The Man in the High Castle: una sit-com fauvista

di Pietro Bassi.

‘’Ignoro dove l’artificiale finisca e cominci il reale’’. Andy Warhol

È necessario chiarire bene da dove prende le mosse ciò che sarà esposto in seguito. Esistono due linee da seguire per chi si interroga sulla relazione tra cinema e storia sono quelle della lettura storica dei film e della lettura cinematografica della storia. Quest’ultima porta all’attenzione dello storico il suo approccio metodologico di lettura e di interrogazione del passato.

Johan Huizinga nella sua autobiografia del 1943, ricordando le impressioni e le sensazioni da lui vissute in giovane età mentre assisteva alla sfilata della comunità studentesca in costumi cinquecenteschi scrisse: ‘’Il corteo fu la cosa più bella che io avessi mai visto. Saprei ancora raccontare un gran numero di particolari, a questo proposito: come partì dalla via del mercato, cioè da un punto vicinissimo alla nostra casa […] Come soffiasse un vento frizzante e gagliardo e come proprio vicino a casa nostra si spezzasse l’asta di una bandiera, sì che la bandiera cadde addosso a un cavaliere […]’’. Parimenti Huizinga scrive poi di aver avuto l’intuizione centrale della sua più famosa elaborazione storiografica ossia: ‘’Autunno del Medioevo’’ guardando i quadri di Van Eyck; si può ritrovare nelle sue pagine le immagini degli studenti di Groningen che sfilano in costume. Huizinga arriva ad affermare: ‘’Non saprei più dire quando fu che in me si radicò l’idea che la comprensione della storia sia soprattutto una visione, o meglio un’evocazione di immagini […] Ricordo però di aver portato dentro di me tale concezione per vari anni, senza mai propormi di fissarla sulla carta o di elaborarle […] Solo quando improvvisamente mi trovai di fronte al compito di stilare una prolusione accademica tornai a quell’argomento e cioè la storia come immagini’’. Questa importante citazione del testo autobiografico di Huizinga rappresenta perfettamente i rapporti che legano storiografia e immaginario, e come l’immaginario di una determinata epoca storica si esprima nella sua produzione letteraria o figurativa, riuscendo a modellare l’immagine che questa epoca costruisce del proprio passato. In questa storia dell’influenza dell’immaginario sulla storiografia, il rapporto fra cinema e storiografia ne rappresenta soltanto il termine.

Il cinema dunque si trova a ricoprire quell’aurea simbolica che è l’ancella maggiormente rilevante per lo storico, sia che egli non sia incline a voler allargare il suo approccio metodologico sia, a maggior ragione, che egli voglia invece occuparsi di cultura e sia quindi uno storico culturale. Se quindi il cinema riesce a disegnare i contorni immaginari di una società in una determinata fase storica tramandandocene una panoramica, la storia deve saper riconoscere e ‘’fare suoi’’ quei contorni immaginari e simbolici, fonti dirette o indirette che siano, risalenti a quella determinata fase storica. Quindi ritengo che un dipinto, una fotografia, un monumento, una musica, un film, un romanzo, un’opera teatrale e altre forme artistiche fino ad arrivare anche ai videogiochi possano, anzi, a mio avviso, riescano a ‘’dire’’ qualcosa di storico.

In questa sede tenterò di dare una lettura storica della sit-com ‘’The Man in the High Castle’’ curata da Frank Spotnitz e ispirata al romanzo ‘’La Svastica sul Sole’’ di Philip Kindred Dick. Suggerisco al lettore di tenere a mente durante la lettura, quasi fosse un leitmotiv, oltre alla massima di Warhol (Ignoro dove l’artificiale finisca e cominci il reale), anche quanto ebbe a dire un altro grande artista del novecento, Pablo Picasso: ‘’Tutto ciò che puoi immaginare è reale’’. Invitando il lettore che non l’ha fatto, a guardarla, non mi soffermerò quindi nello svelare la trama e anzi tenterò di tenere più suspence possibile; basterà dire che la sit-com è ambientata in un America distopica, in cui la Germania di Adolf Hitler ha vinto la guerra, bombardando Washington DC e controlla la East Coast degli USA, mentre la West Coast è controllata dal Giappone: Grande Reich Nazista da un lato e Stati del Pacifico dall’altro. I personaggi che ritengo più interessanti sono: il Ministro giapponese del Commercio Nobusuke Tagomi con il fido aiutante Kotomichi, l’Obergruppenführer John Smith, la spia Joe Blake, il Reichsminister Martin Heusmann, l’Ispettore della Kempeitai Kido, la volubile e mezza resistente Juliana Crain, l’emotivo e mezzo resistente mercante d’Arte Richard Childan, l’alto ufficiale nazista disilluso Rudolph Wegener e il boss della Yakuza negli Stati del Pacifico Taishi Okamura, che possiede informazioni e un fiuto più acuto di quello della Kempeitai dell’Ispettore Kido. Le due colonie sono separate da una Zona Neutrale corrispondente al passaggio delle Montagne Rocciose, fra Idaho-Montana-Wyoming-Utah-Nevada.

