Acca Larentia – oggi, 40 anni dopo

di Luigi Circiello.

Verso le 18:20 del 7 gennaio 1978, cinque giovani militanti della sede romana del Movimento Sociale Italiano di via Acca Larentia, nel quartiere Tuscolano, vennero investiti da una raffica di mitra Skorpion. Due di loro, Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti, 18 e 19 anni, vennero uccisi e, nelle ore successive, il 20enne Stefano Recchioni perse la vita a seguito degli scontri in occasione di un sit-in di protesta lungo il luogo dell’accaduto. Illesi gli altri due ragazzi, Maurizio Lupini e Giuseppe D’Audino. Qualche mese dopo, il padre di Ciavatta, si suiciderà per la disperazione.

Quanto appena descritto è solo uno dei tanti e purtroppo tristi episodi di violenza che investirono il nostro paese tra gli anni ’60 ed i primi anni ’80: eppure esso rappresenta, nella sua tragicità, un momento ancora più tragico. Il momento nel quale anche i militanti della destra italiana di allora, i giovani militanti, decisero di imbracciare le armi per vendicarsi nei confronti dei loro coetanei militanti della sinistra e di protestare armati contro lo stato.

La strage di Acca Larentia segna quindi un momento di rottura drammatico all’interno di una stessa generazione, una reviviscenza della guerra civile conclusasi ufficialmente, allora, da poco più di trent’anni, una rottura che permane strisciante tutt’oggi: secondo lo storico Giorgio Galli, è inoltre lecito dubitare che l’agguato sia stato commissionato da elementi esterni al terrorismo politico al fine di acuire ulteriormente lo scontro ideologico.

Al di là della dolorosa cronistoria dell’accaduto e degli eventi che ne seguirono, ciò che è importante sottolineare nel ricordare quella strage, è appunto la necessità di non ripetere gli stessi errori, la necessità di focalizzarsi sulle responsabilità personali e politiche e sulle vittime, di Acca Larentia come di tante altre dopo e prima quel triste giorno.

Furono criminali coloro che spararono, cosi come lo furono coloro che contribuirono a creare quel clima di odio nel quale si sviluppò la violenza; furono vittime i tre giovani romani, come lo furono tutti i giovani di allora, e lo sono quelli di oggi, che ancora sono costretti a convivere con un clima di odio che tuttavia non permette lo sviluppo di quella violenza tipica degli anni ’70 a causa del diverso humus ideologico che avvolge i giovani d’oggi.

Ma le responsabilità politiche restano e, come allora, la risposta politica fu insufficiente, mi auguro che oggi si mostri più matura, più consapevole del peso delle azioni e delle parole.

Anche la cd. società civile, allora come oggi, ha la sua importanza negli eventi sociali. Allora, molto diffusa era la convinzione che si dovesse e si potesse giustificare in qualche modo la violenza, si sottovalutava l’emotività dei giovani, l’impatto che certi atteggiamenti e temi potessero avere su di loro. Lo stesso, in forme e modi diversi, avviene oggi: vignette che inneggiano alle brigate rosse fatte passare per satira, manifestazioni che sfociano in violenza, sistematicamente giustificate o perseguite a seconda di chi manifesta.

Politica e società civile dunque, non ripetano gli stessi errori del passato, non ricadano nella stessa colpa.

I colpevoli di Acca Larentia, del resto, sono rimasti sempre ignoti. Le vittime invece, hanno nome, cognome ed un volto: e ci intimano di rispettare la loro memoria vigilando affinché ciò che è accaduto a loro, non accada più ad altri.

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