Cloud Atlas – Hegel immortale torna al cinema dopo due secoli

di Alessio Valente.

Sono passati cinque anni, ormai, dall’uscita di Cloud Atlas, lungometraggio nato dalla fatica delle sorelle Wachowski, già creatrici della trilogia di Matrix, e tratto dal romanzo “L’atlante delle nuvole” di David Mitchell. Non una novità, quindi, nel panorama cinematografico, ma chi scrive purtroppo ha avuto la possibilità di guardarlo solamente ieri e, visto l’articolo ispirato da La La Land della redattrice Vanessa Combattelli, che arriva quasi come “un’esortazione del destino”, non ha potuto trattenersi dallo scrivere qualche riga su quest’opera estremamente affascinante.

Non è poco il tempo che occorre dedicare al film, che dura quasi tre ore e che difficilmente può essere scelto per passare una serata spensierata, poiché lo svolgersi della trama necessita della massima attenzione e induce senz’altro lo spettatore, conclusa l’opera, a parecchie riflessioni. Sarà impossibile parlare della pellicola senza svelarne, almeno in parte, molti passaggi, fra cui quello finale; uomo avvisato, mezzo salvato.

Cloud Atlas non racconta una semplice storia, bensì l’intreccio di sei storie differenti legate tutte fra di esse, pur appartenendo a sei epoche totalmente lontane fra loro e senza venire mai tangibilmente in contatto l’una con l’altra se non per mezzo di testimonianze ritrovate. Com’è possibile? Semplicemente le vicende dei numerosi protagonisti seguono quella che è considerabile a tutti gli effetti una storia dell’evoluzione delle faccende umane, dalle traversate oceaniche dell’ ‘8oo a un futuro prossimo immaginato come distopico ed uno più remoto post-apocalittico.

Il film non narra la storia di un personaggio che si snoda attraverso un determinato contesto, ma narra come sia il contesto a variare, influenzato e influenzando la vita dei vari personaggi che si alternano alla nostra visione durante il film. Cloud Atlas è, anzitutto, una storia dell’umanità, in parte raccontata e in parte immaginata. La cosa è ancora più evidente se si pensa al fatto che le testimonianze attraverso cui i protagonisti entrano in contatto coi propri predecessori seguono un vero e proprio sviluppo tecnologico: dalle diario di bordo alle lettere, al romanzo, al film, all’ologramma, fino a tornare al più primitivo dei mezzi di comunicazione, le parole.

Ogni episodio, che non è narrato separatamente dagli altri ma che si mescola ad essi attraverso numerosi sbalzi temporali, è legato agli altri non direttamente, ma perché è trascinato dal divenire delle cose, come trainato dal destino. Allo stesso tempo, però, i personaggi riescono a influire sullo svolgersi degli eventi e sarà uno degli interrogativi che permangono alla fine del film quello che ci chiede di determinare se erano essi a condurre l’andamento della storia o viceversa. Ognuno dei protagonisti, poi, interpretato dallo stesso attore è come se rappresentasse il ciclo della reincarnazione o quantomeno un ideal-tipo umano che si ripete durante tutta la storia.

Non è difficile notare come tutto l’impianto del film sia profondamente basato, o quantomeno simile, all’impianto della filosofia di Hegel sulla storia che, procedendo per momenti dialettici, tende a trascinare l’individuo verso l’assoluto mediante il famoso movimento a spirale.

La presenza di Hegel all’interno della struttura del film è confermata anche dalla costante presenza del tema dello schiavismo, da quello dei neri nell’America che vediamo all’inizio del film a quello fantascientifico, delle “serventi”, ossia delle unità biologiche create artificialmente per servire l’uomo.
Nella dialettica servo-padrone di Hegel sarà poi il servo, idealmente, a divenire il vero padrone, in quanto padrone, appunto, della tecnica e del saper fare, senza cui non è possibile vivere. Sarà infatti un servo, il nero imbarcatosi clandestinamente sulla nave del primo nostro protagonista, ad emanciparsi dalla sua condizione attraverso il suo saper fare, dimostrando, cioè, di essere un ottimo marinaio e quindi molto utile al resto dell’equipaggio.

Sul finale del film, invece, può essere scorta qualche “contaminazione” marxista, del rendere “reale” un rovesciamento dialettico ritenuto compiuto solo sul piano ideale, poiché proprio il nostro primo protagonista, che ha permesso allo schiavo imbarcato di liberarsi, avrà un dialogo piuttosto acceso con un fautore di quell’ “ordine naturale delle cose”, citato spesso dai personaggi “reazionari” e che effettivamente torna durante tutta la trama del film in un incessante ripetersi di coazioni e ribellioni.

Quale sia la parte “giusta”, e se ne esista realmente una, resta da decidere allo spettatore; sappiamo soltanto che durante il futuro distopico qualcosa ha portato a una sorta di apocalisse, da cui l’uomo torna a uno stato quasi primitivo e selvaggio.

Stato che appare quasi come un momento zero dell’umanità, fondativo e non ultimo, ancora privo di contrasti e in cui arriva di nuovo il momento della coscienza di sé, di un’umanità dilaniata e distrutta dai conflitti, da cui però esce rigenerata e curata delle proprie ferite, pronta, forse, ad affrontare ancora un nuovo movimento dialettico. E’ un’umanità nuova, infatti, posta alla fine dei tempi, che guarda alla Terra da un altro pianeta mentre solo il protagonista, anziano e morente, ne ha ricordo.

In conclusione, ci sarebbe senz’altro molto altro da scrivere su Cloud Atlas che probabilmente è ricco di molti altri riferimenti e citazioni indirette. Resta il fatto che la filosofia hegeliana è senz’altro l’aspetto preponderante dell’opera e probabilmente ciò che la rende così affascinante e di grande importanza. In un mondo dominato dall’effimero e dal nichilismo, appare come un vero e proprio barlume di luce nell’oscurità.

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