Sono Tornato: una scossa alle nostre coscienze

di Pietro Bassi.

Durante questa settimana ho visto il film scritto e diretto da Luca Miniero. Ho aspettato trepidante questo giorno. Massimo Popolizio è nei panni di un eccezionale Benito Mussolini. Premetto subito che analizzare storicamente il film, a mio avviso, risulta ad oggi impossibile: probabilmente nel giro di qualche anno lo si potrà tentare di fare. Come ebbi a scrivere in precedente articolo precedente in cui ho analizzato la serie TV ‘’The Man in the High Castle’’, i film riescono a creare quello che potremmo definire uno ‘’Squarcio immaginifico’’ nel quale spesso la storia si ritrova a trovare spazio e attraverso cui si possono dipanare ragionamenti storici arrivando a usare i film alla stregua delle classiche fonti documentarie.

Quello che possiamo dire di questo film da un punto di vista storiografico è che esso non ha una tematica propriamente storica. Il protagonista del film è un celebre personaggio che ha fatto la storia ma la pellicola gioca tutto sull’oggi, sul 2017, risulta essere infatti una sorta di panoramica immaginaria di che cosa potrebbe succedere se Mussolini tornasse in vita nel nostro paese. A tratti il film risulta essere parecchio umoristico, l’impianto di base è quello della commedia semiseria.  Questo è il caso ad esempio delle scene iniziali relative all’edicola nei quali Mussolini si ritrova a essere ospitato da una coppia gay, e dopo essersi accorto dal giornale che il dibattito politico è incentrato appunto sul riconoscimento delle coppie gay e aver osservato di essere nel 2017 sviene; così come quando l’edicolante indicandogli il punto in cui si deve recare per prendere l’autobus per raggiungere la sua residenza di Villa Torlonia gli indica la fermata di Piazza Matteotti al che Mussolini gli replica che preferisce andare a piedi. Altrettanto vale in uno dei numerosi scambi di opinione con il suo accompagnatore Andrea Canaletti in quanto quest’ultimo fa sapere a Mussolini che l’Italia ha avuto alla presidenza della Repubblica un partigiano, si trattava di Sandro Pertini, al che Mussolini con sguardo truce sobbalza dal sedile. Stesso si può dire per gli aiuti che Mussolini fornisce a Canaletti in una stanza d’albergo, nel tentativo di quest’ultimo di flirtare con la ragazza alla quale sta facendo la corte, scrivendo dal cellulare di Canaletti e suggerendogli cosa scrivere, e lo invita a osare mettendosi in gioco. Nel suo giro, poi, lungo la penisola interessati sono gli scambi di opinione con un pizzaiolo napoletano che gli suggerisce di creare: ‘’Una dittatura non troppo dittatura, con un partito e al massimo due’’ e il colloquio con un mezzadro Veneto. Lungo tutta la penisola Mussolini riceve richieste di farsi dei selfie da chi si trova sul suo cammino. Pare una star. Il suo discorso in diretta tv, negli studi di Sky e nel programma di ‘’Donna Bellini’’ è un qualcosa di fortissimamente attuale e sottilmente pungente. Per arrivare poi alla trovata del finale che è un qualcosa di meravigliosamente avvincente e stimolante: Mussolini percorre, al fianco di Donna Bellini, sulle note di ‘’Libiamo ne’ lieti calici’’, via dei Fori Imperiali dalla sua auto d’epoca decapottabile e lungo il suo percorso trova persone reali: Miniero gira queste scene alla maniera di Candid Camera riprendendo reali reazioni di passanti al Duce, abbondano saluti romani, fotografie, saluti con le mani, gesti militareschi. È un vero tripudio.

