Il sogno europeo tra un passato millenario e un futuro incerto

di Valerio Ferri

Cos’è l’Europa?
«L’Europa solo in maniera secondaria è un concetto geografico: l’Europa (…) è un concetto culturale e storico»
Joseph Ratzinger, Europa. I suoi fondamenti oggi e domani

Per parlare di Europa bisogna partire da una domanda, apparentemente banale, ma in realtà fondamentale: cos’è l’Europa? L’Europa è un continente definito ad Est dai Monti Urali, ad Ovest dall’Oceano Atlantico, a Sud dal Mar Mediterraneo, a Nord dal Mar Baltico. Eppure questa netta definizione geografica, leggendo le pagine della Storia europea, non è semplice da tracciare: il confine orientale è stato spostato di centinaia di chilometri nel corso dei secoli, dalle invasioni di Attila all’espansione della Russia comunista; il Mediterraneo non ha mai diviso, anzi, è stato un terreno di scontro e di incontro tra Nord Africa e Sud Europa: nel corso della Storia l’Africa settentrionale ha visto colonie greche e province romane, mentre isole come Malta e Cipro sono passate innumerevoli volte dalle mani dei Cristiani a quelle dei Musulmani e viceversa; stesso discorso per l’Atlantico, da quando gli Europei sono sbarcati sulle coste americane la definizione di “Occidente” ha abbracciato una vasta area del continente americano; anche Israele, come sostenevano alcuni intellettuali di Destra come Adriano Romualdi e Giano Accame, può essere considerato culturalmente e socialmente un paese europeo fuori dall’Europa geografica. Da qui inevitabilmente si deve fare un cambio di rotta: non bisogna parlare di Europa esclusivamente come espressione geografica ma di Europa in quanto identità.

Le grandi ere dell’Europa nella Storia
«Stagioni diverse ma riunite in una successione storica così come sono riuniti nel medesimo tronco gli anelli che, anno dopo anno, ne segnano la crescita: anelli differenti fra loro, nessuno dei quali tuttavia avrebbe potuto esistere senza poggiarsi su quelli precedenti. In questo modo possiamo dire che la Grecia è stata la prima, Roma la seconda, il Cristianesimo la terza radice dell’Europa.»
Adolfo Morganti, La costruzione dell’Europa unita

