Cori sulle foibe: scontata iniquità post-sessantottina

di Manuel Di Pasquale.

Lo stavo ribadendo già da qualche giorno: questi cortei nulla avrebbero avuto a che vedere con le motivazioni di facciata, ma erano mirati proprio a denigrare il ricordo degli infoibati. Mi spiace dire che ho ragione. Mi spiace dirlo perché i “compagni” sono prevedibili anche nei loro sporchi secondi fini, quelli propriamente fini a loro stessi, quelli diffamatori e oltraggiosi.

Che senso ha cantare: “Ma che belle son le foibe da Trieste in giù?”. Non ci arrivano, anzi, non ci arriveranno mai: nella loro mente malata sono convinti che le foibe fossero giuste perché “lì ci finivano i fascisti”. E questa è l’argomentazione più idiota che io abbia mai sentito: le vendette e i risentimenti non sono stati fatti su generali o politici, ma su civili inermi, indifesi. Civili che hanno pagato con la vita il semplice fatto di essere italiani.

Ma il problema dietro a questi cori è molto più complesso, perché parte dalla fine della seconda guerra mondiale. In quegli anni i comunisti nostrani erano soliti sbeffeggiare gli esuli istriani, dalmati e giuliani. Erano soliti applaudire ai carri armati sovietici che schiacciavano le ossa ai ragazzi di Budapest. Tutte le cose che ritenevano buone erano di colore rosso: le loro bandiere, non a caso dello stesso colore del sangue che i cari “compagni” andavano spargendo in Europa. Però, in contemporanea, nasceva anagraficamente una nuova generazione: quella che darà vita al ’68.

Proprio il ’68 rappresenta il peggio del peggio: gente che giocava alla rivoluzione contro i “baroni”, ma nel mentre puntava a prendere il posto degli stessi baroni. Non a caso, la storia ce l’ha insegnato: i compagni si muovono sempre per risentimento, per vendetta o per invidia. Mai per una qualità positiva.

Quindi, dopo aver giocato alla rivoluzione, i compagni sono entrati tra i banchi del potere e nel mondo accademico. Mai una svolta positiva reale grazie a loro: in politica i compagni non hanno mai concluso nulla; nel mondo accademico hanno distrutto tutto, riscrivendo tomi e modificando tutto ciò che vi era da modificare per renderlo affine al loro ideale nichilista. Nichilista, perché non porta a nulla, se non al mero godimento personale.

Ecco, quindi, che grazie al mondo accademico deviato non solo non si produce nulla di rilevante per la nostra cultura, ma da esso i compagni hanno preso il possesso delle scuole. Quelle scuole che avrebbero dovuto istruire milioni di ragazzi in maniera imparziale, ma nella realtà hanno indottrinato tantissime persone al nulla cosmico. Obiettivo, poi, fomentato grazie ai vari collettivi post-68 che vedevano nei nuovi baroni degli idoli da venerare.

Difatti, nei vari licei spopola l’ideale di sinistra: per quale motivo? Semplice: si è fatto credere che nella sinistra vi è la verità, che se si è antifascisti si è sempre nel giusto, mentre se si è a destra, cioè se si difende qualcosa di valido, si è sempre nel torto. Nascono i radical chic: quelli delle belle parole, dei salottini, quelli che si improvvisano proletari e disagiati ma hanno un bel fondo di risparmi.

Tutto questo vuoto, quindi, per arrivare ai cori di oggi: la sinistra agisce sempre per secondi fini, mai per le motivazioni di facciata. In un’epoca dove le menti pensanti dovrebbero essere quelli che copincollano due frasette di Karl Popper e Umberto Eco prese da qualche social network, che cosa ci saremmo potuti aspettare?

I dinosauri del ’68, purtroppo, hanno i loro eredi. Noi, a destra, però, risponderemo come abbiamo sempre fatto: con la cultura, con la difesa dell’identità, col coraggio e con l’orgoglio.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *