La diplomazia fascista in azione. (Parte 2)

Di Giuseppe Palazzo
Gli anni del consenso: dal Mussolini mediatore all’avvicinamento alla Germania

La diplomazia internazionale degli anni ’20 fu caratterizzata da una febbrile attività: nel 1923 l’Etiopia divenne membro della Società delle Nazioni anche con il voto favorevole italiano. L’Italia aderì al Patto aperto Briand-Kellogg del 1928 sul ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie. Nel 1925 Mussolini riprese il colonialismo, e stipulò con la Gran Bretagna un’intesa sul riconoscimento delle rispettive sfere d’influenza in Africa, patto verso cui mal reagì la Francia. Fin dal ’22 Mussolini aveva ridato impulso alla conquista italiana della Libia. Poco a poco la Confraternita della Senussia, maggior ostacolo al colonialismo italico, venne debellata. Nel’29 la Tripolitania fu stabilizzata, il Fezzan venne occupato in soli 3 mesi, e Rodolfo Graziani cominciò l’annessione della Cirenaica con metodi brutali. Proprio la scomparsa della radicata Senussia fu la pre-condizione dell’obiettivo di Mussolini: dare al fascismo una veste universalistica, e l’Italia fascista assurta a ponte geo-culturale tra Oriente e Occidente. Nel 1937 a Tripoli, Mussolini si proclamò “protettore dell’Islam”, strinse accordi con il leader iracheno Kaylani e con il Gran Muftì di Gerusalemme Husayn. Nel 1939 lanciò l’idea della costruzione della prima moschea in Italia.

Il 1931 fu una data fondamentale nella comunità internazionale per l’occupazione giapponese della Manciuria. La debole reazione della Società delle Nazioni rese evidente, soprattutto a Mussolini, che non c’erano da temere ritorsioni particolarmente assertive in seguito ad un eventuale rafforzamento italiano della propria politica espansionista.

Agli inizi del 1933 Adolf Hitler conquista il potere in Germania. La gran parte delle cancellerie europee considerò l’avvenimento il naturale sbocco della crisi del ’29, e credevano che il Fuhrer fosse il tipico nazional-conservatore di stampo prussiano. Negli ambienti conservatori inglesi venne persino visto positivamente in funzione anti-comunista. Il primo che comprese il pericolo rappresentato da Hitler fu Mussolini, il quale, masticando un po’ di tedesco, fu l’unico grande leader europeo a leggere il Mein Kampf. Proprio nel quadro del contenimento delle neonate, ma ancora inespresse, aspirazioni tedesche, nel giugno ’33 il dittatore italiano tentò di riproporre il “concerto europeo”, schema geopolitico della prima metà dell’800, sotto forma di un direttorio internazionale formato da Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, al fine di imbrigliare la risorta potenza tedesca in un sistema di alleanze. Il tentativo fallì a causa della Francia che non voleva marginalizzare i paesi della Piccola Intesa (Romania, Cecoslovacchia, Jugoslavia), dei quali era garante e protettrice.

Intanto nel ’29 Dino Grandi, volto moderato del fascismo, arrivò al vertice della diplomazia italiana. Uno dei dossier più importanti che seguì furono le trattative sul disarmo, fallite a causa delle richieste tedesche di tirare in ballo anche le truppe coloniali. Nel ’33 la Germania di Hitler uscì dalla SdN per avere mani libere sul riarmo, facendo crescere i sospetti della Francia sulle vere intenzioni dei tedeschi. Nel ’32 Mussolini decise di riprendersi il Ministero degli Esteri e Grandi divenne ambasciatore a Londra.

Dal 14 al 16 giugno del ’34, su pressante richiesta di Hitler, si tenne il primo incontro tra il Dittatore tedesco e quello italiano. Il Fuhrer vedeva nel Duce un esempio da seguire, ma la stima non era corrisposta. A dividere i 2 era soprattutto la questione austriaca e il divieto dell’Anshluss, sacrosanto per la sicurezza nazionale italiana. L’Italia, infatti, era il garante dell’indipendenza austriaca, impegno che portò al fallimento dell’unione doganale austro-tedesca, possibile preludio all’annessione. L’obiettivo di Mussolini era inserire l’Austria all’interno del rapporto privilegiato che aveva già con l’Ungheria, progetto che si coronò con i protocolli di Roma del ’34, con i quali i 2 paesi si legavano all’influenza politica ed economica di Roma. Contemporaneamente Mussolini convinse il cattolico Dollfuss ad instaurare una dittatura che mettesse al bando i filo-nazisti austriaci. Nello stesso anno Hitler tentò l’annessione dell’Austria alla Germania, sventata grazie all’opposizione di un funzionario italiano a Vienna che fece occupare la centrale telecomunicazioni, isolando i golpisti, e all’intervento di Mussolini, che fece mobilitare 2 divisioni al Brennero. Il presidente austriaco Dollfuss, filo-italiano, rimase ucciso, ma fu prontamente sostituito da un altro filo-italiano, Von Schuschnigg. Dopo l’accaduto, il Fuhrer inviò persino una lettera di giustificazione all’omologo italiano.