Il film dunque, a discapito dei 2\3 ‘’pistolotti’’ di ramanzina pro mondo ebraico e ‘’di condanna’’ che Miniero ha necessariamente dovuto inserire, onde evitare di essere tacciato di ‘’propaganda fascista’’, è pienamente riuscito ed è godibilissimo e provocatoriamente stimolante. Quando Canaletti gli punta una pistola al petto Mussolini gli dice: ‘’Tu puoi uccidermi, ma se lo fai uccidi una parte di te stesso e di tutti loro’’ (riferendosi ai molti presenti). È così, volenti o nolenti, in ognuno di noi (salvo che per gli ebrei), giace, in taluni nell’inconscio e per tal’altri nel subconscio, il Duce. E tutti noi lo guardiamo gli uni con rimpianto e gli altri con bontà nostalgica, sebbene ritenuta ‘’riprovevole’’.  

Nella raccolta di saggi tascabili editi da Laterza curata da Jader Jacobelli ne troviamo uno che ritengo interessante citare e portare all’attenzione del lettore. Nell’ultimo saggio che il curatore riporta, Pier Giorgio Zunino, grande storico delle idee, scrive: ‘’Se intorno al problema dell’esistenza o meno di una cultura fascista si è variamente battagliato, non ci pare ora del tutto azzardato arrivare almeno ad affermare, anche sulla scorta di più recenti affioramenti documentari, che molta parte della cultura italiana tra le due guerre – e spesso si trattò di grande cultura – sia stata profondamente segnata da valori antidemocratici: pensiamo ai casi esemplari quali Pirandello, Gadda e Ungaretti. Che poi, senza lasciarsi irretire nella palude delle definizioni puramente formali, sorga il sospetto che tra quella cultura antidemocratica e il fascismo esistano talora degli scarti, ma più spesso vi siano dei confini piuttosto labili, ci appare un approdo probabilmente inevitabile […] Per fare un caso soltanto, quello del già citato Pirandello, non è dubbio che il suo relativismo e il vero e proprio nichilismo che lo caratterizzarono non potessero armonizzarsi con molta parte dei sani e luminosi sentimenti che garrivano al vento del fascismo. Ma in Pirandello c’era anche il ribrezzo per la democrazia e c’era l’odio profondo per le forme rappresentative dello Stato liberale, e questi erano umori che sortivano dallo stesso pozzo da cui venivano non poche delle idee e dei sentimenti che nutrirono il fascismo e molti altri intellettuali di prima fila […] In sostanza, affacciarsi sulla storia del fascismo liberi dai contrafforti difensivi che ancora qualche anno addietro parevano indispensabili può oggi essere considerato una prova della non revocabilità di un passato che per l’Italia può dirsi davvero trascorso […] Un insieme di giudizi e di pensieri che si condensano nell’idea che le insidie alla democrazia, così come taluni germi che si annidano nelle pieghe della società italiana, non siano da ricondursi esclusivamente alla storia del Ventennio e, più in generale, al paradigma fascista’’.

Lo stesso vale per il grande compositore Giacomo Puccini, il quale ebbe a dire: ‘’Non credo nella democrazia, perché non credo alla possibilità di educare le masse. È lo stesso che cavar l’acqua con un cesto! Se non c’è un governo forte, con a capo un uomo dal pugno di ferro, come Bismarck in Germania, come Mussolini, adesso in Italia, c’è sempre pericolo che il popolo, il quale non sa intendere la libertà se non sotto forma di licenza, rompa la disciplina e travolga tutto. Ecco perché sono fascista: perché spero che il fascismo realizzi in Italia, per il bene del Paese, il modello statale germanico dell’anteguerra’’. Vediamo bene che oltre alla stragrande maggioranza della popolazione italiana, anche fior di menti d’alta cultura si sentirono appieno, e con ardore, fasciste.

Applausi, merito e onore, dunque, a Miniero e anche al cast di ‘’Sono Tornato’’ di essere riusciti a comporre un piccante e scomodamente stimolante quadro dell’Italia di oggi, e chissà, probabilmente di quella del domani.

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