Lo sciame è servito

di Paolo Maioli.

Ero rimasto che lo sciame di locuste al suono delle trombe sarebbe arrivato alla fine dei tempi. Che siano queste le ultime battute? Non della vita, pace e amore, ma del buon gusto. Se mi chiedessero cosa vorrei mettere sotto i denti, cosa di prelibato o semplicemente buono vorrei addentare stasera, avrei già pronta la lista: pizza, caprese, tagliatelle al ragù, tortellini, ravioli al brasato, fritture di pesce, pasta allo scoglio, cotoletta, risotto al radicchio, cinghiale, capriolo, lepre in salmì e non vado oltre perché sento qualcosa muoversi in bocca. Ma che, stolto! Hai mai assaggiato il sushi? No, il pesce crudo non lo mangio, non è roba mia, non ne sento l’esigenza. E dire che sento molta gente definirsi drogata di sushi, quasi sempre membri smembrati del popolone bue, quelli con l’orecchino o il dilatatore, il tatuaggio e la storia su Instagram sempre alla mano: non sia mai che scappi la porzioncina di pesciolino da 100 euro.

Io questo fascino del cibo globalizzato non lo sento. E sinceramente vorrei che fosse così per chiunque si senta nostro cittadino. Sento però nell’aria una continua esigenza di “futuro”, sebbene esso, ad oggi, non esista in quanto il presente sta andando a farsi fottere (se almeno andasse a farsi benedire ci sarebbero ancora tracce di Salvezza). Macchè. Sarò scemo io, o antico, fate voi, che quando leggo su un’insegna “antica trattoria…” mi immagino i nostri nonni (figura che evoco perché la sento davvero, non perché fa figura scriverla) seduti al tavolo a chiedere la pietanza. O sarò antiquato perché non riesco a resistere alle pizzerie napoletane, o ai dolciumi degli ambulanti siculi (quelli di casa nostra, quelli nati e cresciuti per dispensare bontà e buongusto). Ma oggi no, è nato il “all you can eat”, la riserva di caccia dei bollettari che devono poter dire di aver mangiato tanto e bene. Poi è arrivato il kebab, quella carne lì che tagliano con la lametta e che puzza di non so cosa, e dove il controllo sanitario, incredibilmente, sembra non giungere mai. Esattamente come la rivolta di un popolo, il nostro, dilaniato dentro dalla crisi e dalla decadenza culturale che si fa imporre la monnezza mondiale senza la minima reazione, anzi: spesso quello che dovrebbe essere il razionale schifo, o il patriottico rifiuto, si traduce in amore per la modernità, per ciò che il consumismo impone, e mio malgrado, oltre che ai fan dell’internazionalità annullatrice, spesso il sentimento sboccia anche in molto amici che si reputano di destra. Ma c’è di più: da qui a poco arriveranno gli insetti. Nella coloratissima Europa del Nord si sono già attrezzati con allevamenti casalinghi parsimoniosamente sostenuti dai fondi europei: in pratica hanno dato i nostri soldi a dei babbei alcolizzati e praticanti di protestantesimo ed eugenetica per crescere qualche cavalletta da mettere in tavola la sera. Dicono che sia il futuro, ma secondo me non vivono nel presente, dove, a poco a poco, chi non lotta mangerà polvere di gusto.

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