Le foibe, gli italiani dimenticati e le responsabilità del Partito Comunista Italiano

di Federica Ciampa.

«Il 10 febbraio è la giornata in cui si ricordano i martiri delle foibe e l’esodo dei profughi giuliani, istriani e dalmati. Una ricorrenza civile voluta per non dimenticare quella pagina buia della nostra storia, per troppo tempo quasi del tutto ignorata»: così Carlo Sgorlon, quando nel 2004 fu riconosciuta la Giornata del Ricordo per le foibe.

Ma che cos’è una foiba? Il termine deriva dal latino “fovea”, che significa fossa o cava. Le foibe sono, quindi, delle caverne verticali, di origine naturale, situate nell’Istria e nella Dalmazia. In queste voragini, a partire dal 1943, sono stati gettati vivi, moribondi e morti circa diecimila italiani; uomini, donne, bambini e anziani, tutti accomunati da due aspetti: essere italiani ed essere non comunisti, che – ben inteso – non significa necessariamente essere fascisti. Infatti, dopo la firma dell’armistizio, avvenuta l’8 settembre, i partigiani di Tito, scatenando tutta la loro violenza, gettano nelle foibe fascisti, cattolici, liberali, democratici, socialisti, uomini di chiesa e le loro rispettive famiglie. Una vera e propria persecuzione politica, dunque, perpetrata da Tito per eliminare coloro che si sarebbero opposti al futuro regime di stampo comunista.

Su come le vittime venivano infoibate lo storico esperto dell’esodo giuliano-dalmata Guido Rumici scrisse:

«Quando si parla di foibe, si tende a generalizzare il fenomeno. Un fenomeno che può essere invece distinto in tre fasi. Ci furono i fucilati. Ci furono i deportati in campi di concentramento, dove rimasero anche a lungo, morendo di stenti, sevizie, malattie. Infine ci furono gli infoibati. Questi ultimi in linea di massima venivano spintonati a calci e pugni fino all’orlo della cavità. Avevano i polsi legati col fil di ferro. Spesso erano messi a due a due. Così si sparava al primo, che precipitava nella foiba, portandosi appresso quello vivo. La foiba era fonda decine, anche centinaia di metri. Potevano morire, i vivi, dopo lunga agonia. Testimonianze riferiscono di urla, di strazianti richieste di aiuto che arrivavano dal ventre della terra anche uno, due giorni dopo gli eccidi.»

La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, anno in cui viene fissato il confine Italo-Jugoslavo e in cui viene firmato il Trattato di Pace che cede l’Istria e la Dalmazia alla Jugoslavia.

Tuttavia, il dramma degli istriani e dei giuliano-dalmati non finisce qui, perché circa 400mila persone si trasformano in esuli, in profughi, in richiedenti asilo, che fuggono davvero dalla guerra e dalle persecuzioni.

Il Partito Comunista Italiano, in un primo momento, almeno, li ignora: Togliatti, del resto, nel 1942, direttamente da Mosca, invitava gli italiani ad unirsi ai partigiani jugoslavi; nel 1945, giustificava addirittura un’eventuale rinuncia alla Trieste italiana, in favore del compagno di partito Tito; si rifiuta di ascoltare le ragioni dei giuliano-dalmati e degli istriani.

Nel 1946, il PCI passa dall’indifferenza al disprezzo, infatti così veniva scritto su L’unità il 30 novembre di quell’anno:

«Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.»

La svolta vera e propria, però, avviene nel 1947, anno in cui il PCI avalla la voglia dei suoi militanti di mostrare ulteriore violenza nei confronti di chi, di violenza, ne aveva già subita fin troppa. Emblematico, a riguardo, è l’episodio del cosiddetto “Treno della vergogna”, chiamato anche da alcuni ferrovieri, con connotazione negativa e dispregiativa, “Treno dei fascisti”. Da Pola, infatti, nel febbraio di quell’anno, parte un treno diretto in Toscana. Sopra vi sono gli esuli e pochi dei loro beni raccolti in fretta e furia, mentre un tricolore italiano sventola fiero. Il treno giunge alla stazione di Bologna: qui, alcuni ferrovieri, sindacalisti della CGIL, iscritti al PCI, attraverso i microfoni, dicono freddamente «Se i profughi si fermano per mangiare, lo sciopero bloccherà la stazione.» Inoltre, sul posto c’è anche un raduno improvvisato di giovani militanti del PCI, i quali, agitando al vento una bandiera rossa su cui sono stampate falce e martello, tirano sassi e pomodori contro il treno gremito; iniziano a sputare sui loro connazionali; gettano sulle rotaie il latte destinato ai bambini in grave stato di disidratazione; le vettovaglie finiscono nella spazzatura.

Su questo deplorevole fatto, sempre Guido Rumici, esperto studioso del fenomeno dell’esodo giuliano-dalmata disse: «Si trattò di un episodio nel quale la solidarietà nazionale venne meno per l’ignoranza dei veri motivi che avevano causato l’esodo di un intero popolo. Partirono tutte le classi sociali, dagli operai ai contadini, dai commercianti agli artigiani, dagli impiegati ai dirigenti. Un’intera popolazione lasciò le proprie case e i propri paesi, indipendentemente dal ceto e dalla colorazione politica dei singoli.»

Negli anni successivi il silenzio del Partito Comunista fu tanto assoluto, quanto assordante: la sinistra deteneva il monopolio della cultura e dell’istruzione; gli artisti e gli intellettuali erano tutti di sinistra, così come gli insegnanti e i professori di tutti i gradi di istruzione. Nessuno ha avuto il coraggio, la coscienza, la voglia di trovare parole di conforto per i propri connazionali; nessuno li ha mai ricordati. Tutti li hanno volontariamente dimenticati; tutti hanno girato il viso dall’altra parte.

Solo nel 2004 la proposta di legge sul Giorno del Ricordo, firmata dagli esponenti del partito allora chiamato Alleanza Nazionale, viene accolta. Solo nel 2004 il Parlamento Italiano mette fine a decenni di vergogna, di silenzio, di verità negate, di omertà, di storie raccontate a metà.

Oggi, 10 febbraio 2018, è un dovere di tutti ricordare quei nostri connazionali, brutalmente uccisi e vigliaccamente offesi.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *