Energia: il bilancio italiano nello scacchiere geopolitico

di Giorgio Torre.

L’anno che rompe gli equilibri : il 2014

Fronte est. Una firma : quella della sospensione da parte del Governo ucraino di un accordo di associazione, denominato DCFTA, tra l’Ucraina e l’Unione europea. Una firma, apposta dal presidente Victor Janukovych – uomo sostenuto dal Cremlino – che simbolicamente sbarrava la strada ad un possibile iter di avvicinamento e adesione all’Unione Europea. Firma per la quale si manifesterà il dissenso di gran parte delle nuove generazioni ucraine, spinte in parte dal “sogno europeo” (visto l’esempio della cugina Polonia) ed in parte da esponenti politici ambiguamente simpatizzanti di Frau Merkel.

Il complesso di tutte le manifestazioni , che conteranno onerosi danni umani ed infrastrutturali, prende il nome di Euromaidan (in ucraino: Євромайдан ) e risulterà essere la madre della crisi di Crimea del 2014, che vedrà le forze russe occupare ed annettere la Crimea (formalmente dichiarata come repubblica indipendente ). Da ciò scaturiranno le pesanti sanzioni proposte ed imposte all’Europa dalla Casa Bianca, sanzioni che graveranno in modo consistente su Italia e Germania e che condurranno alle gravose perdite percentuali di fatturato aziendale italiano.

Ma cosa c’entra tutto ciò con la geopolitica energetica italiana? Tutto, o quasi . Per comprenderlo basta osservare i dati inport/export che connettono Russia ed Italia sino al 2014 : l’export italiano, sin immediatamente alle sanzioni, si attestava a 9.504,08 mln. di €. Nel periodo compreso tra gennaio ed agosto del 2016 tale cifra si era più che dimezzata, conoscendo un lieve incremento solo nell’anno successivo. E’ evidente che a sconvolgere le relazioni internazionali, dunque quelle economico-commerciali, sia stata la scelta (discutibile o meno , a seconda di visioni uni/multi polari ) di imporre sanzioni così aggressive, tali da indurre Mosca a sentirle come inique e a pensare ad una tattica di controsanzioni. Sia chiaro, l’economia russia resta ugualmente colpita dai provvedimenti internazionali ma certo in maniera diversa. E proprio tale diversità , la differente conformazione morfologica della distribuzione di gravosità delle sanzioni nel consentire movimenti più agili allo zar, consapevole anche della necessità tedesca (che in tal caso si muove in maniera individuale e persino antieuropea) di guardare
sempre più ad oriente, visto il progressivo allontanamento dagli USA.

Fronte est: Conseguenze. Tali fattori , se miscelati ed amplificati dal tempo e da errate (o mancate) mosse diplomatiche italiane hanno apportato una differenza di gravosità tra chi è colpito da sanzioni e chi da controsanzioni.

Da ciò è immediato il collegamento logico alla geopolitica energetica . Da un lato una europa di facciata ancora (ma molto meno di prima) fedele alla bandiera NATO capitanata dal Tycoon che ubbidisce per convenienza, dall’altro i singoli interessi nazionali tendono a contraddire l’impegno europeo-atlantico nel progetto di contenimento russo. Più di tutti, la Germania spicca su tutti nel cercare di concludere accordi sottobanco ed eludere sanzioni (che , ricordiamolo , punisce tutte le aziende europee aventi interscambio con aziende russe per almeno 3 mln di euro) fornendo purtroppo una pessima idea dell’unità del vecchio
continente. Tra le due carte di facciata si nasconde il jolly, quello che il Cremlino ha la fortuna di pescare
dal mazzo e che può spendere in Europa centrale, in barba all’amministazione repubblicana statunitense. Il presidente Putin sa bene che l’Europa si sta guardando attorno, sa bene che l’epoca in cui essa si comportava da semplice cane da guardia americano è giunta al termine. L’Europa si guarda attorno perchè cerca di incamminarsi sola, tenta di prendere “il destino nelle proprie mani”, così come a Taormina nel vertice Italo-Franco-Tedesco la Merkel annunziava a gran voce.

Questo non può che giovare alle relazioni (pardon , la dipendenza) dell’Europa con la Russia e questo Putin lo ha ben chiaro. Come se non bastasse , il principale fornitore di gas europeo è proprio la Russia che propone stoccaggi e rifornimenti a prezzi più ragionevoli rispetto a quelli americani. Insomma, la Russia è consapevole della necessità del vecchio continente di sorridere anche al Cremlino. Sorriso, che sposta l’ago della bilancia verso chi crede, Russia e Cina ad esempio, ad una visione multipolare del mondo. In quest’ottica è imprescindibile la presa di coscienza dell’intero calderone di eventi , mosse e
tattiche da una analisi geopolica italiana legata all’energia , in particolar modo nel Mediterraneo.

Fronte Mediterraneo. Il pentolone mediterraneo, da sempre il nostro cortile di casa, terra d’investimento e sfruttamento di risorse già dal 2011, con la caduta del rais Gheddafi, era già ribollente. La Tunisia si manteneva in una situazione precaria, l’Algeria vulnerabile alle organizzazioni filo-isis, l’Egitto appena “risistematosi” con il presidente Al Sisi (da subito appoggiato da Palazzo Chigi) subirà continui attentati di matrice islamista, in Turchia un colpo di stato tenterà di spodestare lo “scomodo” presidente Erdogan (evento dal quale inizierà un progressivo scoinvolgimento dell’assetto statale e culturale, che vedrà Ankara incamminarsi verso un regressivo e pericoloso Islamismo nazionalistico), una Grecia riversante in una crisi
ma tutto sommato stabile.

Nel vecchio continente, al contempo, si facevano orecchie da mercante a nord, i ribelli al sud e i prepotenti ad est. Diversi sono i fattori da considerare per una corretta analisi geopolitica italiana nel contesto mediterraneo:

  1. La crisi migratoria, gravante quasi totalmente su Italia e Grecia, è stata sminuita in buona parte della sua durata da Bruxelles. Solo attraverso intermediazioni, savoir-faire politco all’italiana, leve diplomatiche ed un pizzico (ma non troppo) di solidarietà tra europei è stato reso possibile raggiungere accordi su piani economici (seppur dalla modestissima cifra di decine di milioni complessivi da parte dell’UE ) come il “migration compact” fortemente voluto dall’allora Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubbllica Italiana (Matteo Renzi). Solo dopo il vertice di Taormina, tenutosi nel maggio 2017, e dopo alcune scaramucce al parlamento europeo si è finalmente giunti ad una ripartizione di rifugiati polici che
    approdassero alle coste delle nazioni membri. Rifugiati politici che , però , costituiscono solo il 2% della totalità di migranti che sbarcano sulle coste Italiche.
  2. a) Brexit : l’avamposto atlantico nella comunità Europea si separa e vengono così a mancare gli intermediari delle pressioni americane su Bruxelles;
  3. b) Allontanamento dell’EU che conta dagli States: è in realtà una conseguenza di a). Tuttavia la sua natura è anche legata alla presidenza Trump, in particolare al cambio di strategia rispetto alle precedenti amministrazioni della Casa Bianca ed ai due punti he più hanno marcato il divorzio UE-US: ll primo è il TTIP (libero scambio di mercato atlantico che imponevano minor controlli sulla qualità e provenienza dei prodotti alimentari e per questo non piacevano agli europei), il secondo è il mancato conseguimento dell’obiettivo 2% della difesa. “Costringeremo i nostri alleati a portare la spesa militare al 2% oppure dovremmo rivedere qualche accordo NATO” – Così commentava in campagna elettorale Donald Trump. E così è stato , almeno in apparenza;
  4. c) Isis nel Mediterraneo (da cui problema migrazione amplificato): ciò lascia invariato il numero di concessioni ENI inizialmente rilasciate da Tripoli già da prima della caduta di Gheddafi. Ciò che muta, ai fini produttivo-energetici, è la quantità di barili stoccati al giorno, drasticamente ridottasi più del 50 % . Quantità , ovviamente ripristinabile ai volori pre-crisi in caso di unione Libia. Ma la vera conseguenza che la presenza Isis in Libia genera è quella di un cambio di rotta nella visione strategica del Mediterraneo.
  5. L’Italia è al primo posto tra i paesi europei per valore dell’interscambio commerciale con l’Area Med (comprendente con 63,3 miliardi di euro nel 2010, valore che è quasi raddoppiato nell’arco del decennio 2001‐2010. Le stime al 2013 prevedono una crescita ad 82,3 miliardi di euro con un aumento del divario rispetto ai principali competitor Europei. A marcare il ruolo di leadership italiana nell’area mediterranea è il consistente interscambio energetico e l’export, che nel 2015 ha raggiunto 28,3 miliardi di euro.

ATTENZIONE, questo passaggio è cruciale: da un lato l’interesse nazionale nell’area, dall’altro l’interesse elettorale (scindibile in due componenti come politica di sicurezza interna ed opinione pubblica, entrambe da sempre peculiarità capisaldi della tradizione politica italiana dal dopoguerra ad oggi); in mezzo si
frappongono gli attori esterni a cui farebbe gola la posizione, influenza e peso politico che l’italia ricopre nel mediterraneo ed in particolar modo in Libia. Il problema è proprio questo: l’Italia gioca una pericolosa partita fatta di ambiguità, di passeggiate sul filo del rasoio, che non la installino mai in una delle due fazioni. Sempre”super-partes”. Nel contesto mediterraneo e nei tempi recenti, ciò lo ha reputato fondamentale la nostra classe dirigenziale al fine di non esporsi al pericolo jihadistico. Avremmo potuto applicare il blocco navale presso le coste libiche, giocare un ruolo in Siria, inviare Esercito e Marina da subito a Tripoli e nel Fezzan (inviando un messaggio chiaro sia ad Haftar che ai francesi), inviare forze speciali che nazioni come G. Bretagna, Francia ed Usa già da tempo avevano schierato sul suolo libico e nel Sehel. Le stesse nazioni vittime di attentati violenti, che hanno avuto ripercussioni umane, economiche (turistiche e con ingenti investimenti in sicurezza, talvolta risultate anche inappropriate) e diplomatiche. Un prezzo da pagare, quello del colonialismo sbattuto in faccia. Prezzo che, evidentemente, leaders europei inglesi e francesi hanno preferito pagare pur di soddisfare l’esigenza di sfruttare risorse africane. Diverso punto di vista caratterizza ed accomuna, invece, tedeschi ed italiani. I primi si sono tenuti inizialmente fuori, salvo poi cambiare rotta radicalmente, vanificando di fatto la strategia iniziale di “disinteressamento mediatico”. I secondi, invece, hanno giocato da francesi con la parvenza da tedeschi: solita strategia italiana. La questione che si sottoponeva ai governi degli ultimi anni era la seguente: come non rinunciare del tutto all’interesse nazionale (immigrazione, Libia, risorse, investimenti in Africa) conferendo, tuttavia, la priorità alla sicurezza ed alla parvenza di essa (in chiave elettorale)? In altri termini, si tollerava la riduzione di un certo margine di vantaggio diplomatico (magari acquisito in passato) purchè la condizione inviolabile, cioè la sicurezza interna, non venisse a mancare. Tanto, c’è sempre tempo e modo per rimediare. Meglio perdere qualcosa ora che tutto con una mossa azzardata.

In uno snervante, complicato e ben ragionato modus operandi politico, Palazzo Chigi fa a spallate con i principali rivali europei pur dovendosi mostrare disponibile al coinvolgimento ed aperta alla collaborazione globale. Visionaria, intelligente, poco audace? A rispondere sono i fatti: l’italia è l’unica delle grandi potenze europee a non aver subito alcun attentato di matrice islamista recentemente e contemporaneamente presente con forze militari e di intelligence nei paesi coinvolti col terrorismo. Ciò lo si è pagato con un timido interventismo, un tattico tentennamento che più volte ha lasciato la possibilità alla principale antagonista italiana, la Francia, di presumere di scavalcarci e rimpiazzarci in quello che da sempre è stato il nostro cortile di casa: è il caso della Libia. Tuttavia, sia l’attacco alla Libia nel 2011 che l’appoggio velato ad Haftar, per non parlare del tentativo di tripartire la Libia (con occhio al Fezzan, ricco di miniere auree, recentemente scoperte) non hanno MINIMAMENTE scalfito la leadership italiana nella regione. A dimostrarlo sono tre fatti:

1) L’Italia è l’unica potenza occidentale ad aver mantenuto stabilmente aperta la propria ambasciata a Tripoli, anche durante il caso post-Gheddafi;

2)Eni è la principale società di energia attiva in Libia che condivide il 25% della stessa (dunque è interesse della stessa Libia difendere e far aumentare la produttività di ENI);

3)Tutti i progetti e accordi presi tra i governi italiani e Gheddafi sono stati rispettati da ambo le parti, nonostante il caos generato dagli anglo-francesi.

