni della sua la vita arrivando, nel 2001, a spiegare che la grazia era ‘’Il solo modo per concentrarsi sui problemi del paese, non su quelli di Nixon”. Sia Carl Bernstein e Bob Woodward, i giornalisti che hanno portato Nixon alle dimissioni con la loro indagine, definirono la decisione di Ford un atto di coraggio e che i motivi che avevano portato lo stesso Ford a prendere tale decisione erano stati del tutto convincenti. Nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione dopo aver citato una frase del Presidente Truman che nel suo messaggio aveva affermato che lo Stato dell’Unione era buono, Ford dimostrò la sua franchezza e onestà intellettuale nel dire al cospetto del Congresso: “Lo stato dell’Unione non è buono, milioni di americani sono disoccupati. La recessione economica muove la moneta al ribasso determinando prezzi troppo alti e i salari troppo bassi. Il debito pubblico si duplicherà”.

Il suo atteggiamento umile da persona della middle class e l’apertura con cui ha spesso parlato dei suoi limiti, si unirono a siparietti inusuali per un Presidente americano. Nel 1975, per esempio, scendendo la scaletta dell’Air Force One a Salisburgo inciampò goffamente negli ultimi gradini finendo a terra davanti alle autorità schierate in sua trepidante attesa e soprattutto alle telecamere di tutto il mondo. In occasione di una cena di stato alla Casa Bianca con la Regina Elisabetta II d’Inghilterra si trovò a dover ballare con lei confidando poi candidamente: “Ero in continua confusione tra rivolgermi a lei con “Sua Altezza” o ” Sua Maestà”. E le gaffes non erano finite lì perché mentre la Regina era ancora sulla pista, l’orchestra suonò: “The Lady is a tramp”, ‘’la ragazza è una vagabonda sulla strada’’.

In politica estera, l’Amministrazione Ford si concentrò, in particolare sulla ‘’Questione israelo-palestinese’’ che ritengo interessante citare pensando a quando sta succedendo proprio in quell’area così a rischio, dopo la decisione del Presidente Trump di spostare l’Ambasciata americana da Tel-Aviv a Gerusalemme.

Nella seconda metà degli anni 70 durante il conflitto arabo-israeliano, sebbene la tregua iniziale fosse stata attuata per porre fine al conflitto attivo nella guerra dello Yom Kippur, la continua diplomazia delle navette del Segretario di Stato Henry Kissinger mostrò pochi progressi. Kissinger grande stratega della politica estera durante l’Amministrazione Nixon continuò il mandato anche durante quella di Ford. La situazione israelo-palestinese venne considerata “bloccata” e Ford scrisse: “La tattica israeliana ha frustrato gli egiziani e mi ha fatto impazzire”. Durante il viaggio di Kissinger verso Israele all’inizio di marzo del 1975, una missiva di Ford venne inviata al Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin in cui si legge: ‘’Vorrei esprimere la mia profonda delusione per l’atteggiamento d’Israele durante i negoziati. Il loro fallimento avrà implicazioni di vasta portata per la regione e le nostre relazioni. Ho commissionato una rivalutazione della politica americana nella regione, comprese le nostre relazioni con Israele, per garantire che gli interessi generali degli Stati Uniti siano tutelati. Sarai informato della nostra decisione’’.

Il 24 marzo, Ford aggiornò i leader del Congresso di entrambe le parti sulla rivalutazione delle politiche di gestione del Medio Oriente. Essa significava in effetti sollevare o sospendere ulteriori aiuti a Israele. Tra marzo e settembre 1975, gli Stati Uniti si rifiutarono di concludere nuovi accordi di armi con Israele per sei mesi. Rabin osservò che “È stata un’espressione innocente che ha annunciato uno dei peggiori periodi nelle relazioni israelo-americane”. Gli aggiornamenti annunciati scioccarono la comunità ebraica americana e i sostenitori israeliani al Congresso. Il 21 maggio, Ford rimase interdetto quando settantasei senatori americani gli mandarono una lettera che lo invitava a rispondere alla richiesta di Israele di 2,59 miliardi di dollari di aiuti militari ed economici. Ford era davvero infastidito e pensava che la possibilità di pace fosse compromessa. Era dal settembre 1974 cioè dal divieto di armare la Turchia, la seconda grande invasione del Congresso sulle prerogative della politica estera del Presidente. I seguenti mesi estivi furono descritti da Ford come una “guerra di nervi” o “prova della volontà” di Israele.

