L’inquinamento che non si vede

di Alessio Valente.

Da anni siamo abituati a ricevere notizie, dai media principali e dalla politica, riguardanti il problema dell’inquinamento ambientale, provocato da emissioni, industria pesante, traffico e quant’altro. Sempre più spesso i centri delle grandi città vengono resi inagibili a tutti quei veicoli che non rispettano determinati standard o a una parte di essi, tramite l’utilizzo del sistema a targhe alterne. Recentemente, poi, accade che la circolazione venga impedita a tutti i tipi di veicolo senza distinzione.

Molte polemiche vengono sollevate quando si tratta di aprire nuovi impianti industriali o inceneritori e la sindrome del “not in my backyard”  guida quasi sempre i dibattiti su certi temi.

Mai però, o molto raramente, si è sentito parlare di un tipo di inquinamento che per i più è decisamente sconosciuto: quello elettromagnetico.

Siamo tutti abituati, infatti, ad usare il cellulare che spesso e volentieri diventa un amico inseparabile, che ci rende raggiungibili ovunque andiamo, ci tiene informati nelle sale d’attesa, ci tiene in contatto con i nostri cari anche a chilometri di distanza e, troppo sovente, ci intrattiene evitandoci noie e introspezioni varie.

Pare però che proprio il nostro più fedele amico possa, col tempo, farci un gran male; un male incurabile. Ci sono infatti diversi studi, ancora non abbastanza, sui danni che l’uso del cellulare, e l’abitare nelle vicinanze dei ripetitori, provocano sul corpo umano e che nella maggior parte dei casi sono riconducibili al cancro.

Una fondazione svedese per il controllo delle radiazioni, ad esempio, ha reso noto come in Danimarca siano aumentati esponenzialmente i casi di tumore cerebrale fra i più giovani proprio in seguito al periodo in cui l’uso del cellulare si è consolidato nelle nostre vite.

Dagli 827 casi di tumore del 1990, si è arrivati ai 1807 del 2015. Per la ricerca, la fondazione si è avvalsa dei dati forniti dal Registro tumori danese; il registro è istituito per legge anche in Italia nel lontano 2012, ma a causa di una serie di problemi burocratici, in primis quello relativo alla privacy, ancora oggi molti registri ancora non esistono e la loro realizzazione è persa in alto mare.

Non solo, anche la società americana per i tumori cerebrali (ABTA) ha finanziato una ricerca che, pubblicata sulla rivista Neuro-Oncology, ha rivelato che la prima causa di morte negli adolescenti americani è diventata proprio il tumore maligno cerebrale. Anche gli studiosi del programma nazionale americano di tossicologia hanno condotto una ricerca sui ratti, esponendoli quotidianamente alle radiazioni  dei cellulari, i quali riportarono danni in tre aree cerebrali, nelle cellule epatiche e nei leucociti del sangue.

Nel 2015, poi, un nutrito gruppo di scienziati che si occupano dell’elettromagnetismo ha presentato un appello alle Nazioni Unite volto a sensibilizzare gli stati membri e l’Oms richiedendo la protezione dai campi magnetici non ionizzati che, secondo numerose ricerche, sarebbero responsabili dell’ “aumentato rischio di tumori, lo stress cellulare, l’aumento di radicali liberi dannosi, danno genetico, modifiche strutturali e funzionali del sistema riproduttivo, deficit di apprendimento e di memoria, disturbi neurologici, e impatti negativi sul generale benessere degli esseri umani.” Inoltre si specifica come il rischio vada a esteso sia alle piante che agli animali.

Purtroppo la ricerca e la collaborazione da parte dell’industria interessata appare minima e volta più a coprire gli interessi delle aziende che a salvaguardare la salute e il benessere di utenti e ambiente.

Qualcosa, però, potrebbe smuoversi grazie ad un aumento della sensibilizzazione sull’argomento: Francia e Israele, per esempio, hanno già da tempo vietato l’utilizzo di smartphone e linee wifi all’interno di asili e scuole, per tutelare la salute dei minori.

Ma il caso non riguarda solo l’estero: anche la Alighieri- Diaz, scuola di Lecce, nel 2016 negò la possibilità di installare i ripetitori per il progetto comunale Lecce wireless.

Anche il comune romano varò, nel 2015, un piano regolatore per l’installazione delle antenne, decretando il divieto di installazione negli edifici “sensibili” come Ospedali, parchi e scuole e indicando come opportune aree non edificate o a basso carico urbanistico.

Purtroppo,  la legislazione appare sempre meno seguita da effettive esecuzioni, tanto che basta uscire di casa guardandosi attorno per notare quanto troppo spesso le antenne siano costruite nel bel mezzo dei centri abitati e, come nel caso del Registro tumori, probabilmente bisognerà attendere veramente tanto prima che qualcosa si smuova davvero.

Nel frattempo, però, possiamo prendere qualche accorgimento, come limitare l’utilizzo del cellulare e disattivare le linee wifi qaundo non è necessario utilizzarle. Piccole precauzioni che potrebbero fare la differenza.

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