Si faceva così sempre più necessario smuovere dall’apatia la Francia e la Gran Bretagna. Nel gennaio ’35 il Ministro degli Esteri francese Pierre Laval si recò a Roma per incontrare Mussolini. Entrambi nutrivano sospetti e timore nei confronti della Germania Hitleriana; inoltre stipularono accordi coloniali riguardanti il via libera francese alla campagna italiana in Etiopia. In cambio Mussolini cedette i diritti della comunità italiana alla Francia, con effetto a partire dal 1945.

Se negli anni ’20 la politica estera italiana è caratterizzata dalla serrata competizione nei balcani e da un non celato revisionismo, nella prima metà degli anni ’30 la potenza italiana è la più anti-revisionista e Mussolini è l’unico ad opporsi all’aggressività tedesca. Nell’aprile 1935 si tenne l’incontro del Fronte di Stresa tra Italia, Francia e Gran Bretagna. I 3 ribadirono l’intangibilità della frontiera austriaca, ma niente di concreto venne deciso. Il fallimento di Stresa fu un enorme delusione per Mussolini, il quale cominciò a maturare un cambio di passo, ed aprire ad altre opzioni circa la questione austriaca. Nel frattempo iniziava la rimilitarizzazione della Germania. La Gran Bretagna si disinteressava di questa grave violazione degli accordi di Versailles, mentre la Francia si trincerava dietro la linea Maginot.

In controtendenza rispetto al resto d’Europa, nella metà degli anni ’30, il Duce avviò la campagna militare in Etiopia, usando come pretesto l’uccisione di alcuni ufficiali italiani. La Gran Bretagna temeva che l’Italia potesse spezzare il “cordone verticale” di colonie che i britannici avevano costituito in Africa; dunque inglesi e francesi proposero agli italiani la cessione di parti dell’Etiopia (Patto Laval-Hoare), ma il Patto fallì e Mussolini forzò la mano per metterla tutta sotto il suo controllo. L’Italia non aveva motivo di temere un intervento britannico poichè il Servizio Informazioni Militare (SIM) aveva intercettato il “rapporto Maffey”, in cui veniva riportato che i britannici non sarebbero stati disposti a mobilitare la flotta contro l’Italia in caso di aggressione all’Etiopia. Nel 1936 l’Etiopia non esisteva più e la comunità internazionale semplicemente ne prese atto. Solo la SdN attuerà delle sanzioni economiche, rese vane dal rifornimento di materie prime da USA e Germania.

E’ l’anno del massimo successo e consenso dell’Italia fascista. Ormai potenza di primo piano, l’Italia aveva raggiunto una prestigiosa posizione nel consesso diplomatico europeo, facendosi garante degli equilibri regionali, e riuscendo a coniugare il proprio interesse nazionale, rapporti positivi con la Gran Bretagna, e un’influenza mai avuta prima. Ed infine la stessa figura di Mussolini fu apprezzata in molte cancellerie europee, da Londra, a Parigi, a Berlino, financo a Mosca. Questi sono gli elementi cardine di quella che potrebbe essere definita la migliore politica estera della storia d’Italia, dal punto di vista della capacità di contare nel mondo.

Nel 1936 scoppiò la guerra civile in Spagna. Essa portò l’Europa alla polarizzazione: URSS, Gran Bretagna e Francia con il Fronte Repubblicano e Germania e Italia con i falangisti di Franco. L’intesa italo-tedesca sulla questione spagnola fu il primo fondamentale elemento della nascita dell’Asse. A ciò si aggiunse il pronto riconoscimento tedesco dell’impero Italiano in Etiopia, dopo, però, aver sostenuto la resistenza etiope per distrarre l’Italia dalle questioni europee. Alla fine del ’36 il nuovo ministro degli Esteri Galeazzo Ciano si recò in Germania, dove consegnerà un documento segreto in cui si rivelava che Gran Bretagna e Francia consideravano la potenza tedesca il nemico n.1. Fu inoltre firmato il protocollo d’ottobre, nel quale si riportava una convergenza di vedute sulle principali questioni internazionali. L’avvicinamento alla Germania fu voluto da in primis da Galeazzo Ciano, che considerava l’Anschluss solo questione di tempo, tanto che scrisse che l’Italia era “interessata più all’erede che alla sopravvivenza del paziente”. L’obiettivo era quello di strumentalizzare il revisionismo tedesco dei rapporti di forza in Europa per dar maggior peso all’Italia. La Germania doveva essere quel “mostro da scatenare contro i francesi”. A tal fine la propaganda fascista comincia a rispolverare la questione delle rivendicazioni territoriali avanzate alla Francia, come Nizza, Savoia e Gibuti. Nel settembre ’37 Mussolini fece visita ad Hitler. Il Duce rimase folgorato dalla potenza tedesca, e da lì cominciò a maturare un sempre maggiore avvicinamento alla Germania che lo porterà al disimpegno verso l’indipendenza austriaca e ad aderire, insieme al Giappone, al Patto Anti-Comintern, in cui i 3 paesi s’impegnarono a contrastare l’influenza comunista nel mondo. Una clausola segreta del Patto sanciva, inoltre, l’impegno a non stipulare accordi con l’Unione Sovietica senza consultare gli altri. Come vedremo, sarà violata da tutti. Ma il cambiamento di passo dell’Italia nelle geometrie internazionali era già stato deciso.

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