’America First!’’: Trump sulle orme di Wilson e Harding

di Pietro Bassi.

Prima di “Country First”, uno degli slogan di John McCain nella campagna elettorale del 2008 c’era “America First!”.

È interessante notare che questo slogan è stato utilizzato in due anni diversi, da due diversi partiti politici, all’inizio del XX secolo e ancora nel 1992, in una campagna primaria.

Nel 1916 il Presidente uscente, il democratico Woodrow Wilson, l’impiegò nella sua campagna presidenziale. In quell’elezione, lo slogan era un riferimento alla sua Amministrazione che, nonostante da più parti ci fossero già forti spinte interventiste, era riuscita nell’intendo di tenere il paese fuori dalla guerra in Europa. Lo slogan “Wilson, That’s All!” era stato impiegato in precedenza quale pubblicità per un marchio di whisky. L’oppositore di Wilson, il magistrato repubblicano Charles Evans Hughes, ha impiegato tutto il suo sforzo propagandistico concertandolo sul motto “He Kept Us Out of War” e “America First!” che ha usato così intensamente nei suoi manifesti elettorali e nei cartelloni pubblicitari per la sua nomination.

Nel 1920, fu la campagna del repubblicano dell’Ohio, Warren Gamaliel Harding, a usare questo slogan sfruttando la disillusione del pubblico nei confronti della prima guerra mondiale e le sue conseguenze. Si può vedere lo slogan “America First!” nella versione idealizzata di Harding di Howard Chandler Christy con il candidato che fa il segno “V” con una mano e con in mano una bandiera americana nell’altra.

Ricercando online ho recuperato un discorso ufficiale del 1920 del Presidente Harding (https://www.youtube.com/watch?v=lL5aZLlfVy4&t=27s), il quale afferma: «I miei compatrioti, la prima torcia fiammeggiante dell’americanismo, furono illuminati nel formulare la Costituzione federale nel 1787. I pellegrini firmarono la loro semplice e maestosa alleanza un intero secolo e mezzo prima e incendiarono il loro faro di libertà sulla costa del Massachusetts. Altri pionieri della libertà del Nuovo Mondo stavano elevando i loro nuovi standard di libertà da Jamestown a Plymouth per cinque generazioni prima che Lexington e Concord annunciassero la nuova era. È tutto americano nel risultato destinato, ma a tutto ciò mancava l’anima della nazionalità. In verità semplice, non c’era alcun pensiero di nazionalità nella rivoluzione per l’indipendenza americana. I coloni stavano resistendo a un torto e la libertà era il loro conforto. Una volta raggiunto, la nazionalità era l’unica azione adatta alla sua conservazione.

L’americanismo iniziò davvero quando indossò la nazionalità. La Repubblica americana iniziò la strada tracciata del governo popolare rappresentativo. La democrazia rappresentativa fu proclamato quale ente sicuro della massima libertà umana. L’America ha guidato l’avanzata processione della libertà civile, umana e religiosa, che alla fine influenzerà la liberazione di tutta l’umanità. La Costituzione federale è la base di tutto l’americanismo, l’Arca dell’Alleanza, della libertà americana, il vero tempio dell’uguaglianza dei diritti. La Costituzione si attiene e sempre lo farà, fintanto che la Repubblica sopravvive.

Esitiamo prima di abbandonare la nazionalità che è l’anima del più alto americanismo. Questa repubblica non ha mai fallito verso l’umanità o ha messo in pericolo la civiltà. A volte siamo stati lenti – come quando proclamavamo democrazia e neutralità, eppure ignoravamo i nostri diritti nazionali – ma la parte fondamentale e utile che abbiamo giocato nella Grande Guerra sarà l’orgoglio degli americani finché il mondo racconterà la Storia.

Non intendiamo tenerci in disparte, scegliamo nessun isolamento, non evitiamo il dovere. Mi piace rallegrarmi di una coscienza americana; e in una grande concezione del nostro obbligo di libertà, giustizia e civiltà – sì, e altro ancora. Mi piace pensare che la Columbia stia aiutando le nuove repubbliche che cercano le benedizioni ritratte nel nostro esempio. Ma ho fiducia nella nostra America che non richiede alcun consiglio di poteri stranieri per indicare la via del dovere americano. Desideriamo consigliare, cooperare e contribuire, ma arroghiamo a noi stessi il mantenimento della coscienza americana e ogni concetto del nostro obbligo morale.

È tempo di idealizzare, ma è molto pratico assicurarsi che la nostra casa sia in ordine perfetto prima di tentare il miracolo della stabilizzazione del Vecchio Mondo. Chiamalo egoismo di nazionalità se volete, penso che sia un’ispirazione per la devozione patriottica – per salvaguardare l’America prima, stabilizzare prima l’America, prosperare prima l’America, pensare prima all’America, esaltare prima l’America, vivere e venerare prima l’America. Lascia che l’internazionalista sogni e il bolscevico distrugga. Dio abbia pietà di lui per il quale nessun entusiasmo si gonfi. Nello spirito della Repubblica proclamiamo l’americanismo e acclamiamo l’America».

Questo discorso di Harding, per così dire, risuona quale i molteplici ‘’rally’’ di Trump durante la nomination.

Anche Patrick Buchanan, candidato presidenziale per i repubblicani nel 1992, ha usato il tema “America First!”. Secondo Ron Faucheux: «I nemici di Buchanan disegnavano paragoni poco lusinghieri tra il suo slogan e lo stesso che era stato usato mezzo secolo prima dal comitato ‘America First!’, un gruppo isolazionista che si oppose all’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale e questo era il loro obiettivo».

Lo slogan “Country First” di McCain del 2008 non implicava alcun isolazionismo. Nella sua campagna, McCain ha cercato di dire che egli avrebbe messo il “paese” davanti a qualsiasi considerazione politica. Ad esempio, McCain ha chiesto il “surge” in Iraq quando questa era una strategia impopolare, anche tra i membri del suo stesso partito.

E oggi ‘’America First!’’ è stato il principale slogan della nomination e della campagna elettorale di Donald J. Trump assieme a ‘’Make America Great Again’’. Il tycoon newyorkese non è forse così stupido come molti pensano. Ha attinto ai grandi precedenti, dimostratisi vittoriosi e soprattutto preminenti nella società americana di Wilson, Harding e dei più recenti Buchanan e McCain. Il successo di Trump è figlio anche di questo.

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