“Le Monde”: in quale Brescia siete stati?

di Giuseppe Lupo.

Un recente articolo sul quotidiano progressista di Parigi ha citato Brescia come modello ed esempio di integrazione, ma oltre la narrazione, i fatti presentano una realtà diversa.

Brescia è una piccola e laboriosa città della Lombardia, poco avvezza agli onori delle cronache internazionali. Gli abitanti qui hanno la schiena dritta e una dedizione al lavoro da terza provincia industriale d’Europa. Lavoro che, nonostante la crisi, che ha pesantemente colpito le industrie, sembra tornare ad offrire possibilità più ampie rispetto agli anni immediatamente successivi al 2009. Proprio le molteplici vocazioni di Brescia hanno spinto molti a cercare qui il loro impiego: industrie manifatturiere, produzioni di acciaio e metalli che non si finiscono di contare, aziende agricole, allevamenti, aziende vitivinicole. Insomma, nel bresciano non manca niente, nemmeno il turismo: con 3 laghi e 3 valli, la provincia ospita turisti estivi, per lo più tedeschi ed olandesi, ed invernali.

Com’è normale che sia, il capoluogo risulta essere il centro principale di questa terra. Una città con la più alta percentuale di stranieri in Italia (36.000 persone circa su una popolazione di 196.000 persone), di recente visitata da un inviato del quotidiano francese Le Monde, di chiaro stampo progressista.

La narrazione è quella di una città integrata ed accogliente, con gli stranieri a ringiovanire la popolazione ed una borghesia di immigrati fatta di imprenditori e professionisti. Non è mancata la soddisfazione di Emilio Del Bono, sindaco del capoluogo lombardo in quota PD e sostenuta da una variegata maggioranza che va dal centrismo civico alla sinistra più arcobalenata e diritto-umanista. Il primo cittadino ha dichiarato orgoglioso di come la sua amministrazione abbia evitato la creazione di quartieri ghetto, e di come la diversa provenienza della popolazione immigrata abbia evitato che ci fosse un’etnia prevalente: questo, nelle parole dell’esponente PD, ha pacificato gli animi. E gli immigrati, a suo dire, sono perfettamente integrati perché il loro tasso di fertilità, 1,8 figli per donna, è solo lievemente superiore alla media nazionale, di 1,3: fanno i figli come gli italiani, e dunque non c’è una sostituzione etnica come paventato dalla Lega Nord e dai partiti di centro-destra.

Il quotidiano francese non ha dimenticato di citare la forte tradizione e vocazione cattolica e sociale di Brescia, che ha dato anche i Natali a Paolo VI, il papa del Concilio Vaticano II. Il suo ricordo ha sicuramente lasciato l’impronta su una città che vede la Chiesa in prima linea nell’aiutare i più bisognosi.

Fin qui, in realtà, non c’è nulla di falso. Soltanto che si è scelto, si presume volutamente, di omettere una buona parte della realtà bresciana. Rashid, il signore del Bangladesh intervistato da Le Monde, è arrivato in Italia in aereo, a Roma Fiumicino, con regolare biglietto e visto turistico, e, stanziatosi prima a Bari, sempre regolarmente, si è trasferito a Brescia nel 2005, dove è emerso come nuovo piccolo-borghese. La verità è che nel bresciano ci sono tantissimi immigrati arrivati negli anni ’90 e 2000, perfettamente integrati, con figli che studiano nelle scuole della città e parlano anche dialetto, e con lavori e professioni stabili ed avviate. Questo perché l’immigrazione era regolare e soprattutto poteva essere accolta in termini di offerta lavorativa e, di conseguenza, sociale. Non è raro trovare capi reparto e responsabili di produzione albanesi o marocchini, come non è raro trovare imprenditori, negozianti e anche professionisti delle più disparate nazionalità. Tutte persone, queste, arrivate con le carte in perfetta regola ed integrate nel tessuto economico e sociale bresciano, vuoi per volontà loro, vuoi per la concreta possibilità di avere uno stipendio sicuro e di conseguenza di raggiungere l’agognata stabilità. Una situazione perfetta che garantisce la “poca permeabilità dei discorsi xenofobi della Lega Nord.”

Fin qui, è una narrazione che ha i tratti della propaganda. Ma la realtà bresciana, nei fatti, presenta ben altri volti rispetto a quelli tratteggiati dal quotidiano francese e subito confermati da un sindaco in ansia per le imminenti elezioni.

Le recenti ondate di immigrati, provenienti per lo più dalla rotta libica, ha fatto si che si rendesse necessaria l’individuazione di adeguati alloggi per sistemarli. E così vecchi ospedali, alberghi fuori moda e stabili senza un utilizzo sono diventati dei centri di prima accoglienza, che diventa anche seconda e terza. Nelle immediate vicinanze, non è raro trovare gruppi di africani che passano le giornate come meglio possono. Alcuni semplicemente passeggiano o si trovano nei parchi, qualcuno si da allo spaccio, altri invece vengono sfruttati da imprenditori senza scrupoli che, ricevuto il lauto pagamento dallo Stato, girano ai loro ospiti giusto il “pocket money” giornaliero e i pasti, per utilizzare una manovalanza che chiamare forza lavoro è un eufemismo: schiavismo è un termine più appropriato. Non sono mancate, anche qui, inchieste ai danni di persone anche note.