Ford, ottenne la nomination dalla Republican National Convention del 1976. Quella fu però l’ultima ‘’Contested Convention’’ in quanto contrariamente alla prassi che voleva la ricandidatura del Presidente uscente, in tale occasione venne sfidato in una primaria dall’ex attore e rampante Governatore della California Ronald Reagan, che pur rendendogli la vita difficile ne uscì sconfitto.

Il suo competitor era il commerciante di noccioline americane e Governatore della Georgia Jimmy Carter. In questa campagna elettorale vennero organizzati due dibattiti televisivi dopo un lungo periodo successivo al precedente del 1960 tra Richard Nixon e John Fitzgerald Kennedy. Il primo si risolse con la vittoria di Ford che fece impennare la sua risalita nei sondaggi. Mentre nel secondo dibattito, Ford commise un errore che rallentò la sua ascesa. Sostenne infatti che la Jugoslavia fosse nel blocco del Patto di Varsavia. E ricevette una domanda circa la guerra fredda e l’influenza sovietica in Europa orientale, alla quale rispose: “Non c’è alcuna dominazione sovietica dell’Europa orientale e con una nuova amministrazione Ford non ci sarà mai”.

Nella notte del tre novembre 1976 alle 3:30 del mattino, quando erano 9:30 in Italia, le reti televisive americane annunciarono la vittoria a Carter. I dati elettorali dimostrarono una differenza del 2% fra i candidati che fece di Carter il Presidente eletto con il più ristretto numero di Grandi Elettori dal 1916, in un’elezione che avrebbe dovuto vincere nettamente. Molti storici ritengono ancora oggi che se la campagna fosse durata una settimana o due in, alla fine avrebbe vinto Ford.

Ford lasciò la Casa Bianca con dignità, salutato dallo stesso Presidente Carter che nel suo discorso d’insediamento disse di lui: ‘’Ha guarito la nostra Nazione”. La percezione pubblica dell’immagine di Ford è via via sempre più rafforzata. È stato visto da molti americani divenendo nel tempo come una persona rispettabile, un uomo comune che nonostante non ambisse al massimo potere si sacrificò e spese tutte le sue energie e il suo impegno personale per il bene del Paese.

Gerald Ford morì il 26 dicembre del 2006, all’età di 93 anni: risulta tutt’ora l’ex Presidente ad aver vissuto più a lungo nella storia degli Stati Uniti. Quando ottenne questo record superando Ronald Reagan, quaranta giorni prima di morire e già in precarie condizioni di salute, diffuse un comunicato con queste poche righe: ‘’La lunghezza della vita di una persona importa meno dell’amore della sua famiglia e dei suoi amici. Ringrazio Dio per il dono di ogni alba ma soprattutto per tutti gli anni in cui ha benedetto me, Betty e i nostri figli, insieme alla nostra famiglia e gli amici di una vita. Tra questi conto anche i tantissimi americani che negli ultimi mesi mi hanno ricordato nelle loro preghiere. La vostra gentilezza mi commuove profondamente. Che Dio benedica voi e gli Stati Uniti d’America’’.

La figura di Gerald Ford, dunque, fu proprio per la sua ‘’veridicità’’ e visibile goffaggine quella di uno dei presidenti più amati dagli americani. Perché questo modo di essere faceva trasparire la sua sostanziale svogliatezza nell’essere diventato Presidente. Dovremmo ispirarci quindi al candore rispettabile che Ford, con la sua umanità e normalità era in grado di trasmettere agli americani. Una politica onesta e umana è sempre dalla parte giusta della barricata.

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