La diplomazia fascista in azione. (Prima parte)

Di Giuseppe Palazzo

I primi anni della politica estera fascista: tra continuità e innovazione.

Destreggiandosi tra le immutabili condizioni della geopolitica italiana, la diplomazia fascista è stata autrice di quella che si potrebbe definire, seppure in maniera controversa, la migliore e la peggiore politica estera della storia d’Italia.

Le “immutabili condizioni della geopolitica italiana” sono rappresentate dalla doppia dimensione della Penisola: proiezione territoriale verso il centro dell’Europa, e posizione strategica al centro del Mar Mediterraneo. Fattore che può assurgere a vantaggio o a debolezza a seconda dell’abilità della classe dirigente, della predisposizione dell’attore egemone e dal contesto internazionale allargato a Europa e Nord Africa. Emblematica fu l’adesione italiana alla Triplice Alleanza nel 1882 per stabilizzare il confine con l’Austria-Ungheria, ancora in possesso delle terre irredente nel nord-est, e la conseguente dichiarazione del Ministro degli Esteri Mancini riguardo la natura della Triplice, da non considerare in contrapposizione alla Gran Bretagna, che era l’attore più influente nel Mar Mediterraneo. Egli riuscì, dunque, a conciliare questa doppia natura, rassicurando gli inglesi assicurando la frontiera al nord-est, che l’Italia non era ancora in grado di difendere, né tanto meno di estenderla per riprendersi le terre italiane in mano allo straniero che si proiettavano verso la pianura padana, privando l’Italia della naturale difesa delle montagne.

Benito Mussolini divenne Primo Ministro il 31 ottobre 1922, ed assunse ad interim il Ministero degli affari esteri. Il suo approccio, alieno alla tradizione diplomatica liberale diede vita a un periodo di ambiguità tra continuità e innovazione. La prima era garantita in particolare dal segretario generale del MAE Salvatore Contarini che incarnava gli aspetti essenziali della diplomazia liberale: prudenza come modus operandi nella vita internazionale, ottimo partenariato con la Gran Bretagna (attore egemone) come priorità nelle relazioni con gli altri paesi, competizione commerciale con la Francia, status quo dell’equilibrio europeo, in particolare nei paesi dell’Adriatico e dei balcani, i quali, essendo il prodotto quasi artificiale del trattato di Versailles, erano tra i più fragili dell’intero continente. Secondo l’interpretazione di Gaetano Salvemini, con il fascismo al potere, la diplomazia liberale usò Mussolini come spauracchio contro le altre potenze, strumentalizzando la sua inclinazione allo scontro frontale; ma nel lungo periodo il fascismo s’impose sulla tradizione liberale.

Il primo banco di prova fu la crisi di Corfù: il 27 agosto 1923 fu trucidata una delegazione militare italiana guidata dall’ufficiale Tellini incaricata dalla Società delle Nazioni di delimitare i confini tra Grecia e Albania. Scavalcando i consigli della diplomazia liberale, Mussolini accusò la Grecia e decise di bombardare e occupare Corfù. Fu il primo atto di forza internazionale dell’Italia fascista. La Società delle Nazioni non volle irritare ulteriormente il Duce, e impose alla Grecia di corrispondere un’indennità di risarcimento all’Italia.

Ben più rilevante fu il Trattato di Roma del 1924 (accordo Mussolini-Pasic) tra Italia e Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (dal ’29 Regno di Jugoslavia), in cui fu sancita la suddivisione dello Stato libero di Fiume, il cui centro storico e parte della costa che garantivano la continuità alla Madrepatria andarono all’Italia, e la parte orientale della costa al Regno balcanico. Ciò fu possibile perché Belgrado aveva perso l’appoggio degli Stati Uniti di Wilson, asse che aveva scoraggiato Nitti e Giolitti ad annettere Fiume nel 1919-1920, al tempo in cui i legionari Dannunziani gliela offrirono su un piatto d’argento. Questo trattato sancì per l’ultima volta il ritorno di Fiume alla Nazione a cui apparteneva.

Il 1924 è anche l’anno del riconoscimento italiano dell’Unione Sovietica, che comportò la stipula di accordi commerciali e di navigazione. L’Italia fu il terzo paese europeo a fare questa scelta ardita, tanto più difficile se si pensa a cosa accade alla Gran Bretagna quando il governo laburista riconobbe l’URSS: fu costretta a richiudere i rapporti in seguito alla “Lettera Zinov’ev”, documento falso in cui si incoraggiava una rivoluzione comunista nel Regno Unito. Il riconoscimento aprì un percorso di rapporti complessivamente positivi con il gigante comunista, a dispetto di ciò che potrebbe far pensare la differenza ideologica, e che portarono nel ‘34 anche a un trattato di amicizia tra Italia e Unione Sovietica (accordi Mussolini-Potemkin).

L’anno di svolta “napoleonico” del rapporto tra diplomazia e fascismo fu il 1926, anno in cui, preso atto delle sempre maggiori differenze tra diplomazia liberale e diplomazia fascista, Salvatore Contarini lasciò la sua carica di segretario generale, e Dino Grandi avviò la fascistizzazione degli esteri.

La politica estera fascista si articolava in particolare nell’area balcanica, disconoscendone lo status quo, ed entrando in una più serrata competizione con il suo principale garante, la Francia. Le prime mire furono rivolte all’Albania, con la quale fu promosso un rapporto stretto, in particolare dopo l’arrivo al potere di Ahmet Zog, filo-italiano, avvenimento che permise la costituzione di una sorta di protettorato sull’Albania. Il rinnovato protagonismo italico e la crescente influenza nell’area balcanica si scontrarono con l’opposizione della Jugoslavia, protetta dalla Francia. Il fascismo cominciò a considerare il vicino slavo come un nemico, un ostacolo scomodo al raggiungimento di un rafforzamento del ruolo italiano nell’area danubiano-balcanica. La faida regionale portò alla chiusura dei rapporti con il paese adriatico nel 1927.

Alla fine degli anni ’20 l’Italia avviò un dinamico percorso diplomatico volto a incoraggiare buone relazioni con tutti gli attori della frammentata Europa orientale, destreggiandosi tra i paesi rimasti insoddisfatti dal trattato di Versailles alla fine della Grande Guerra (es. Ungheria e Grecia), e tra i paesi anti-revisionisti (Romania, Turchia, Cecoslovacchia). A giocare sullo stesso territorio era la Francia, la quale ricercava rapporti solo con i paesi anti-revisionisti. Dino Grandi dovette ammettere il fallimento di questa politica causato dalle tensioni che attraversavano la geopolitica balcanica (Ungheria contro Romania, Grecia contro Turchia). Invece sul fronte dei rapporti con la Gran Bretagna, il Duce non ruppe con la tradizione liberale., continuando a coltivare buoni rapporti, essenziali per la sicurezza nazionale sul fronte mediterraneo.

Il grande storico italiano Ennio di Nolfo descriverà Mussolini come “un revisionista che non poteva permettersi la revisione”. La revisione è ovviamente riferita alla cartina geopolitica dell’Europa dopo la Grande Guerra. La contraddizione riposava in particolare nel non far entrare in cortocircuito le 2 direttrici della politica estera italiana, interessi continentali ed extra-continentali, in un contesto geopolitico fragilissimo ed intrecciato, senza mettere a repentaglio la sicurezza nazionale, ma al contempo senza rinunciare all’espansionismo.

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