Gli episodi della serie hanno come filo conduttore trainante la realtà, la distopia, la resistenza, il ricordo e l’immaginazione. L’intreccio cinematografico si dipana dal film nel film, ossia questi film, che non si sa chi abbia prodotto e che custodisce l’Uomo nell’Alto Castello, che raccontano l’America ‘’reale’’ dell’anteguerra e del dopoguerra.

Il personaggio sul quale desidero maggiormente soffermarmi è il Ministro Tagomi, in quanto rappresenta il personaggio più drammaturgico ed estetico. Egli all’inizio della serie fa sponda con Rudolph Wegener, consapevoli del rischio di una guerra atomica alla morte di Hitler, per dotare il Giappone della Bomba all’Idrogeno. Il Ministro Tagomi durante tutta la durata della prima serie, in crescendo, e lungo tutta la seconda appare quale Sommo ‘’Bushi’’. Generalmente in occidente il termine Bushidō (武士道), che tradotto letteralmente significa “La Via del Guerriero”, è strettamente legato all’apprendimento delle arti marziali, ma in realtà comprende una vera e propria dottrina di vita, potremo quindi definire come un “codice etico e morale” che sottintende ogni aspetto della vita di un ‘’Bushi’’ (guerriero Samurai). Il codice dei samurai fu messo per iscritto solo tra il XV e il XVI secolo da Tsuramoto Tashiro che trascrisse i precetti del Bushidō, così come gli erano stati insegnati dal monaco-guerriero Yamamoto Tsunetomo in un testo, l’Hagakure, in cui raccolse le regole di condotta dei Bushi, arricchendole con le dottrine del buddismo, del confucianesimo e dello shintoismo. Il Bushidō di oggi è alla base del nazionalismo giapponese, che sfociò poi nella seconda guerra mondiale, diverso da quello descritto nell’Hagakure, essendo ancor più intriso di elementi nazionalistici. Nobusuke Tagomi è solito ‘’interrogare’’ dei bacchetti di bambù per comprendere il destino, entrare in uno stato d’ipnosi meditativa e praticare un accoratamente religioso giardinaggio. Egli accoglie a lavorare con sé Juliana Crain, ignora però, o finge d’ignorare, ch’ella fa parte, per molti versi, della resistenza anti-giapponese e anti-nazista, benchè ella sia un’amante della cultura giapponese, che rispetta, e sia innamorata della spia nazista Joe Blake. Il Ministro Tagomi, nella seconda serie, a seguito d’una nuova meditazione, si ritrova letteralmente catapultato nel mondo reale, lì quello fittizio\semi-reale. Ossia si ritrova nella San Francisco degli Anni 60, e legge sul giornale della Crisi dei Missili di Cuba e della presa di posizione dell’embargo navale americano. Seguendo sua moglie e ricordando il passato, Tagomi, si reca a casa sua dove scopre che il figlio ha sposato, proprio, Juliana Crain: il cerchio si chiude. Il Ministro del Commercio giapponese spulciando giornali vecchi e visionando uno strano film (prodotto probabilmente dall’Uomo nell’Alto Castello) si accorge poi del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. Tagomi è angosciato, sgomento, allarmato; una volta preso dolce congedo con la Crain, si precipita nel mondo reale, recandosi presso la Kempeitai per far visionare il film, portato con sé, ma un attacco dinamitardo fa saltare per aria la sede della Kempeitai, l’Ispettore Kido riesce però a sopravvivere e Tagomi gli mostrerà la pellicola, al che Kido, con accordo del Ministro decide di […]. La stessa Juliana Crain vive un dissidio interiore: ella vive sentendo suoi i valori della cultura giapponese dalla quale è affascinata, ama però la spia nazista Joe Blake che indirettamente aiuta, entra in accorato contatto col Ministro Tagomi, chiede asilo al Grande Reich Nazista e trova rifugio presso gli Smith che non riesce a danneggiare, per un verso fa parte della Resistenza senza però entrarne mai direttamente e piuttosto tenendosene in disparte volendo solo avere a cuore la causa in quanto questo valeva per la dispersa sorella. Parallelamente George Dixon, misterioso amico dei Crain, e facente parte della Resistenza, accusa la Crain di tradimento per aver […] salvo poi essere scoperto dalla Crain quale […].

