La verità sulle riforme del lavoro negli ultimi anni: meno disoccupazione ma più inattività

 

Di Davide D’Anselmi

Da parte della classe politica che ha governato in questi anni, non sono mai mancate parole di gioia e soddisfazione per il progressivo calo della disoccupazione, sbandierando questo dato come un successo delle riforme del lavoro emanate dagli ultimi governi. Gran parte del merito viene dato alla riforma del Jobs Act, tuttavia un’analisi più approfondita dei dati ISTAT rivelano che la crescita, in realtà, è davvero marginale e in gran parte dovuta ai contratti a termine.
Tralasciando il ricambio generazionale e le assunzioni di grandi aziende di privati specializzati, il rapporto tra dipendenti a termine e a tempo indeterminato è sbilanciato a favore dei primi. I dati provvisori di dicembre (anno 2017), usciti qualche giorno fa, parlano chiaro: «Nel trimestre ottobre-dicembre si registra un lieve incremento degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,1%, +16 mila); la crescita interessa prevalentemente le donne e si concentra soprattutto tra gli over 50 e, in misura più lieve, anche tra i giovani di 15-24 anni, a fronte di un calo nelle classi 25-49 anni. L’aumento è stimato esclusivamente per i dipendenti a termine, mentre calano i permanenti e gli indipendenti».
Su questo punto torneremo verso la fine dell’articolo, piuttosto analizziamo un altro dato che ha la stessa natura della disoccupazione, ma è nascosto da un “velo” che impedisce alla stessa classe politica di dare un giudizio obiettivo sulla situazione del lavoro in Italia: l’inoccupazione.
Le persone che non cercano attivamente lavoro sono in crescita dello 0,8%, per gli appartenenti alla fascia di età tra i 15 e i 64 anni, per un aumento totale di +112 mila individui. Il tasso di inattività guadagna 0,3 punti percentuali salendo al 34,8%. Dunque la diminuzione della disoccupazione non è accompagnata, come risulterebbe da una logica superficiale, da una maggiore occupazione e quindi nuovi posti di lavoro occupati. Se si vuole leggere tra le righe le cause potrebbero essere varie, come l’aumento del lavoro in nero, che non risulterebbe registrato nelle banche dati dell’ISTAT. Di conseguenza l’individuo afferma di “non cercare lavoro” e di mantenere il suo status quo, perché il lavoro in nero non può essere dichiarato (o comunque rendicontato nella statistica).
Tralasciando i dati trimestrali, anche su base annua il discorso non cambia. Gli occupati crescono dello 0,8%, ma la crescita si concentra tra i lavoratori a termine (+303 mila) mentre calano gli indipendenti (-105 mila) e i lavoratori a tempo indeterminato (-25 mila).
Questi dati vanno integrati con il reddito pro capite dei nuclei famigliari per capire quanto effettivamente questa crescita del lavoro a termine abbia influenzato la vita degli italiani. Gli ultimi dati valgono per il 2016, dove il reddito pro capite ammonta a 21.829 €, con un aumento dell’1,7%. Nonostante l’esiguo aumento, non corrisposto come prevedibile dalla diminuzione della disoccupazione, l’Italia è indietro alla media europea del 2,3%, superando la Spagna rispetto al 2014, ma ancora indietro alla maggior parte del resto dei paesi del vecchio blocco NATO (gli ex paesi del Patto di Varsavia sono incomparabili a causa di una economia che ancora risente dell’esperienza comunista, dunque per ragioni storiche).
Aumenta anche il rischio di povertà dello 0,7%, per un totale del 20,6%. Ultimo di una lunga serie di dati negativi, che trascuriamo per ragioni di spazio, è la quota di chi vive una condizione di grave deprivazione che raggiunge il 12,1% (era 11,5% nel 2015). Il rapporto recita che: “Il disagio economico che caratterizza l’Italia, come noto, è fortemente legato alla difficoltà di entrare e permanere nel mercato del lavoro”. Il termine “permanere” conferma, alla luce di questi dati, che il Jobs Act è una truffa. Ha aumentato sì i posti di lavoro, ha diminuito sì la disoccupazione, ma ha anche aumentato il precariato, il disagio economico, confermato il ristagno del sud (che vive con un reddito pro capite di circa 13.188€ di media, più basso dei paesi dell’ex blocco comunista) e la proliferazione del lavoro in nero (leggasi “inoccupazione”).
Mentre la classe politica si crogiola nei loro “successi”, l’Italia rischia di non vivere mai una netta ripresa, dopo un decennio di sacrifici ed austerità.

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