Riemergono le ambizioni neo-ottomane di Erdogan

di Francesco Cirillo.

Lo spirito neo-ottomano del Presidente turco è minacciosamente riemerso con l’attacco militare nei confronti delle milizie curdo-siriane del Cantone di Afrin.

Formalmente l’operazione “ramoscello d’ulivo” ha l’obiettivo di allontanare la minaccia curda dai confini meridionali della Turchia, ma sotto sotto lo stesso Erdogan mira alla creazione di uno Stato siriano del nord, completamente vassallo di Ankara.

L’operazione, definita dai vertici militari di Ankara come una operazione anti-terrorismo, rappresenta la volontà di Erdogan di occupare un posto importante nel futuro post-bellico della Siria, in vista del congresso di pace che si terrà nella città di Sochi, fortemente voluto dall’Asse Ankara-Teheran-Mosca.

Ma le ambizioni neo-ottomane devono fare i conti con una realtà complicata, in cui la Russia ha un ruolo di mediatore, come si è visto nell’attacco turco ad una zona che era de facto sotto protezione russa (la presenza di un contingente fino al 20 era strategicamente importante e aveva evitato operazioni turche).

Mosca ed Ankara, secondo quanto riferito dallo stesso presidente turco, prima dell’operazione avevano “ratificato” un accordo.

Secondo le fonti turche l’accordo prevede che Ankara acconsenta ad accettare una permanenza di Assad a Damasco, rinnovando in seguito i rapporti diplomatici tra Ankara-Damasco. Solamente con queste garanzie, che avrebbe accettato, la Turchia avrebbe avuto “l’ok” dal Cremlino per far partire la sua operazione.

In questo rompicapo Erdogan sa che non deve pestare i piedi alla Federazione Russa ed ai suoi obiettivi politico-militari nella regione. Ma il “sultano” sa che deve conservare i legami internazionali con Washington, attualmente ai minimi storici.

Nei piani di Erdogan la creazione di una zona cuscinetto filoturca, al confine settentrionale siro-turco e a sud della Turchia, allontanerebbe la minaccia (per Ankara) dei curdi-siriani proprio da Ankara, per portare la zona, de facto, sotto il controllo della Turchia.

Ora la Turchia mette in discussione la sua permanenza nella NATO: l’intervento militare turco dimostra il contrasto dei loro interessi con quelli dell’Alleanza Atlantica. La Turchia è uno dei membri più importanti per la NATO, visto che ha il secondo esercito per numero di effettivi dopo quello statunitense. Ma la sua leadership, guidata dal presidente Recep Tayyip Erdogan, vede negli interessi della NATO un pericolo alla sua sicurezza nazionale. I curdi, per Washington, sono stati i principali alleati sul terreno per sconfiggere l’ISIS e nella riconquista di Raqqa, la capitale siriana dello Stato Islamico.

La Turchia di Erdogan si è allontanata dai valori europeisti e difficilmente con Erdogan potrà entrare nel consenso delle nazioni europee, ma ora la Turchia erdoganiana è de facto una potenza revanscista, con il sogno di riportare i fasti dell’Impero Ottomano ad Ankara.

Nei giorni successivi all’offensiva turca nel Cantone di Afrin in seno alla NATO si è riaperta la questione della presenza turca nell’Alleanza Atlantica, discussione che resterà in bocca agli alleati per diverso tempo.

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