La sfida di Renzi: creare il suo PD ed esautorare i “minnitiani”

di Francesco Cirillo.

Dal 2017 ad oggi il Partito Democratico ha subito una profonda metamorfosi. Da quando Matteo Renzi è diventato segretario del PD per la prima volta, nel dicembre del 2013, ha incominciato ad attuare una riorganizzazione della struttura partitica per trasformarlo in un partito personale.

Se il nome PdR (Partito di Renzi) sembrava anacronistico, negli ultimi giorni, dopo le ufficializzazioni delle liste elettorali del Partito Democratico, è tornato nelle bocche degli addetti ai lavori e dei politologi.

La composizione delle liste conferma la volontà del segretario e del suo disegno di partito: imporre un gruppo di fedelissimi del segretario reprimendo qualsiasi forma di discussione. Il segretario Renzi ha voluto imporre le sue linee guida: avanti tutta, costi quel che costi. Nonostante ciò Renzi si è assicurato la lealtà del futuro gruppo parlamentare, ma una sconfitta pesantissima del PD alla tornata elettorale rischia di riaprire uno scontro all’interno al Partito, scontro che potrebbe accelerare la nascita di un partito esclusivamente renziano, simile a En Marche di Macron, con due parole d’ordine: lealtà e fedeltà.

Molti membri delle minoranze PD non sono stati ricandidati. Tra loro anche personaggi che hanno lavorato egregiamente nel settore del sicurezza, della difesa e degli esteri.

L’ala di Minniti è stata decimata dalle purghe renziane. Nicola Latorre, presidente della Commissione difesa del Senato, che ha interrogato i membri delle ONG accusati di essere collusi con i trafficanti, è stato esautorato dal segretario Dem. Latorre era stato richiesto fortemente dal ministro degli interni vista la sua grande esperienza negli apparati di sicurezza e difesa e anche per la sua partecipazione alle indagini riguardanti l’omicidio di Giulio Regeni in Egitto.

Altro membro dell’ala minnitiana, esautorato da Renzi, è Andrea Manciulli. Vice presidente della commissione esteri della Camera dei Deputati e capo della delegazione italiana presso l’Assemblea NATO; Manciulli è forse un altro degli esponenti PD con una grande esperienza nelle relazioni internazionali e nei settori della sicurezza. Per questo Minniti aveva richiesto la sua ricandidatura, richiesta non accettata dal giglio magico e da Renzi.

Altra vittima è stato il sottosegretario agli esteri del governo Gentiloni, Vincenzo Amendola. Amendola poteva portare nella proposta di governo del PD qualche visione nelle future relazioni internazionali del prossimo esecutivo.

Queste epurazioni di uomini vicini ai membri dell’attuale esecutivo uscente dimostrano i paraocchi del segretario PD che punta ad avere una truppa fedele e leale ma povera di uomini esperti nelle competenze chiave. Il 5 marzo, dopo le elezioni, ci consegnerà forse un PD fortemente renziano, ma ciò a danno di uomini che hanno dimostrato enormi competenze nei temi della sicurezza nazionale, nella difesa e nelle relazioni internazionali del nostro paese.

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Riferimenti (link):

La Stampa – Linkiesta – Formiche – Corriere della Sera

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