Gli storici sono concordi nell’individuare nel mondo greco il luogo in cui inizia a precisarsi il germe dell’identità europea. Lo scontro tra Greci e Persiani è un evento fortemente simbolico per la storia europea. Nel 480 a.C. il Re Leonida e i 300 spartani affrontarono un esercito immenso con un rapporto di uomini che la leggenda dice di uno a mille. I Persiani offrirono ai Greci salva la vita se solo avessero ceduto le armi. “Venitele a prendere” rispose Leonida. “Scaglieremo così tante frecce da oscurare il Sole” aveva ammonito Serse. “Meglio, così combatteremo all’ombra” era stata la risposta del Re di Sparta. Quel momento segnava la nascita di una coscienza europea: l’Europa era la libertà delle poleis greche contrapposta alla servitù delle città dell’Asia; l’Europa era Leonida, Re guerriero, che volontariamente combatte e sacrifica se stesso da uomo libero per difendere l’intera Grecia, l’Asia era Serse, Re codardo, che osserva da lontano le sue masse di schiavi scagliarsi contro il piccolo schieramento dei Greci; l’Europa era l’oplita che affrontava il nemico faccia a faccia e moriva sul campo di battaglia, l’Asia era il mercenario che da lontano lanciava frecce sul nemico per poi ritirarsi. Dal mondo greco l’Europa ha ereditato il concetto di polis (città): una comunità formata da molteplici cittadini che condividono un territorio comune e che sono affratellati da valori comuni. Da questo concetto è derivata la politica intesa come elaborazione di idee e di modelli di governo della cosa pubblica.
Con l’evolversi della civiltà romana il bagaglio culturale greco confluisce in una struttura statale unitaria (Monarchia, Repubblica, Impero) e coesa attorno a valori e simboli comuni, a differenza delle poleis greche in continuo contrasto tra loro. Risulta essenziale il concetto di Imperium, il “potere giusto”, non l’autorità di un potente su un suddito, ma una gerarchia (dal greco hieros “sacro” e árkhō “esercitare il potere”) accettata da tutti come giusta in quanto sacra. Il sovrano (Rex, Princeps, Imperator) era tenuto a garantire la prosperità al popolo romano in armonia con le Leggi di Roma e con l’Ordine divino delle cose. E’ da questo concetto socio-religioso che nasce il termine politico “impero”. La progressiva esenzione dell’Impero permise la diffusione del modello culturale e identitario romano in un territorio che ricalcava geograficamente l’Europa meridionale e centrale, l’Asia Minore e il Nord Africa.
Con la suddivisione dell’Impero nelle parti occidentale e orientale nel 395 d.C., nonostante la funzione unificante del Cristianesimo diventato religione di Stato con l’Imperatore Teodosio, cominciò un lungo processo secolare che culminò con la scomparsa definitiva dell’identità europea dai territori extraeuropei. La pars occidentalis, quella europea, se da un lato assisteva ad un rapido decadimento delle forme istituzionali e politiche romane dall’altro vedeva la visione culturale e spirituale cristiana sempre più radicata in regioni europee che non avevano mai fatto parte dei territori di Roma (Irlanda, Scandinavia, Nord-Est europeo): il Cristianesimo aveva unificato a livello culturale e religioso una zona geograficamente molto simile all’Europa dei nostri giorni. Il Mediterraneo divenne un confine non solo geografico ma anche religioso tra Europa e Africa quando l’avanzata islamica del VII secolo d.C. distrusse il cristianesimo nordafricano. La divisione politica tra Occidente europeo e Oriente asiatico divenne culturale e spirituale con lo Scisma d’Oriente e la nascita delle Chiese Ortodosse d’Oriente nell’XI secolo per poi arrivare al definitivo punto di rottura con la conquista turca di Costantinopoli nel 1453.
Con la rinascita dell’Impero in Occidente nel 962 d.C., definito Sacro in quanto cristiano e Romano per sottolineare la continuità con l’Impero di Roma, in Europa il concetto di Christianitas si modellò su quello di Romanitas. L’Europa medievale era una pluralità di nationes divise da confini e spesso in conflitto tra loro, ma l’unità religiosa e culturale di fondo basata sulla visione identitaria cristiana, fonte di potenti forze spirituali, permise ai popoli europei di far fronte comune contro la minaccia orientale più volte: dall’Assedio di Vienna alla Battaglia di Lepanto.

Fascismo, Europa, Rivoluzione
«Allora si ragionava, si pulsava, si combatteva, per essere protagonisti e non per scegliersi un padrone da servire. Si voleva, seriamente si voleva, fare l’Europa come Terzo Soggetto, come centro di resistenza, di potenza e di rinascita. Quell’Europa che si vedeva minacciata nella sua cultura, nelle sue tradizioni e nel suo dna, che si prevedeva invasa e sottomessa e che s’intendeva affermare al fine d’impedirlo, per rovesciare i rapporti di forza e cambiare radicalmente le cose. L’Europa era una necessità storica e biologica: lo avevano capito agli inizi degli anni Quaranta i più avveduti nazionalrivoluzionari: vent’anni dopo lo compresero tutti in quel filone storico-ideale e militante.»
Gabriele Adinolfi, L’Europa, orientamenti e ricerca

