Il diritto allo studio non va agevolato per tutti, ma per i meritevoli.

di Federica Ciampa.

La proposta del candidato Presidente del Consiglio Pietro Grasso di abolire le tasse universitarie, come era prevedibile, ha suscitato svariate polemiche. In primo luogo, fa sorridere il fatto che la medesima sinistra che accusa il riunito centro-destra di voler mettere in atto promesse populiste e senza copertura economica, faccia, paradossalmente, lo stesso. In secondo luogo, la sinistra si nasconde dietro lo slogan del “diritto allo studio per tutti”, ignorando che esso è, giustamente, già garantito in modo molto ampio.

Secondo i dati OCSE aggiornati al 2013, uno studente universitario italiano costa allo Stato la bellezza di circa 9.200 dollari annui, versando in tasse la media di 2.000 euro annui; gli studenti fuori corso possono arrivare a costare fino a 20.000 euro annui, pagando, in media, circa 3.000 euro: incluse spese per i locali e per i servizi delle Università. Giova ricordare che le tasse universitarie vengono versate da ogni famiglia in base alla propria possibilità economica: in questo modo, il sistema di tassazione, quantomeno a livello ideale, risulta essere equo. Nel 2015 il MIUR ha comunicato che solo per le Università vengono spesi circa 12,6 miliardi di euro all’anno: dunque, è facile capire che le tasse degli studenti coprono solo una minima parte dei soldi spesi dallo Stato italiano, ma che, allo stesso tempo, per i singoli Atenei, esse sono vitali, in quanto consentono di garantire almeno i servizi minimi. Inoltre, i corsi universitari aumentano di anno in anno, senza che ve ne sia necessità: ad esempio, nell’anno accademico 2013-2014 nell’Università degli Studi di Catania è stato introdotto il corso di “Storia ed evoluzione dei videogiochi”.

Da questi dati emerge chiaramente che tutti, ma proprio tutti, possono usufruire del tanto decantato “diritto allo studio”, pertanto abolire le tasse universitarie, in nome di ciò, è soltanto deleterio. Appare, infatti, che lo Stato italiano sborsi già parecchi soldi, per garantire anche agli studenti più svogliati e poco capaci di poter appendere un quadretto in camera con la propria pergamena di laurea: che tutti questi votino a sinistra? A questo punto, tutto può essere.

A ciò, si potrebbe obiettare che molte famiglie non possono permettersi di pagare queste tasse e, di conseguenza, i loro figli non possono studiare. Questo, purtroppo è vero, ma solo in parte: infatti, come abbiamo detto, le tasse in questione sono parametrate sul reddito di ciascuna famiglia. Dunque, se una famiglia non è particolarmente abbiente o si trova nella fascia più bassa o non paga. Inoltre, vi sono, annualmente, un certo numero di borse di studio messe a disposizione per gli studenti meritevoli. Il cosiddetto “diritto allo studio per i meritevoli” è tutelato dalla nostra stessa Costituzione, la quale all’art. 34 prescrive:
« I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. »

Inoltre, la conseguenza immediata dell’abolizione delle tasse universitarie, sarebbe un’invasione degli Atenei da parte di qualsiasi diplomato: infatti, in linea generale, chi decide di iscriversi all’Università sa che peserà sulla sua famiglia almeno per i tre anni successivi; si prende la responsabilità di studiare e di impegnarsi per laurearsi nei tempi; decide di entrare più tardi nel mondo del lavoro, per fare ciò che gli piace davvero.

Se l’Università divenisse completamente gratuita, chiunque, senza nessuna previa riflessione, potrebbe decidere di iscriversi ad un corso di laurea, sapendo di poterlo fare completamente a costo zero e potendo laurearsi nei tempi che preferisce, senza dover sborsare un solo centesimo in più per il ritardo: pagherebbero lo Stato e i contribuenti questa sua insensata scelta. Inoltre, la qualità delle lezioni, dei seminari e delle attività, che si svolgono nelle Università pubbliche diventerebbe ancora più bassa, essendo rivolta ad una platea infinita e poco qualificata di soggetti.

Quelle elencate sono solo alcune delle conseguenze che questo provvedimento scellerato proveniente da parte della sinistra contemporanea procurerebbe. Le prime vittime di esse sarebbero gli studenti universitari stessi, in particolare quelli meritevoli e capaci, perché vedrebbero i servizi di cui vogliono usufruire per sviluppare le proprie capacità, sempre più scadenti.

In conclusione, per risolvere le problematiche degli studenti universitari e degli atenei, non andrebbero abolite le tasse universitarie, ma messe in atto altre riforme che, esemplificando, potrebbero essere: eliminazione degli sprechi dei corsi inutili e costosi; ulteriori borse di studio per chi, pur essendo particolarmente diligente e meritevole, non ha la possibilità economica per poter studiare; più considerazione della media e dei crediti per parametrare la tassa da versare; esclusione dopo un certo numero di anni fuori corso, salvo motivi particolari, dall’università pubblica; agevolazioni per i fuori sede. Insomma tutti provvedimenti che guardano molto al merito. Tuttavia, per alcuni esponenti di certa sinistra, il merito è troppo fascista.

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