Analisi del Centro-Destra odierno: tra sovranismo leghista e anacronismo berlusconiano.

di Andrea Esposito.

A pochi mesi dalle elezioni governative il panorama politico in Italia tra i due schieramenti tradizionali sembra apparire alquanto confuso, contornato dalla poca chiarezza e dai tanti colpi di scena. Fino ad un mese fa i mass-media mostravano la profonda spaccatura del Pd e, quindi, del Centro-Sinistra con Renzi chiamato al ruolo di unificatore e pacificatore tra le fila del suo partito e quelle dei partiti posti più a sinistra, figli della scissione con il Pd, e di quell’area di Centro che strizza l’occhio alla Sinistra.

A Destra, un mese fa, la situazione appariva molto più delineata e incanalata verso le elezioni del 2018. Il Centro Destra unito portò alla vittoria Nello Musumeci come governatore della Sicilia. Il clima di intemperanze, fra la moderazione liberale di Berlusconi e i picchi sovranisti e irruenti di Salvini e della Meloni, appariva un ricordo lontano. Berlusconi, dopo una breve ma efficace campagna elettorale nell’isola, chiamò “alle armi” tutte le forze moderate in una grande coalizione con un ritorno inedito dell’Udc, proprio come accadde nelle elezioni politiche del 2001, vinte dalla (grande) Casa delle Libertà. Il quadro appariva completo apparentemente ma poi, come si sa, i nodi vengono al pettine e, in un analisi a freddo post-vittoria siciliana, i dubbi sorgevano tra gli elettori.

Come può un vecchio liberale moderato divenire ancora una volta il leader, diretto o indiretto, di un centro-destra ormai rinnovato alla base, che di moderato non ha più nulla?

Berlusconi credeva e crede ancor oggi di poter recitare la parte del padre che mette d’accordo tutti i suoi figli sotto le direttive provenienti da Arcore. La sua assenza dalla politica, obbligata per motivi legali, ha lasciato terreno fertile per portare sotto un’ala sovranista ed euroscettica gli elettori che non si sentivano più rappresentati dal Cavaliere che, però, non accettavano di attribuire il proprio voto al Movimento 5 Stelle. Salvini, fattosi carico degli errori del passato riguardo il Meridione e il secessionismo padano, coglie l’occasione per ridimensionare il suo partito e lo trasforma dal verde provinciale al blu nazionale. Il nome “Lega Nord” perde il Nord, abbracciando anche il Centro-Sud, e diventa “Lega”. Berlusconi non ha più a che fare con l’acerbo Umberto Bossi che nel 1994 si affacciava per la prima volta con il partito lombardo sulla scena politica italiana al grido di “Roma ladrona”, oppure con quello pentito che, dopo le divergenze e i tanti “mai più con Berlusconi”, come un cane fedele ritornò dal suo padrone nel 2001, 2006, 2008 e 2013. Ora il Cavaliere deve dialogare e un convincere un ragazzo di 44 anni che è riuscito ad imporsi come segretario del suo partito con quasi l’83 % di voti favorevoli, che è riuscito a compiere la grande trasformazione in partito nazionale e che è diventato un vero e proprio leader in tv, sui social-network e nelle grandi piazze da Nord a Sud, a differenza del vecchio Bossi.

Giorgia Meloni, anche lei dal passato controverso riguardo le alleanze moderate, conta sulla grande fetta di elettori del Lazio, figli di un Movimento Sociale Italiano che non è più, ma che sono sempre riusciti a portare la giovane romana al Parlamento con circa il 5% dei voti su scala nazionale. Meloni, nonostante la sconfitta nel municipio di Ostia con Monica Picco, riparte da Atreju al grido di “Patrioti” con un logo dove scompare il nome di “Alleanza Nazionale” e con un programma ben strutturato, sicuramente quello più sovranista in ambito sociale ed economico. La leader di Fratelli d’Italia appare cambiata rispetto alla giovane guida che era un tempo. Oggi sembra più decisa, molto più razionale nelle scelte riguardanti il futuro della Destra Nazionale che lei ha in mente e si rifiuta di cambiare i propri obiettivi di programma a favore delle grandi percentuali di Lega e Forza Italia.

L’albero delle libertà di Berlusconi con le solite promesse non ha convinto, nè le sue dichiarazioni schizofreniche sull’Europa e l’Euro, oggi favorevoli e domani negative. La campagna elettorale è appena iniziata e Berlusconi, nonostante l’età, mostra la grinta che l’ha sempre contraddistinto, accompagnato nell’ennesima impresa dai suoi fedelissimi elettori e superstiti di partito, tra i molti cambi di casacca come quello di La Russa e della Santanchè. Il Cavaliere è sempre lo stesso, ed è proprio per questo motivo che appare anacronistico rispetto ai tempi odierni e alle problematiche dell’Unione Europea e della sua valuta, con idee completamente differenti rispetto a Lega e Fratelli D’Italia. In campo economico di ambito nazionale ci sono vari punti favorevoli (ad esempio la “Flat tax”, ma con diverse percentuali) tra i tre partiti della coalizione di Centro-Destra, così come sulle radici cristiane rivendicate, coraggiosamente, in un periodo avverso riguardo l’orientamento religioso.

Oltre alle criticità tra i vari punti dei programmi dei partiti di Centro Destra, negli ultimi tempi stiamo assistendo al punto massimo della spaccatura tra Forza Italia e Lega, con Berlusconi che ha dichiarato di non firmare nessun programma “anti-inciucio” dal notaio, come suggerito da Salvini e qualche settimana fa, dopo avergli dato del “capriccioso” alla presentazione del libro di Bruno Vespa, Forza Italia si è opposta alla legge Molteni, che cancella lo sconto di pena per i reati gravissimi, sostenuta fortemente dalla Lega.

Berlusconi non vuole fare un passo indietro e intanto, tra gli apprezzamenti a Gentiloni e autoproclamazioni varie, attende che la Corte di Strasburgo si pronunci sulla sua candidabilità.

A 2 mesi dalle elezioni, con Renzi che ha riunito a sé ex prodiani e socialisti, centristi provenienti da Alternativa Popolare, radicali con la lista Più Europa di Emma Bonino e i Verdi, il Centro-Destra unito sembra quello più spaccato ideologicamente, avvolto da un grande alone di mistero per le future elezioni, capace di lasciare l’Italia nelle mani del Movimento 5 Stelle, più a sinistra del Partito Democratico.

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