Nella prima metà del ‘900 movimenti di stampo fascista nacquero in tutto il Vecchio Continente, erano figli della necessità di arginare due potenze che minacciavano, in primis spiritualmente e ideologicamente, l’Europa: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Il Capitalismo americano e il Comunismo russo rappresentavano, con forme esteriormente diverse ma sostanzialmente uguali, il trionfo della visione dell’uomo egualitaria e materialista su quella eroica e spirituale. Uno dei più precoci sostenitori della necessità di un’Europa unita, nazionale e socialista, fu lo scrittore francese Pierre Drieu La Rochelle, che scrisse: “L’Europa costituirà una confederazione di Stati, altrimenti inghiottirà sé stessa, oppure sarà inghiottita”. Per Drieu La Rochelle l’“ardente desiderio di un’Europa che superi i singoli e sterili nazionalismi” era uno dei requisiti fondamentali per preservare in futuro l’Europa dai pericoli interni ed esterni. Le Waffen-SS furono l’esempio pratico di quella necessità: migliaia di volontari provenienti da ogni angolo d’Europa divisi per lingua e nazionalità lottarono fianco a fianco contro i nemici d’Europa. Emblematici furono gli ultimi giorni di guerra nell’aprile 1945: nello scenario di una Berlino in fiamme poche migliaia di giovani europei tennero testa alle armate di tutta l’Asia lanciando al mondo un messaggio di sfida scritto col sangue. Nel dopoguerra l’ideale di Europa Nazione maturò tra i vinti come moto di rinascita. Il belga Jean Thiriart fondò la Giovane Europa, un movimento che si diffuse in quasi tutta l’Europa Occidentale e con esso il celebre simbolo della croce celtica. Il pensiero europeista di Thiriart fece presa in Italia e ne caratterizzò la destra radicale anche dopo lo scioglimento del movimento europeo: moltissimi circoli universitari neofascisti presero il nome di Nuova Europa e adottarono la croce celtica considerata il simbolo europeo per eccellenza. Lo stesso Movimento Sociale accolse la suggestione europea coniando la formula “Europa Nazione delle Patrie” e il motto “Fascismo, Europa, Rivoluzione”. La necessità di un’Europa come terza forza espressa dai Fascismi tornava negli ambienti neofascisti con una visione più chiara: Usa e Urss erano rivali-complici e si erano divisi il Vecchio Continente grazie agli accordi di Yalta. L’Europa Nazione rappresentava la sola possibilità di abbattere l’imperialismo russo-americano. L’anticomunismo non era sufficiente perché favoriva il capitalismo, l’anticapitalismo non era sufficiente perché favoriva il comunismo: bisognava essere allo stesso tempo contro i Russi e gli Americani.

La destra del III millennio e l’Europa
«Domani… Domani ognuno capirà, qualsiasi speranza o sogno possa nutrire, che la Francia, come ogni altro paese europeo, come l’Inghilterra insulare, come la Germania, non riuscirà a trovare quell’integrità statale, quell’autonomia della personalità nazionale che è parsa negli ultimi secoli di nazionalismo la condizione essenziale per la vita dei popoli. In questo senso non ci saranno né vinti né vincitori. O, meglio, ci sarà una sola vincitrice: l’Europa. L’Europa non può vivere senza patrie e, certamente, morirebbe se osasse distruggerle, perché sono i suoi organi essenziali; ma le patrie non possono più vivere senza l’Europa.»
Pierre Drieu La Rochelle, Idee per una rivoluzione degli Europei