Il Ministro Nobusuke Tagomi appare quale titano: non rinnega i valori del Giappone imperiale e anzi, li incarna facendoli suoi sempre più, ma appare quale uomo riflessivo, dotato di bontà, comprensione, rispetto e affetto. Egli confida alla Crain: ‘’Le culture in cui siamo nati significano che facciamo le cose in modo diverso. Eppure sospetto che terremo anche molte delle stesse cose nella più alta stima’’.

Dal film traspare una realtà complessa e ambigua, in questo mondo distopico regnano la tristezza, la piattezza, l’aridità e la rassegnazione. A ben vedere un vero e proprio ‘’nemico’’ è assente, sebbene i nazisti e i giapponesi lo dovrebbero essere, essi però in realtà sono calati in un mondo che assorbe anch’essi: il fardello del progredire temporale grava sulle spalle di tutti: cittadini normali, resistenti, giapponesi e nazisti. Può apparire strano ma tutti, ad eccezione di alcuni congiurati nazisti […] mirano alla pace internazionale […]. L’Ispettore Kido e l’Obergruppenführer Smith, nonostante la loro umanamente cinica durezza, si prodigano però per mantenere la pace. Del resto fu proprio Hitler a disporre, terminato il conflitto, di spartirsi il mondo col Giappone e tenere la pace non aggredendo l’alleato orientale. Sarà la misteriosa morte del Fuhrer […] a gettare il mondo in punto di guerra atomica. La bomba all’idrogeno ottenuta dai giapponesi, grazie al duo Tagomi-Wegener riuscirà a ottemperare l’effetto di arma deterrente, facendo mostrare i muscoli del Giappone ai tedeschi. Il Ministro Tagomi confida al suo aiutante il fido Kotomichi e all’amico Rudoph Wegener: ‘’Dobbiamo tutti avere fede in qualcosa’’.

La serie è troppo ampia, ambivalente e filosofica per trarne un giudizio univoco e unilaterale, nondimeno giudicare un’ipotesi distopica è cosa estremamente complessa quand’anche ci si riesca. La sit-com mi ha completamente trascinato tanto da non vedere l’ora che esca la terza serie. Il fatto che non sia scontata, come la maggior parte della cinematografia storica americana relativa alla seconda guerra mondiale, la rende ancor più avvincente e interessante. Penso che quello che il duo Frank Spotnitz e Philip Kindred Dick suggerisca sia che, forse, per così dire, non è tutto oro quel che luccica.

The Man in the High Castle è come un quadro dei Fauves se pensiamo a ‘’Charing Cross Bridge, London’’ di André Derain del 1906-1907 vediamo che ad esempio il mare è, a tratti di macchia, rosso, giallo e verde lime, in lontananza si scorgono gli edifici della Downtown di Londra verde fluorescente; chiaramente non è così, però chissà, per qualcuno forse il mare è davvero rosso, giallo e verde lime. Chi ci può dire che sia sbagliato non voler pensare e ipotizzare che possa essere così?

Il Ministro Tagomi nel secondo episodio della seconda serie dirà: ‘’Quando uno è turbato dalla realtà di questo mondo, può essere confortante considerare altre possibilità, anche se quelle possibilità ci disturbano, tanto forte è il desiderio di sfuggire alla tirannia della coscienza e agli stretti confini delle nostre percezioni, per sbloccare le prigioni di pensiero in cui ci intrappoliamo, tutti nella speranza che un mondo migliore o una versione migliore di noi stessi, forse, possa giacere dall’altra parte della porta’’. È una massima che vale più di mille parole.

Del resto come ebbe a scrivere, con ragione, Friedrich Dürrenmatt: ‘’Se la realtà potesse parlare non enuncerebbe formule di fisica ma canterebbe una canzone infantile’’. La realtà dunque, anti-hegelianamente, anzi all’opposto di Hegel, si trova a essere ciò che è inconsciamente irrazionale. O meglio: la realtà può anche essere concepita in simil maniera.

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