L’Atene classica: coniugazione perfetta di autoctonia e ospitalità

di Federica Ciampa.

Negli ultimi anni, certa intellighenzia di sinistra ha tentato di trovare delle giustificazioni così forti alle problematiche causate dalle ondate migratorie, da essere giunta a scomodare gli antichi, mistificando, addirittura, la realtà storica. Alcuni pensatori mentalmente aperti, infatti, non hanno mancato di considerare l’Atene classica – cioè quella risalente al V-IV secolo a.C. – come una città aperta e multiculturale, basata su uno dei valori portanti dell’antica cultura greca, ossia la ξενία (xenía), un concetto complesso, che si tende generalmente a tradurre con la parola italiana “ospitalità”.

Con questa affermazione i suddetti scienziati, non solo dimostrano di non sapere come veniva attribuita la cittadinanza nel periodo di massimo splendore di Atene, ma avvalorano un concetto di xenía lontano anni luce da quello che rappresentava veramente. Forse questa teoria, che ha poco di storico e molto di ideologico, può indurre in errore alcune persone, ma, fortunatamente non tutte.

Occorre, dunque, fare un po’ di chiarezza. In primo luogo, cosa era e cosa rappresentava davvero la xenía? Innanzitutto, essa era sacra, in quanto protetta da Zeus, padre degli dei: l’ospitante aveva il dovere morale e religioso di accogliere chi richiedesse la sua ospitalità. Allo stesso tempo, lo xénos (ospitato), aveva il dovere di rispettare l’ospitante e di offrire a lui o ad un membro della sua famiglia altrettanta ospitalità, in un futuro che poteva essere più o meno lontano: ciò non era importante, in quanto, nel momento della dipartita dell’ospitato, vi era uno scambio di reciproci doni. Questi doni costituivano una sorta di segno di riconoscimento e permettevano ai discendenti futuri dell’ospitante di essere accolti nella casa dell’ospite o della sua famiglia, qualora ne avessero avuto bisogno. In secondo luogo, bisogna considerare i molteplici significati della parola greca xénos: egli poteva essere, allo stesso tempo, un ospite, uno straniero, un viandante. In tutti i casi, si trattava di un individuo che restava temporaneamente e portava anche un arricchimento, non solo materiale, attraverso il dono, ma soprattutto – diremo oggi – “culturale”: infatti, come testimoniano i poemi omerici, in queste occasioni l’ospite era solito raccontare della sua vita, dei motivi che lo avevano condotto fin lì, di ciò che succedeva nelle altre parti della Grecia. Alla luce di questo excursus, sembra chiaro che non è una questione neanche lontanamente paragonabile all’immigrazione odierna.

Un ulteriore accezione del termine xénos, certo più rara, indica il “nemico”: poteva l’ospite trasformarsi in un nemico? Assolutamente sì. Un esempio di ciò si riscontra nell’Iliade: infatti, Paride, pur essendo stato gentilmente ospitato dal Re Menelao, decide di sedurre sua moglie e di condurla con sé ad Ilio. In genere, nessuno dei pensatori di cui sopra menziona mai quest’ultimo significato: credono forse che, in questo modo, si inizino a considerare tutti gli stranieri come dei nemici? Forse, vista l’attuale psicosi generale su questi temi.

Al di là di ciò, comunque questo valore era così radicato nella cultura greca che dall’età arcaica giunse fino all’età classica e che, a tratti, fu ripreso anche dai Romani. Come esempio di età classica si suole analizzare la realtà sociale e politica di Atene, perché, come abbiamo precedentemente detto, fu la città che raggiunse in quest’epoca il suo massimo splendore. Ad Atene la vita cittadina era scandita da cultura, arte e, soprattutto, politica: il fautore di questo periodo d’oro della polis greca era Pericle, legittimamente considerato il “padre della democrazia”. Gli eccelsi pensatori progressisti, a questo punto, iniziano una mirabolante arrampicata sugli specchi, in cui Pericle è considerato anche il padre dell’apertura mentale e culturale. E’ davvero così? Ovviamente no e a smentire questi cialtroni c’è niente poco di meno che Tucidide, il quale riporta l’Epitafio ai caduti che Pericle pronunciò nel 430 a.C., a seguito della Guerra del Peloponneso. Il discorso, nella sua parte iniziale, celebra il sacrificio dei caduti nella guerra: grazie alla loro morte, grazie al loro legame con la terra, Atene si era potuta conservare libera. Atene era ciò che era nel 430, grazie alle generazioni precedenti, le quali avevano sacrificato la propria vita per la città. Inoltre, una riforma molto nota di Pericle, riguarda proprio la cittadinanza: infatti, egli stabilì che per essere cittadini ateniesi, bisognava discendere da genitori entrambi ateniesi; prima di questa riforma era sufficiente avere solo il padre di origine ateniese. Tuttavia, la xenía restava comunque conciliabile con questa impostazione ateniese, infatti, nell’Epitafio ai caduti si dice anche “Affluiscono poi nella nostra città, per la sua importanza, beni d’ogni specie da tutta la Terra e cosí capita a noi di poter godere non solo tutti i frutti e prodotti di questo paese, ma anche quelli degli altri, con uguale diletto e abbondanza come se fossero nostri.” Pertanto, “l’altro” era accettato, ma solo nella misura in cui non interferisse con lo ius sanguinis della polis.

Dunque, con buona pace di certa cultura di sinistra, Atene non risulta compatibile con la loro visione del mondo esterofila e multiculturale.

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