Hubs e Pipelines : accordi (mancati) e braccio di ferro. Tra i paesi dell’eurozona, l’Italia è l’ottavo paese -dopo Cipro, Malta, Lussemburgo, Irlanda, Belgio, Lituania e Portogallo – per tasso di dipendenza energetica dall’estero (dati Eurostat , 03/2017). Tale fragilità è parzialmente compensata dalla sua posizione nel bacino mediterraneo, che la proietta nel ruolo di ponte tra Medio oriente, Nord Africa, una parte dei territori dell’ex Unione Sovietica e dell’Unione Europea. Diverse sono già le imponenti infrastrutture che collegano le coste africane a quelle italiane ed altre sono attualemente in progetto (dalla Libia un gasdotto e dalla Tunisia un oleodotto). Tuttavia, sfruttando a pieno le potenzialità geopolitiche, Roma potrebbe giocare da
protagonista indiscussa nell’area, divenendo un vero e proprio hub energetico continentale.

Ma facciamo il punto e tiriamo le somme: a partire dalla cronologia di opere proposte, progettate, attuate, iniziate non completate ed iniziate e portate a termine ci si può agevolmente ricordurre ai movimenti e strategie geopolitiche delle principali potenze euro-asiatiche. Naturalmente l’analisi presenterà un focus maggiore in chiave europea ed, in particolar modo, sull’Italia. Dunque la cronologia è tale da riferirsi alle mire geopolitiche di Palazzo Chigi in relazione ai vantaggi e svantaggi dei principali competitors europei.

  1. Cade Muhammar Ghaddafi. Il tentativo anglo-francese si ritaglaiarsi un ruolo energetico e di influenza maggiore – a danni dell’Italia – spingono gli F35 dell’Eliseo (Il presidente era N. Sarkozy) a partire dalle basi di Sigonella e bombardare le truppe governative. Al tempo, come oggi, la società energetica con un quasi totale monopolio sui principali giacimenti gas-petroliferi era ed è attualmente l’ENI (cui la Libia detiene un 25% sulle estrazioni e sugli utili societari). Come se non bastasse la Francia aveva ricevuto un doppio gancio da mano italiana il no al referendum sul nucleare (energia che avremmo importato appunto dai “cugini”) e la costruzione di un oleodotto dalla Tunisia alle coste della Sardegna. La Tunisia che era sempre stato il cortile di casa dei cugini d’oltralpe. L’opera, tuttavia, non fu più avviata per mancati
    accordi tra le due nazioni in causa. Infine il rapporto privilegiato dell’Italia con il nord Africa (Libia , Egitto e Tunisia) preoccupava non poco gli europei del Nord che non hanno esitato a prendere parte alla scellarata campagna di bombardamenti. Sul perchè l’italia concesse le proprie basi per far decollare velivoli francesi
    (che avrebbero avuto il compito di ledere gli interessi italiani) ancora oggi è dibattito: l’allora presidente del consiglio dei ministri Berlusconi si trovava in piena bufera giudiziaria, con un consenso elettorale ai minimi storici e con un profilo diplomatico intraeuropeo sempre meno consistente. Fatto sta che l’intervento anglo-franco-americano, estesosi alla stessa Italia (mero supporto logistico), ha sortito l’effetto disastroso che oggi conosciamo sotto varie forme, tra cui la più evidente, l’emigrazione di massa. Per chi si preoccupa, c’è da rassicurarsi. Tutti i progetti, le opere ed il predominio italiano sulle concessioni estrattive, sul gas e sull’amicizia (che potrebbe diventare influenza in caso di unità nazionale libica sotto la guia di Al Serraj) sono rimaste perfettamente intatte.

