“Il romanticismo d’acciaio”, ritorno all’arte dopo un trauma bellico

di Antonio Di Bagnoregio.

“Queste parole ci restituiscono – ripristinando al contempo- lo stile di quelle idee: con una approssimazione che non tende a capirne il senso per configurazioni concettuali, ma vuole comprenderne il segno secondo modi di essere. Nei fascismi, la più fondamentale di queste voci simboliche è la parola c a m e r a t a: sintesi etica delle variegate forme soggettive – sia politiche che miliziane e militari – di penetrazione oggettiva tra linee della modernità”.

Joseph Goebbels fu la più celebre figura del nazionalsocialismo filosofico e della cultura nazista. A causa di problematiche sanitarie non poté prendere parte alla prima guerra mondiale, in quel periodo infatti, si dedicò a concludere gli studi liceali, mentre uomini come Hitler, Göring ed Hess non conclusero gli studi proprio per partecipare al gran conflitto. Frequentò svariate università prima di terminare gli studi, e cominciò la sua attività culturale lavorando nel 1922 come critico d’arte per una rivista. Continuò a lavorare come giornalista, caratterizzato da un ampio panorama intellettuale, versante, in politica, su posizioni nazionaliste ma al contempo socialiste.

In occasione dell’apertura della Camera della cultura del Reich (15 novembre 1933), Goebbels pronunciò uno storico discorso inaugurativo, che toccò tre tematiche principali: la rivoluzione che ha permesso la rinascita della Germania, l’anti-liberismo come caposaldo dei fascismi (moderni) e una particolare arte romantica che nasce nella transizione tra una sconfitta immane e una rivoluzione annunciata. In particolare l’arte di cui Goebbels titolerà la struttura del suo discorso sarà immagine di un romanticismo rivoluzionario, appositamente posto all’estrema distanza dal romanticismo classico. Verranno paragonati e discussi il Romanticismo d’acciaio e i reduci ricordi di azzurrità romantiche ormai antiche. Il libro infatti non è altro che la trascrizione del discorso di Goebbels, in tedesco e in italiano, con l’aggiunta di tre interventi esterni.

La Rivoluzione che la Germania attendeva da anni giunse con il nazionalsocialismo. Giunse finalmente con una rivisitazione di tutte le ideologie antiquate e lontane dal popolo che avevano regnato incontrastate sul panorama politico del passato. Dopo la più grande sconfitta mai subita, la Germania nazionalsocialista è pronta a ripartire, il ministro del terzo Reich, rivolgendosi all’intera società, annuncia così, un incoraggiamento, un inno cantore al ritorno in battaglia, al ritorno in campo di tutto il popolo tedesco: “Ci sono rivoluzioni che partono dall’alto, e ci sono rivoluzioni che partono dal basso. Quelle dall’alto, per lo più, sono di breve durata; dall’alto infatti è difficile, se non impossibile, costringere un popolo entro un nuovo ordinamento. Le rivoluzioni dal basso invece recano già dentro di sé questo nuovo ordinamento. Esse sono volute, sostenute e imposte dal popolo, ed è il popolo a condurle a compimento. Il popolo stesso non è soltanto il plasmatore, l’artefice della rivoluzione, ma ne costituisce anche l’intima essenza normativa.[…] La rivoluzione o parte con l’intenzione di conquistare anche l’ultima delle sue mete, e allora godrà di durata e stabilità, oppure si accontenta di mezze vittorie, e in questo caso meglio sarebbe che non fosse neppure iniziata.[…] Non si potrà più parlare di Germania senza partire dalla nostra rivoluzione.”