C’è poi il problema di via Milano, appena citata su Le Monde come a vaga presenza straniera, ma in realtà una via da tempo popolata principalmente da immigrati, teatro di spaccio, risse, situazioni di abuso abitativo, e ovviamente pericolosa da frequentare, soprattutto una volta calato il tramonto. L’attiguo centro sociale cittadino completa il quadretto, restituendo una situazione che, al netto di alcuni oggettivi sforzi dell’attuale amministrazione di centro-sinistra, è ben lontana da quella descritta di multiculturalismo ed integrazione. Qui, il ghetto c’è eccome. E c’è anche a San Polo, periferia Sud Est, dove cinque enormi palazzoni popolari, di cui un paio in attesa da anni di demolizione o forse riqualificazione, ospitano una fetta di popolazione variopinta, proveniente in buona parte da un vecchio campo rom alla periferia opposta della città. Così come nelle altre periferie, dove il vecchio proletariato ormai defunto o trasferito in strutture assistenziali cede il passo a nuove famiglie, rendendo i parchetti delle case popolari, un tempo luoghi di partite a carte tra anziani e giochi dei bambini, teatro di degrado, vandalismo e situazioni ai limiti della legalità. Nel quartiere Perlasca, inglobato nella zona direzionale di Brescia 2, si è vista solo Casa Pound a ripulire il parco da bottiglie, rifiuti e sporcizia varia. Un discorso analogo vale anche per le altre periferie disseminate ai quattro punti cardinali della città. Non è che prima questi quartieri fossero abitati da professionisti e raffinati aristocratici, ovviamente, ma chi li vive sa perfettamente che la situazione è molto cambiata.

Il centro cittadino, invece, risulta diviso in due: a Nord-Ovest il quartiere Carmine, definito da varie sigle come orgogliosamente meticcio, e la zona di Corso Garibaldi, dove si trovano quasi esclusivamente negozi asiatici e kebab, mentre a Sud-Est di Piazza Loggia, sede dell’amministrazione comunale, dopo il centrale Corso Zanardelli, si trovano i locali in della movida cittadina, concentrati per lo più nella borghesissima Piazza Arnaldo.

La stazione, dove si presume poi che l’inviato di Le Monde sia necessariamente stato, è un mosaico delle etnie più disparate, ma soprattutto un fiorente mercato di spaccio, oltre che teatro, anche questa, di violenza e degrado quotidiani. Una pagina Facebook espressione probabilmente degli abitanti del quartiere denuncia con video e fotografie continui reati e disturbi alla quiete pubblica, e di recente anche Striscia la Notizia è stata qui per denunciare la situazione, restituendo molta più verità di quanto non abbia fatto Le Monde.

Quattro o cinque anni fa, comunque, capitava di prendere una birra a tarda serata da qualche kebabbaro: dopo l’arrivo dei soldi della famiglia reale del Qatar, che ha rimesso a nuovo e asfaltato il parcheggio sterrato della  principale Moschea cittadina, è quasi impossibile trovare un alcolico nelle rivendite gestite da islamici. Un segno, anche questo, di come l’Islam si sia avviato sulla via della radicalizzazione a suon di petroldollari.

E sempre da Brescia sono transitati i soldi che hanno finanziato attentati in India, nel 2008 a Mumbai e nel 2016 nella regione del Kashmir, sempre dallo stesso Money Transfer, il Madina Trading, oggi Help Services, nel centrale Corso Garibaldi, un tempo via signorile, oggi un ghetto. A pochi metri da dove il sindaco Emilio Del Bono predispose, nel 2013, il suo comitato elettorale, sono partiti centinaia di migliaia di dollari per armare i terroristi islamici del sub-continente indiano.

Non va meglio nelle scuole: sempre più spesso si sentono insegnanti, pure di sinistra, lamentarsi di come sia impossibile fare lezione a classi con 10-15 etnie ciascuna, in istituti dove capita anche che gli italiani non superino le 4, al massimo 5 unità. Dagli asili alle scuole medie, la situazione è ai limiti del tollerabile.

Al netto di queste considerazioni, una domanda sorge spontanea: in quale Brescia è stato l’inviato di Le Monde? Sicuramente non in quella che ogni giorno vive sulla pelle dei suoi abitanti le problematiche legate ad un’immigrazione incontrollata, gestita in maniera irresponsabile dalle amministrazioni comunali che, a parte una parentesi non brillantissima tra il 2008 e il 2013, sono sempre state in mano ad un centro-sinistra con il baricentro più spostato verso l’arcobaleno.

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