L’obiettivo anglo-francese del 2011 è TOTALMENTE fallito. Fallimento sonoro, sventolato con tanto di milioni di euro spesi in una operazione senza logica e senza criteri etici. Con esso, molti progetti libico-europei fuorono cancellati o posticipati. Questo portò a rivolgersi verso Kazakistan e Russia per soddisfare la sete di gas europeo. Naturalmente, conscio di tutto questo e della tensione russo-atlantica, Putin ha provato a cavalcare l’onda vantaggiosa sino al fatidico evento della risoluzione ONU.

  1. Crisi Ucraina e risoluzioni sanzionarie alla Russia. Il gas americano costa, il petrolio anche. Costa perchè va trasportato lungo tutto l’Atlantico o perchè va trasportato attraverso stoccaggi. Poi le concessioni, poi la autorizzazioni, poi la distanza diplomatica degli States dal vecchio continente. Perchè se è vero che siamo occidentali è, d’altro canto vero, che sappiamo dialogare con l’Oriente. E l’Oriente sa ascoltarci, sappiamo dialogare attraverso la stessa lingua. Se poi c’è chi è un pò qui e un pò in Asia allora davvero non c’è da stupirsi se ci facciamo affari. È il caso delle relazioni russo-europee. Prima della decisione europea (su pressioni americane) di imporre sanzioni a tutte le aziende europee che avessero condiviso affari da più di 2,9 milioni di euro con aziende russe o di Crimea, l’ambizione russa era quella
    di stringere un indissolvibile rapporto di amicizia-dipendenza con il vecchio continente: costruire hub, pipelines che trasportano gas equivale a cimentarsi in affari dall’entità di miliardi di euro. Si tratta di progetti a lungo termine che portano con se le orme di una scommessa che le due parti in causa fanno. Stanno principalmente a significare che per almeno il prossimo ventennio quella nazione sarà non-nemica . Infatti tra Russia ed Europa è esattamente così: un ambivalente e contraddittorio rapporto oscillante tra il mero atlantismo, gravitante intorno alle decisioni unipolari degli States, e la necessità di soddisfare anche il proprio, di interesse “nazionale”.
    Il sogno di Putin, d’altronde, era quello di rifornire in ogni modo l’Europa attraverso due principali vie. Tali corridoi sarebbero convogliati cadauno ad un nodo, un rubinetto. Più precisamente si allude al North Stream, approdato in Germania e distribuito in tutto il Nord, ed al South Stream , che sarebbe dovuto approdare in Italia passando anche per Malta, Cipro e Grecia. Naturalmente erano in cantiere anche altre idee, più “specializzate” e ad-dominum. Si parlò di qualche mese anche di alcuni hub che avrebbero trasportato gas tra Russia e Norvegia e Serbia. Vista da questa angolazione, oltre a notare il fatto che gli States sono quasi totalmente tagliati fuori dal mercato gasifero europeo (con quasi egemonia russa) e ciò conferirebbe maggiore peso politico al Cremlino, ciò avrebbe apportato un equilibrio intra-europeo. Eppure non è stato così. La Timoshenko (sulla cui figura politica più volte è apparsa l’ombra di Frau Merkel e non solo) fu solo uno dei principali esponenti del problema che portò alla degenerazione, da cui le conseguenti sanzioni e l’incrinazione dei rapporti. La reazione russa fu immediata e attraverso le mosse immediatamente successive alla decisione di imporre sanzioni si può leggere parzialmente quale sia stata la strategia del Cremlino per creare divisione in Europa.

1) La cancellazione del South Stream che penalizza l’Italia, unico contrappeso mediterraneo per bilanciare la Germania e la sua egemonia nordica. A tal proposito si giocherà una partita anche in tribunale tra Saipem (controllata da Eni) e Gazprom. Il contenzioso si basa sul fatto che per il progetto “SouthStream”, la società guidata da Stefano Cao avrebbe già investito cifre intorno al miliardo di euro. Il tutto è finito negli archivi dei tribunali della camera arbitrale di Parigi che solo pochi mesi fa ha dato ragione alla Saipem, richiedente 760 milioni di euro alla russa Gazprom.

