Di tutti gli Italiani quelli erano i migliori: 10 febbraio, io ricordo

di Vanessa Combattelli

“Chi tace spaventa” diceva Alda Merini e, da tempo, è diventato anche il mio motto: assecondare il silenzio fa paura, sapere ma tacere è omertà, esserci ma non fare è da codardi e noi, da questa parte, siamo stati sempre coraggiosi.
Il 10 febbraio è il giorno del Ricordo, un eccidio dimenticato, quei morti di sangue italiano fanno meno rumore di altri, l’ennesima conferma che alcuni al colore politico danno ancora peso, persino di fronte alla morte.
Io ho scelto di non tacere, perché le ricordo ancora le lacrime del mio nonno friulano quando mi raccontava della sua terra martoriata, non ho dimenticato la voce profonda degli Italiani che si sono ritrovati in terra straniera, ancora meglio non ho potuto non emozionarmi di fronte alle parole di Indro Montanelli “…. il nostro Paese ignorò e, in parte, ignora ancora il dramma degli istriani di cinquant’anni fa perché era un affare scomodo. Che fare ora? Una sola cosa: ricordarci, quando incontriamo uno di quegli esuli, che di tutti gli italiani quelli erano i migliori”».
Per questa ragione ho intitolato l’articolo in questo modo, per una ragione conseguente sto scrivendo in prima persona, cosa che tendenzialmente non si fa quando si scrive un articolo.
Questo popolo italiano non può non provare indignazione nel sentire certe storie, il popolo d’Italia deve chiedersi perché e soprattutto capire.
Eppure non voglio fare solo riflessioni, oggi voglio fare anche nomi, perché un nome è identità ed identità è anche dignità, a Norma Cossetto voglio dare la dignità che le spetta, il ricordo necessario, parto proprio da lei: una ragazza di soli 23 anni, dai forti ideali politici, figlia di Giuseppe Cossetto, dirigente locale del PNF.
Giovane, intelligente, sveglia e italiana, quando Norma venne presa dai comunisti di Tito da prima le fu proposta una negoziazione:”Rinnega di essere fascista e aderisci al Movimento Partigiano”, Norma rifiutò, sebbene sapesse che così si sarebbe esposta ad un grande pericolo, con il coraggio che caratterizza una giovane audace rifiutò e mantenne fede al suo essere italiana, si sarebbe piegata ma non spezzata.
Ai comunisti quell’audacia non piaceva, anzi, faceva paura, e da codardi condannarono Norma ad una tragica morte, venne stuprata e violentata nei modi più meschini possibili, attenzione, tra i carnefici non ci furono solo comunisti slavi, tra di loro, badate bene, c’erano anche partigiani italiani.
Riporto la testimonianza di Licia Cossetto, sua sorella:
« Ancora adesso la notte ho gli incubi, al ricordo di come l’abbiamo trovata: mani legate dietro alla schiena, tutto aperto sul seno il golfino di lana tirolese comperatoci da papà la volta che ci aveva portate sulle Dolomiti, tutti i vestiti tirati sopra all’addome […] Solo il viso mi sembrava abbastanza sereno. Ho cercato di guardare se aveva dei colpi di arma da fuoco, ma non aveva niente; sono convinta che l’abbiano gettata giù ancora viva. Mentre stavo lì, cercando di ricomporla, una signora si è avvicinata e mi ha detto: “Signorina non le dico il mio nome, ma io quel pomeriggio, dalla mia casa che era vicina alla scuola, dalle imposte socchiuse, ho visto sua sorella legata ad un tavolo e delle belve abusare di lei; alla sera poi ho sentito anche i suoi lamenti: invocava la mamma e chiedeva acqua, ma non ho potuto fare niente, perché avevo paura anch’io” »
Norma venne poi infoibata, probabilmente era ancora viva, lei, come altri italiani, che fossero fascisti o semplici cittadini, tutte vittime della mano rossa.
Ma Norma non fu l’unica, di italiani che dovremmo ricordare ne abbiamo molti, riprendo un’altra donna: Mafalda Codan che, addirittura, venne torturata davanti l’abitazione Cossetto, l’unica intenzione oltre alla sofferenza della ragazza era quella di sottoporre alla madre di Norma un ennesimo dolore, volevano ricordare cosa era successo a sua figlia, le grida di Mafalda dovevano trasformarsi nel dolore di Norma, un malato gioco a cui solo i malati riescono a giocare.
Non dimentichiamo che le foibe non furono un semplice buco dove venivano lasciati i nostri italiani, affatto, fu un fenomeno dove menti morbose provavano goduria nel vedere la sofferenza, faccio nome e cognome di Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno, venne arrestato dai partigiani (italiani e titini) per poi essere torturato: lo ritrovarono cadavere, completamente nudo con una corona di spine conficcata sulla testa e i genitali tagliati e conficcati nella bocca.
Queste sono le storie più conosciute che magari avrete sentito citare anche voi, ma di vittime ce ne furono molte e le loro storie non le conosce quasi nessuno: sono volti anonimi, nessun nome, nessuna identità, nessuna dignità.
L’unico strumento che abbiamo a disposizione è quello di ricordare, noi non mitighiamo questi avvenimenti, bensì li rendiamo vivi, perché anche a distanza di tempo si possa ricordare.
Onore va a quei ragazzi che, generazioni fa, furono tra i primi ad opporsi all’oscurantismo ideologico di sinistra, perché se è bene ricordare tanto vale menzionare anche le varie giustificazioni che sono provenute (e tutt’ora provengono) da una particolare area politica poco propensa a confessare simili vergogne.
Addirittura c’è chi si sostiene negazionista (ovvero rinnega la veridicità di alcuni avvenimenti mettendo in dubbio fonti storiche documentate) , esempi noti Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi, quest’ultima in un saggio ha persino dichiarato che i morti delle foibe sarebbero “poche centinaia”, non è l’unica tra varie dichiarazioni che, onestamente, vorrei evitare di menzionare.
A maggior ragione tocca a noi, oggi, ricordare; che sia un’eredità ideologica di coloro che hanno sempre avuto il coraggio di combattere, oppure, che sia semplicemente un servizio all’onestà, a quel senso di rispetto e onore che ha sempre contraddistinto gli uomini da altri, gli omertosi dai temerari, il nascondersi dall’esserci.

Vanessa Combattelli

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