In questi giorni, in Europa, crescono i partiti euroscettici che puntano il dito contro gli errori di costruzione dell’Euro, accusano l’Unione Europea di essere antidemocratica e propongono all’elettore l’uscita dall’Europa come soluzione ai problemi europei. Al centro del programma politico della destra euroscettica si trova il ritorno allo Stato nazionale, concepito come sinonimo di sovranità e di identità. Con il rafforzamento delle forze euroscettiche a discapito dell’europeismo, quale scenario futuro si profilerebbe in seguito ad un’uscita dall’Ue? Questa domanda è la questione sul futuro a cui le moderne forze di destra non sanno dare una risposta. Quest’impotenza intellettuale è dovuta al fatto che la destra euroscettica non ritiene necessario elaborare progetti per il futuro. Regna piuttosto il desiderio di un passo all’indietro per poter correggere gli spiacevoli effetti causati dalle politiche europee degli ultimi tempi. Lo Stato nazionale ha avuto senza dubbio il suo tempo, la sua legittimità e anche i suoi punti di forza. Eppure esso è ormai di fronte alla sua fine. I piccoli stati d’Europa non possono affatto rappresentare un contrappeso rispetto a forze continentali come la Russia o gli Stati Uniti. Solo un’Europa forte e unita è in grado di costituire un blocco economico, politico e culturale tale da poter far sentire la propria voce in uno scenario dominato dalle potenze continentali. Al contrario sarebbe un errore credere che l’Unione Europea, con il suoi miti dell’immigrazione, del libero mercato e dell’occidentalismo filoamericano abbia dato una risposta valida per il futuro europeo. Ciò che infatti manca all’Unione sin dalla sua fondazione è innanzitutto l’ancoraggio all’identità e alla tradizione; ma, soprattutto, le manca la consapevolezza che un’Europa comune può funzionare solamente se figlia della volontà di popoli fratelli e patrie libere. Per come noi la sperimentiamo, l’Ue è solo un’immagine deformata di ciò che l’Europa dovrebbe rappresentare. L’eurocrazia di Bruxelles si è infatti rivelata troppo debole per poter affrontare i problemi degli Europei. L’Europa deve percorrere altre vie: deve occuparsi delle questioni decisive per la vita dei popoli europei, garantendo la salvaguardia della loro omogeneità etnica, identitaria e culturale così come della loro autonomia economica e politica. Un’unità europea non implica minimamente l’abbandono delle identità nazionali, essa costituisce solamente la necessaria cornice che sia in grado di arrestare la decadenza dell’Europa e di riportare il Vecchio Continente alla sua antica grandezza.

In marcia verso la nuova Europa
«I tempi nuovi verranno nella misura in cui voi, giovani ragazzi e ragazze del XXI secolo, già accampati alla nostra porta, vi metterete d’impegno – con metodi e idee nuove, ma anche con un ideale ardente come quello dei vostri antenati dei tempi eroici – al grandioso compito del rinnovamento di una società disorientata. Giovani camerati d’Europa, il vostro turno è arrivato! Materialmente certo ma soprattutto spiritualmente ed intellettualmente siate pronti, disposti ad ogni sacrificio: la mente perfettamente nutrita e preparata, il corpo forte per il più duro degli scontri, l’anima che illumina la vostra ombra. Allora, qualunque sia la durezza della lotta, le vostre braccia solide potranno innalzare sui vostri scudi questa vittoria che i fiacchi credevano diventata impossibile. Solo coloro che hanno fede sfidano e rovesciano il destino!»
Lèon Degrelle, Appello ai giovani europei

L’Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ha visto luci e ombre, caduti i Fascismi il Vecchio Continente è stato diviso nei due blocchi, crollato il Comunismo sovietico si è evidenziato il ruolo equilibrante sul piano internazionale di un’Europa unita e si è messo in moto il processo che ha portato alla creazione dell’Unione Europea. L’Europa di oggi è un piccolo continente spiritualmente svigorito, economicamente in crisi, demograficamente in declino, circondato da masse di disperati accalcate ai suoi confini, governato da banche e multinazionali, che riesce a sopravvivere grazie all’agiatezza conquistata in 2500 anni. Sicuramente non è questa l’Europa che sogniamo e che hanno sognato prima di noi i nostri padri. Di fronte a questa situazione non bisogna scoraggiarsi, spetta a noi giovani europei il ruolo di fare di questa antica terra il modello di una convivenza sociale e politica, dove patrie e popoli diversi si uniscano in modo da assicurare a tutti un’esistenza prospera e degna. Credere nella potenza dei grandi ideali senza sottovalutare le difficoltà di un cammino che è in salita. Coniugare la fede in un futuro più nobile con l’attenzione ai dati oggettivi. Tenere bene a mente la grandezza dei fini del processo di unificazione dell’Europa senza stupirsi della dimensione delle gambe su cui cammina la Storia. Il nostro compito è quello di superare questa Europa delle banche per costruire la nostra Europa, l’Europa delle nazioni, e non di illuderci che sia possibile un ritorno agli Stati nazionali restando in dietro rispetto alla Storia. Questa è la sfida che ci aspetta, questa è la strada che siamo chiamati a percorrere.

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