2) In sostituzione del progetto South Stream la Russia inizia la costruzione del Turkish Stream. La destinazione del primo di questi gasdotti, che avrà portata di 15,75 bn m^3 per anno per singola linea, è KiyiKoy sulla costa della Tracia turca sul Mar Nero. Il costo complessivo stimato si attesta attorno ad 11,4 miliardi e, in collaborazione con GazProm, prenderanno parte ai lavori anche la società svizzero/olandese AllSeas. Il progetto subisce poi rallentamenti per problemi contrattuali con le relative società ma sarà già ultimato per il 2018. Mentre la Russia di metà 2015 è in stato di piena conflittualità diplomatica con l’Europa, c’è chi gioca sporco sull’export ed agira le sanzioni. In un modo o nell’altro, la strategia russa muta: ora tenta di creare divisione e scompiglio stra gli stati membri (erano i mesi del bombardamento mediatico sugli attacchi informatici russi a danni di server governativi occidentali) e preferisce puntare sul Nord, in particolare sulla Germania (sul primo mercato europeo, secondo quello italiano, terzo francese). Putin opta per l’azzardo: si propone la costruzione del raddoppio dell’hub nordico, il progetto
North Stream 2. Tale scenario risulterebbe una schiacciante sconfitta per l’Italia, poichè conferirebbe nelle mani della sola Germania il rubinetto gasifero dell’intero continente (concedendo così a Berlino una posizione diplomatica privilegiata rispetto a quella italiana). E neanche agli americani piace tale progetto: crea scompiglio e divide l’Europa. L’europa dell’est, capeggiata dalla Polonia, tenta in commissione di bloccare il progetto – che ricordiamo bypasserebbe l’Ucraina – definendolo dannoso e con impatto gravoso sull’ambiente, oltre che ai legami e trattati europei. Il progetto, inoltre, è estremamente costoso (19 miliardi) ma a parteciparvi vi sarebbero società tedesche, francesi, olandesi e belghe. Tutti, appunto, tranne l’Italia.

Come vedremo in seguito, il contenziono da 760 mln di euro tra GazProm e Saipem potrebbe essere chiuso anche passando per il coinvolgimento della società guidata da Stefano Cao nel progetto NS 2. A cavallo tra il 2015 ed il 2016, in merito ai progressi diplomatici dell’accordo di Misk, l’Italia è tra i primi a proporre impianti negoziali non più annuali, bensì semestrali, valutandone ogni volta la necessità. In altri termini ogni sei mesi dovrà essere condotta una accurata analisi del soddisfacimento dei punti di Minsk e valutare l’operato russo in chiave politico relativamente all’Ucraina. Almeno questo sulla carta, ma è chiaro che ogni prolungamento ha sempre più il sapore di scotto da far pagare alla Russia che cerca di ritagliarsi un ruolo in medio oriente. Ad ogni modo, il fatto che l’Italia abbia definito quella russa “una partita politica persa”, il tentare di ripristinare i rapporti riproponendosi ancora una volta come mediatrice storica tra i due blocchi mondiali, fa riflettere su quale sia la strategia italiana. Appare chiaro che il furbo atteggiamento di ambiguità, di moderazione ed ambivalenza denotino la volontà di Roma di ottenere una ridiscussione del progetto South Stream, a valle degli eventi. L’effettiva realizzazione del raddoppio dell’hub nordico North Stream 2 costituirebbe una sconfitta politica per l’Italia e la costringerebbe a sederdi al tavolo con evidenti gap che quasi sicuramente la penalizzerebbero. È chiaro che la strategia russa, dal 2014-metà2015 (mesi in cui si tentava l’accanimento scissionistico ai danni dell’UE e si puntava più sul Nord) è mutata e pare essersi addirittura invertita. Putin torna a strizzare l’occhio al Bel Paese, conscio del fatto che l’allontanamento di
Trump lascia uno spazio. Spazio da poter colmare, in nome degli affari e, perchè no, dell’amicizia.

In realtà, la notizia della ridiscussione di un South Strem non è ancora giunta. Ecco che si provvede, parallelamente, alla realizzazione di progetti sostitutivi ed integrativi: nasce il sogno “Nabucco”, hub che avrebbe trasportato attraverso i paesi del sud Europa il gas russo e lo avrebbe smistato lungo tutto il continente. Il progetto, cui avrebbe particolarmente beneficiato l’Italia, tramonterà qualche mese dopo in sede UE a favore del più “bilanciato” progetto TAP. Quest’ultimo avrebbe presentato un nodo sulla frontiera greco-turca, attraversando l’intera Grecia, salendo per l’Albania ed approndando in Puglia. Tuttavia anche il progetto TAP è di fatto tramontato per questioni di impatto ambientale (avrebbe implicato l’abbattimento di 147 ulivi datati). Tale questione ha fatto perdere all’Italia l’ennesima buona occasione di rappresentare un perno al Sud, seppur il TAP non avrebbe veramente rivoluzionato l’assetto storico-diplomatico-energetico europeo. Il progetto TAP potrebbe a breve essere sostituito dalla realizzazione di un nuovo Hub Ionico (IAP ), che presenterebbe compressor in Albania, Montenegro, Bosnia e Croazia.

I progetti si susseguono ma, in concreto, i dissapori persistono. In Europa e a Mosca sanno che lasciare l’Italia in disaccordo o non soddisfatta equivale a trovarsi un gran problema. L’italia è, dal dopoguerra, una colonna mondiale della diplomazia ed è appartenente al G7. Una potenza mondiale da sempre fondamentale alla mediazione, un mercato apertissimo all’importazione di energia e, seppur in fasi subalterne, con un certo peso politico ed influenza negli altri paesi mediterranei. È premura di Putin lasciare soddisfatto il “cliente”. Ecco che, per smorzare il dissapore italiano:

1) verrà fornito slancio al progetto ITGI Poseidon (tratto terminale del Turkish Pipeline che attraverserà Grecia ed approderà in Italia, diversificando così l’approvvigionamento europeo di gas russo);

2) Per chiudere il contenzioso di 760 milioni di euro tra Gazprom e Saipem (controllata da Eni), la società russa ha coinvolto quella italiana nella realizzazione dell’ultimo tratto del North Stream 2, cioè il segmento che congiunge il Mar Baltico all’approdo in Germania, a Greswald.

È chiaro che il progetto ITGI Poseidon non sarebbe come un South Stream, così come non avrebbe lo stesso impatto sulla geopolitica energetica europeo. Tuttavia, attraverso il completamento di tale progetto (ultimabile in 3 anni ed utilizzabile al 10% della capacità dei tubi nel breve termine) l’Italia potrebbe facilmente conquistarsi il ruolo di Hub europeo del sud, ammesso che tutte le parti in gioco appaiano limpide ed oneste. Circa, invece, il coinvolgimento di Saipem nel progetto NS 2, si tratterà di un contratto da circa 4 miliardi di dollari relativo a posa dei tubi lungo 2500 Km. Altre candidate in gara sarebbero la francese Technip, la svizzera Allseas e l’olandese Royal IHC. Naturalmente Saipem sarebbe avvantaggiata per aver già collaborato alla realizzazione del North Stream 1 e del Blue Stream.

UNA SINTETICA ANALISI CONCLUSIVA

La volontà europea (anglo-francese) di rovesciare lo status-quo gheddafiano riflette pienamente lo spirito intra-competitivo europeo, fatto per metà di mancanza di solidarietà e per l’altra metà di mancanza di solidità. Nonostante il tentativo del 2011, ENI e l’Italia continuano ad essere leader nel paese. Le sanzioni imposte alla russia hanno incrinato i rapporti a tal punto da congelare il progetto South Stream, principale hub mediterraneo che avrebbe visto come ruolo di spicco proprio quello italiano. Non è mancata la volontà della commissione europea di affossare, chissà su pressioni di chi o per chissà quali mancati accordi, il progetto. Come se non bastasse, tra opere proposte e non intraprese ed altre poco rilevanti nello smuovere l’assetto geo-energetico europeo, viene proposto il progetto di raddoppio North Stream 2. Ciò è frutto della illegale ambiguità germanica nei confronti di Mosca. Non parliamo di mera diplomazia di facciata , ma di accordi economico-politici che infrangevano il documento sanzionario scritto a Bruxelles. Ad ogni modo, dal progetto vengono inizialmente escluse aziende italiane come Saipem (che aveva preso parte alla realizzazione del Blue Stream e del North Stream) la quale era già in battaglia legale con Gazprom, battaglia culminata alla Camera Arbritrale di Parigi e che concede alla società di Cao i 760 mln di euro richiesti in risarcimento della cancellazione del progetto South Stream. La diplomazia, le politiche intelligenti, la Brexit, l’allontanamento di Trump dall’Europa che lascia margine politico a Mosca, la consapevolezza di Putin che ora, una Europa sola, non va attaccata col fine di dividerla (cosa per la quale scatterebbe immediatamente il campanello d’allarme e che, giocoforza, consegnerebbe il vecchio continente ancora più tra le braccia di
Trump) bensì unirla. Questo perchè Mosca vuole proporsi come vero alleato ed amico, non vuole più apparire come il bullo cattivo , non ha intenzione di farsi odiare. Il suo cambio direzionale sta proprio in questo: l’Europa deve potersi fidare e deve poter contare sulla Russia. Ed ecco che Mosca tenta di stabilire quel rapporto di amicizia-dipendenza che assume ogni anno di più la connotazione di energetica. Quindi si rende necessario, per il Cremlino, ridiscutere i progetti nordici in atto includendo l’Italia, partner fondamentale e del quale non si può fare a meno: si da slancio al progetto ITGI Poseidon (che farebbe dell’Italia il principale hub, insieme alla Grecia europeo del sud) e si coinvolge Saipem nei lavori del NS 2, strappando un cotratto da 4 miliardi. Difficile dire se, così, la partita sarà vinta dai tedeschi o dagli italiani. Certo, sa più di una parità che accontenta tutte le parti o di una vittoria mutilata. Fatto sta che il doppiopesismo europeo dilaga ancora, non solo in campo bancario e politico ma anche in quello energetico. Allora c’è da chiedersi, possibile una semi-indipendenza energetica italiana? Quali prospettive
per contrastare il fronte nordico capeggiato da Berlino? La dea bendata, talvolta, ama anche noi. Infatti nel 2015 Eni ha coperto il più grande giacimento di gas del Mediterraneo: il giacimento Zhor. Come in Angola, ENI ha aperto le porte anche a Gazprom ed alla americana Exon iniziando a capitalizzare rapidamente tutti gli utili . Il giacimento, definito supergiant, presenta risorse sino a 850 miliardi di metri cubi di gas, con enstensione di circa 100 km quadrati e potrebbe modificare – in favore dell’Italia – gli equilibri del mercato del gas. La tensione diplomatica del caso Regeni rischiava di compromettere l’accessibilità a tale immensa risorsa ed il ritiro dell’ambasciata dal Cairo fu un gesto poco ragionevole. Naturalmente la vita vale più di mille risorse, ma se queste risorse alimentano altre vite c’è da chiedersi quanto sia giusto o sbagliato ristabilire rapidamente l’ambasciata in Egitto. Così è stato fatto nel 2017 dal ministro degli esteri Angelino Alfano e così blindiamo il nostro tesoro gasifero.

C’è chi guarda con sfavore:

1) Il rafforzamento della posizione italiana sul mercato del gas;

2)una ricalibratura del mercato del gas verso sud-est. Due su tutti: Germania e Russia. La prima si contrapponte ad ambo i punti poichè gioca una partita eguale e contraria a quella italiana (quindi ha tutto l’interesse nel far convogliare il gas europeo da un’unica fonte, cioè quella russa, avendosi assicurato la sua “amicizia”). La seconda, in sostanza, sarebbe contraria solo al secondo punto poichè si vedrebbe sottratta quote di mercato da Roma. In altri termini, l’Italia si appresta a raggiungere la parità per andare ai rigori. I governi che si sono sussrguiti hanno cercato la parità, speriamo che i futuri non vanifichino lo sforzo accontentandosi del risultato bensì cercando il goal della vittoria. Stabilite le realtà politico-energetiche enunciate prima, la doppia scommessa italiana sarà:

a) Sviluppo del giacimento Zhor con finalità cui 1) e 2);

b)Sviluppo dei giacimenti Afrodite, Tamar e Leviathan nelle acque territoriali di Cipro ed Israele.

La nostra nazione ha la possibilità di farsi spazio tra i big e per farlo è necessario coraggio, audacia e volontà politica. Credere all’Europa sì, ma alle favole no. Tristemente c’è da affermare che prima dell’istituzione della difesa comune e di una legge sul conflitto di interessi dei singoli stati nazionali, l’UE sarà solo una aggregazione monetaria composta da paesi in forte contrapposizione e competizione.

 

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