No all’Independencia

di Paolo Maioli.

Da federalista, stavolta, mi tocca dire “no” ad una voce che reclama indipendenza.

Mossa contraddittoria, certo: ma se è vero com’è vero che sono un federalista rimango pur sempre un individuo razionale. E se guardo alla Catalogna con la testa mi viene in mente uno scenario da brividi. Non mi riferisco all’economia spagnola, della quale non so nulla, ma alla realtà che pospone la creazione dello stato catalano.

I disegni, ovviamente non tutti quelli che ci propinano – si pensi alle assurdità di Giulietto Chiesa sugli States o alla teoria del complotto di David Icke – esistono e come. E la Catalogna, dal canto suo, ne è un esempio.

Qualcuno, dall’alto delle istituzioni progressiste, ha deciso di voler sollevare il popolo dal nulla per creare il primo Stato compiutamente progressista. La Catalogna, infatti, una volta acquisita l’indipendenza, diverrebbe patria acquisita degli ideali LGBT, gender fluid, no border e via discorrendo. Un putrido appezzamento europeo in cui si consuma la pochezza morale, un luogo marcio e traboccante di uomini che limonano e di figli scelti su un catalogo, un avamposto dell’essere apolide, di gente che entra, esce, vende, compra, ammazza e rimane libera.

Libertà, libertà e libertà. Motto triplicato di ideali a-morali, massonici e distruttivi. E lo squallore disgraziato è lì da vedere, con il sindaco di Barcellona che sorride mentre si commemorano i morti di una strage islamica perché “non cambieremo il nostro stile di vita”.

Ed è la stessa Catalogna che mi fa tristezza per la speranza in un leader pidocchioso che ha scelto di fuggire in Belgio quando il popolo che avrebbe dovuto difendere si trovava solo contro il “nemico” spagnolo.

Se non roba da tavolino questa, che cos’è?

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