Contro la retorica immigrazionista

di Emilio Bangalterra.

Spesso nello sterile dibattito a cui assistiamo nei talk show televisivi, quando il tema di cui si discute è l’immigrazione, sentiamo dire dai filoimmigrazionisti che “un tempo anche noi siamo stati migranti” come se tale motivazione dovesse giustificare l’esodo a cui assistiamo oggi.

Un’affermazione generica e banale che probabilmente arriva da chi ha come unica conoscenza del fenomeno l’aver visto il Padrino II, nel quale all’inizio del film il protagonista e futuro Padrino, Vito Corleone, costretto a lasciare il suo Paese, sbarca nel Nuovo Mondo, e viene messo per un certo periodo in stato di quarantena. Il problema è che chi si appella a questa retorica ignora le modalitá di quel traffico di immigrati italiani diretti soprattutto verso l’America, che riguarda fortemente la storia del Bel Paese dall’Unità alla vigilia della prima guerra mondiale.

L’industria del reclutamento è famosa per le tangenti, l’evasione fiscale e per le violazioni delle leggi. Storie di abusi e corruzione sono familiari in un settore che conta una lunga e travagliata storia.
Il “sistema padronale” era una pratica brutale con la quale i reclutatori, le agenzie di collocamento, le banche, gli appaltatori e i subappaltatori che trafficavano con gli immigrati italiani, li assumevano temporaneamente come lavoratori, perché, essendo in condizioni di povertá, erano facilmente sfruttabili per quei lavori che gli americani chiamano le 3 D: dirty (sporchi), Dangerous (pericolosi) e demeaning (degradanti).

Quando industriali o latifondisti ricevevano manodopera non specializzata da parte di aziende costruttrici, per dare vita a ferrovie o altro, si mettevano subito in contatto con dei reclutatori dell’Italia Meridionale. Pagati a persona, il loro lavoro consisteva nel convincere i contadini, ai quali promettevano la paga di 1 dollaro al giorno (una fortuna paragonata a ciò che guadagnavano) che al cambio corrispondeva ad appena 20 centesimi.

La storia dell’immigrazione statunitense ha una lunga tradizione di reclutamento forzato di migranti, pratica che risale all’epoca coloniale, quando il sistema produttivo per far fronte alla crescita, si volgeva all’Europa in cerca di lavoratori e artigiani. Chi difende l’immigrazione difende in realtà un’industria dello sfruttamento con un volume d’affari di diversi miliardi di dollari. Esattamente come il mercato della droga che sfama appetiti insaziabili, superando frontiere e controlli della polizia, così il mondo della finanza fa sì che i flussi continuino.

 

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Articolo già pubblicato su Oltre La Linea il 21 gennaio 2018

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