Trump e il nuovo sogno americano

di Pasquale Ferraro.

Donald J. Trump nel suo secondo discorso sullo stato dell’unione ha assunto una veste differente rispetto all’immagine che generalmente si ha e viene trasmessa del tycoon newyorchese. Distante tanto dal Trump della campagna elettorale, quanto dal Presidente dei primi mesi ( dal discorso dell’insediamento, fino al primo sullo stato dell’unione).  Un anno di presidenza alle spalle ha lasciato i suoi segni, nonostante le polemiche, gli attacchi e la continua esposizione mediatica in negativo, favorita da un concentrato bombardamento dei media ostili, il Presidente degli Stati Uniti può vantare l’aver portato a casa già una buona parte delle sue promesse elettorali: la riforma fiscale, l’American first su tutte, una riforma storica che punta al rilancio complessivo e sistematico dell’economia statunitense. Una riforma liberale e patriottica: liberale nella sua struttura e patriottica nel suo slogan quel “Make America Great Again “, quello slogan di reaganiana memoria che è stato il grido di battaglia per tutta la campagna dalle primarie fino alla corsa finale e che sintetizza finora la bussola dell’amministrazione Trump.

 

Trump non è uno straordinario oratore, lui è un uomo da poche parole, un uomo concreto, tutto d’un pezzo, una figura facilmente ascrivibile nelle migliori tradizioni dell’epopea della frontiera, non è Obama, il fine oratore, attento accurato e studiato fin nei minimi dettagli, ma che mai è riuscito a dar seguito alle sue parole: parole e frasi che per quanto belle ed edulcorate ebbero sin dall’inizio insita la debolezza intrinseca di un ideale estraneo alla cultura americana, e alla tradizione di un paese che si fonda sulla forza e sulla determinazione.  Donald Trump, al contrario sin dalla campagna elettorale è a quell’America che si è rivolto, all’America amareggiata e affranta, umiliata dalla politica estera dell’amministrazione Obama, dalle politiche economiche che hanno danneggiato l’industria americana e impoverito gli stati centrali e orientali da sempre pilastro dell’economia interna, dall’agricoltura al settore carbonifero.

A quello stesso pubblico si è sempre rivolto in questi mesi, ed anche l’altra sera in un discorso che si inserisce a pieno nella tradizione storica e politica del discorso sullo stato dell’Unione, parole tese ad abbattere il muro della diffidenza issato in questi mesi dall’ostilità di una parte del paese che non ha accettato il responso democratico delle urne.

Un registro quello tenuto dal presidente ben diverso da quello del discorso di insediamento in cui l’influenza di Steve Bannon trapelava in quelle frasi accese e in quei tempi cupi tipici di una visione distante dalla tradizione di un Gop che finalmente vede palesarsi la realizzazione di alcune battaglie storiche.

Trump ha risposto alla pubblicazione del libro “Fire e Fury” nel modo migliore, a risposto alla maniera presidenziale, da Presidente, giocando forse per la prima volata la carta del padre della nazione, quel ruolo che da sempre il presidente incarna, ma che Trump in questi mesi non è riuscito a ricoprire dovendo sin dal primo giorno resistere alla mole di attacchi, accuse e inchieste che hanno accompagnato quello che può essere definito il primo anno di presidenza più turbolento dai tempi di George W. Bush.

Trump si è detto aperto alla cooperazione collaborazione coi democratici, i quali ormai privi di qualsiasi indirizzo politico, fondano la loro intera strategia sull’antitrumpismo una impostazione politica che noi italiani conosciamo bene, ma che negli Usa potrebbe danneggiare non poco i democratici, ormai alla ricerca di un alternativa credibile da tirare fuori alle primarie del 2020, quando proveranno a spodestare The Donald dallo studio ovale.

Dalla sua The Donald dal campidoglio ha lanciato il messaggio, rivendicando i suoi successi dei primi dodici mesi alla casa bianca e chiosando: “ In America sappiamo che la fede e la famiglia, non il governo e la burocrazia, sono il centro della vita americana. Il nostro motto è: “ in Dio confidiamo.”

Su questo The Donald 2.0 fonda il programma da qui al 2020, su una nuova ridefinizione degli Stati Uniti come paese delle opportunità, come nazione leader del mondo moderno,  ma allo stesso tempo fiera delle sue origini, della propria storia. Ed anche qui il messaggio è lanciato, l’America è aperta a tutti, chi vuole lavorare sodo è il benvenuto, ma da buon padre The Donald non toglierà il pane ( lavoro) ai suo figli per darlo ad altri: American First!

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