Giorgio Almirante: il “Virgilio” che ha illuminato tutti noi

di Chiara Soldani.

Non c’è bisogno di raccontare chi sia stato Giorgio Almirante: uomini immensi lasciano ricordi immensi. Ma in tempi di scarsa integrità morale e magra coerenza, ripercorrerne le gesta è ispirazione. Un esempio per noi tutti.

Nei durissimi anni di piombo, dove essere fascisti era colpa suprema, Almirante non ha mai rinnegato il suo credo. E neppure ha voltato le spalle ai suoi “figli”: “colpevoli”, a loro volta. E per questo, da lui difesi. Da lui aiutati. Da lui, ispirati.

Una generazione che non si è mai arresa, quella a cui apparteneva Giorgio: onore e fedeltà alle idee, il suo pane quotidiano. Almirante è stato il grande traghettatore della Destra, dal dopoguerra al Parlarmento, fino quasi alle soglie del 2000.

Nato il 27 giugno 1914 a Salsomaggiore, il padre era un eclettico uomo di spettacolo (attore e regista, lavorò anche con la Duse), realizzando fra i primi filmati del cinema muto. Una famiglia chiaramente “nomade”: da Parma a Torino, giunsero a Roma. Ed è qui che Almirante si iscrisse alla facoltà di Lettere, iniziando a collaborare per “Il Tevere”, quotidiano vicino al regime. Percorso brillante, quello del Giorgio “giornalista”: da collaboratore, diventa caporedattore. Nel frattempo si laurea, abilitandosi all’insegnamento.

Attivo militante, si arruola in Sardegna quando l’Italia entra in guerra. Combatte anche a Bengasi, in Libia. Vincente persino sul campo di battaglia: tanto da ottenere la Croce di guerra al valore militare.

Quando torna a Roma, riprende la sua fervida attività giornalistica con “Il Tevere”. Sullo sfondo, un fascismo sempre meno invincibile. Nel ’43, infatti, Mussolini viene sfiduciato e incarcerato al Gran Sasso (verrà poi liberato dai Tedeschi). Intanto sbarcano gli Americani in Sicilia: è un periodo altamente febbrile.

Ma Giorgio rimane fedele a Mussolini, proprio quando voltare le spalle appare soluzione più comoda ed ovvia. Lui, traditore non lo sarebbe mai: perché li odia, i traditori alla Badoglio, quest’ultimo che si schiera con Francia e Inghilterra, beffando la Germania. Così, il resiliente Almirante risponde a queste bassezze da ominuncoli, fondando la Repubblica Sociale. Ed è negli anni della RSI, che mette in salvo un amico ebreo, nascondendolo nella sede del Ministero della cultura di Salò.

E giunge il 25 aprile: cadono regime ed RSI, Piazzale Loreto si macchia con litri di sangue. Una mattanza disumana.
Passati i giorni più duri e cupi, Giorgio torna a Roma nel 1946. Ed è il 26 dicembre che la luce torna a splendere: nello studio dell’assicuratore Michelini, nasce l’MSI (di cui Almirante è co-fondatore e primo Segretario). Il successo esplode fin dall’esordio: alle elezioni del ’48, l’MSI entra in Parlamento con 6 deputati ed un senatore. Un trionfo!

Le posizioni sono chiare fin da subito. Com’è chiara l’intransigente opposizione alla legge Scelba, che impediva la ricostituzione del partito fascista.

Verso la fine degli anni ’60, l’MSI vive momenti “da graticola”: il becero ostruzionismo comunista, vieta congressi attuando un piano di vero sabotaggio. Ma Almirante certo non desiste: sfodera ottime qualità di mediatore, dialogando con monarchici e centristi dissidenti. E, da vero leader, catalizza attenzioni e gremisce piazze: un mix perfetto e raro. Nel ’71, sono di nuovo le urne a sorridere: ottimi i risultati alle regionali in Sicilia (+16% delle preferenze) e alle comunali di Roma (+16,2%). L’anno successivo, alle politiche, conquista 56 seggi alla Camera e 26 al Senato. Nel 1973, altra svolta. L’MSI cambia parzialmente nome, diventando MSI-Destra Nazionale.

Sono anni durissimi e feroci, per i missini: abbattuti come birilli, solo perché “di Destra”. Razzismo vero, “rosso” istinto: quello omicida, quello di sempre. Giorgio e Donna Assunta, un uomo ed una donna dal cuore immenso, adottano il figlio di un missino ucciso (con una bottiglia lanciatagli alla nuca), durante un comizio.

“Avversari sempre, nemici mai”: e così, il 1984, omaggia la salma di Berlinguer. Un gesto affatto scontato. Una lezione d’autentico signore. Ma il tempo, passa. Giunge l’ora di designare un successore: Gianfranco Fini (già alla guida del Fronte della Gioventù) è il prescelto. Proprio colui che, molti anni dopo, avremmo chiamato “Vile traditore”.

Scorre inesorabile, il tempo. Come sempre accade. E giunge l’epilogo, di questa gloriosa storia: cala il sipario, ma non cessano gli applausi. Il 22 maggio dell’88, infatti, si spegne una luce. Muore, il grande Giorgio, lasciando un vuoto fatto di nostalgia ma colmo d’insegnamenti. Sempre coerente al motto di Evola, lungo tutto il suo cammino:”Vivi come se tu dovessi morire domani, pensa come se tu dovessi non morire mai”.

A quasi 30 anni dalla scomparsa di Almirante, il suo esempio, ci è ancora d’esempio. Oggi più che mai: perché gli uomini, anche i più grandi, muoiono. Ma le loro idee, vivono per sempre. E risplendono in eterno, come il suo sguardo cristallino. Perché noi “possiamo ancora guardarti negli occhi”. E non smetteremo mai di farlo.

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