Il nazionalsocialismo tedesco, come il fascismo italiano, ripudiò il liberalismo, il liberismo, il sistema borghese e quello delle caste. Tutto ciò che doveva favorire solo la parte aristocratica del popolo, abbandonando la parte più umile, doveva essere smantellato il prima possibile. Paradossalmente, anzi, a questo punto direi ovviamente, i fascismi hanno ripudiato anche il comunismo che, contrariamente al liberalismo (ma con eguale ingiustizia), poneva al centro del riguardo solo la classe proletaria. “Il sistema che noi abbiamo abbattuto era caratterizzato principalmente dal liberalismo. Se il liberalismo prendeva le mosse dell’individuo, e poneva il singolo essere umano al centro di tutte le cose, noi invece abbiamo sostituito all’ individuo il popolo, e all’uomo singolo la comunità.[…] I confini del concetto di libertà individuale coincidono perciò con quelli del concetto di libertà del popolo. Nessun singolo, che sia in alto o in basso, può avere il diritto di fare uso della libertà a spese del concetto di libertà della nazione. Soltanto la sicurezza del concetto di libertà nazionale gli garantisce a lungo andare la libertà personale. Tanto più un popolo è libero, tanto più liberamente possono muoversi i suoi membri. Tanto più invece viene ridotta la base della sua esistenza nazionale, tanto più è illusoria la presunta libertà di cui godono i suoi figli. Questo vale anche per l’artista creatore. L’arte non è un concetto assoluto; essa conquista la propria vita soltanto entro la vita del popolo.”

Nel corso del discorso, Goebbels passa velocemente dal liberalismo all’arte (la parte precedentemente evidenziata), per lui la figura dell’artista creatore risultava fondamentale. Forse si tratta proprio dell’immagine fondamentale, che, unicamente, non aveva subito cambiamenti dopo la rivoluzione nazista. Era un’immagine abbandonata, reclusa e lasciata sola sotto le intemperie artistiche europee. Ormai l’arte aveva perso ogni legame col popolo ed era rimasta una piccola figura apprezzata da pochi e rari intenditori (spesso solo aristocratici). La missione della Germania era quindi quella di ristabilire l’orgoglio artistico nazionale e il legame che esso doveva avere con il popolo. “Sciolta dalla forza proveniente dal carattere nazionale e volta soltanto ad un concetto individuale di libertà che non tardò a sfociare nell’anarchia spirituale, l’arte tedesca si perse nella vertigine della moderna civiltà materiale e presto non rimase altro che esperimento, o trastullo, se non addirittura bluff. […] Un’arte che si stacca dal popolo non ha diritto di stupirsi se il popolo poi la abbandona. […] Se l’arte ha ancora validità solo per l’arte, se le sue leggi devono essere comprensibili soltanto agli artisti, la cerchia dei suoi fedeli si assottiglia in maniera tale che anche la più elementare possibilità di esistere ne è minacciata nel modo più grave. […] L’artista, che dovrebbe essere interprete di un intero popolo, si colloca in modo inequivocabile dalla parte della proprietà e della gente istruita. Diviene estraneo al popolo, tanto quanto il popolo è divenuto estraneo a lui. Il liberalismo sfocia nella decadenza della vita spirituale. […] La richiesta di sicurezza economica perde tanto più di forza quanto più l’uomo-artista creatore si è reso superfluo per la vita quotidiana della collettività. […] Quanto in questa epoca ci è stato negato dal destino, in termini di fortuna materiale, noi lo abbiamo recuperato in fortuna doppia e tripla grazie alla felicità delle nuove idee. Oggi nessun popolo della terra, se non quello tedesco, ha buoni motivi di guardare con fiducia e salda certezza al proprio futuro. […] È una sorta di romanticismo d’acciaio, che ha reso di nuovo la vita tedesca degna di essere vissuta, un romanticismo che di fronte alla durezza dell’esistenza non si nasconde né aspira a sottrarsi ad essa in ‘azzurre lontananze’: un romanticismo che ha il coraggio di affrontare i problemi e guardarli negli occhi impietosi senza vacillare. […] Nessuno di noi pensa che il sentimento possa valere da succedaneo dell’arte. Anche per l’arte conta, non solo ciò che uno vuole, ma soprattutto ciò che è capace di fare.”

Il libro contiene all’interno una serie di raffigurazioni di arte “d’acciaio” disegnate da Curzio Vivarelli, la traduzione è a cura di Nicola Vincenzi.

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