Una passeggiata nell’età giolittiana: tra il desiderio di democratizzare l’Italia e la nascita di sogni rivoluzionari

di Lorenzo Donatelli

 

Nel 1909 Luigi Pirandello dà alle stampe il suo romanzo “I vecchi e i giovani”, un «amarissimo e popoloso» disegno della sua Sicilia, «ov’è racchiuso il dramma della mia generazione». Il romanzo nasce negli anni dello scalpore per la Banca Romana e delinea una situazione instabile dell’Italia di allora, caratterizzata da una classe dirigente in disfacimento e dai nuovi miti rivoluzionari della sinistra e del futurismo.
In questo quadro storico politico e culturale si inserisce la figura di Giovanni Giolitti: nato a Mondovi nel 1842 e morto a Cavour nel 1928, in un’Italia fascistizzata.
È proprio nel nome di Cavour che si attorciglia il destino del politico Piemontese con il primo presidente del Consiglio dei ministri dalla proclamazione del Regno d’Italia.
Il filosofo Benedetto Croce lo ha definito “il più grande statista dopo Cavour” anche se, i due in comune hanno ben poco.
Qualche contatto però, lo hanno avuto: Giolitti, dopo un’infanzia passata nella Valle Maira si sposta a Torino con la madre, dove ha modo di praticarsi con la classe dirigente liberale dell’epoca, avendo la possibilità anche di apprendere e intuire una nuova concezione della politica la quale è affiancata dalla pubblicazione dei giornali (“Il Risorgimento” di Cavour era finanziato dallo zio di Giolitti).
C’è una divergenza sostanziale tra Giolitti e Cavour: il primo, nonostante cresca in Piemonte, segue le guerre d’indipendenza con distacco e apatia senza farsi suggestionare da slanci romantici e, nelle sue memorie, motiva questa sua posizione parlando della morte del padre, avvenuta quando egli aveva soltanto un anno; una morte che astringe il giovane piemontese (detto “Giuvanin”) ad applicarsi primariamente agli studi e a darsi premura della madre Enrichetta.
Nel 1901 entra a far parte del governo Zanardelli e nel Febbraio dello stesso anno avanza un discorso alla Camera in cui rincalza il bisogno di tutelare le istanze del “quarto stato” per non rischiare che le classi lavoratrici individuino nello Stato il nemico; questo è un dato intrigante della sua personalità politica ponendo a mente che egli discende da una famiglia borghese. Quelli sono gli anni delle prime agitazioni sindacali e dei moti dei fasci siciliani e Giolitti mostra particolarmente interesse a questi moti.

“[…]io non temo le forze organizzate, temo assai più le forze inorganiche”
Da questo estratto del discorso, si comprende l’approccio politico di Giolitti perché crede fermamente che le forze organizzate possono essere fermate dallo Stato legittimamente, mentre le forze inorganiche necessitano di un intervento coatto.

Durante l’età Giolittiana sorgono in Italia le prime industrie, vengono costruite ferrovie, la scuola diventa obbligatoria fino a 12 anni, vengono create nuove banche (Banca commerciale e il Credito italiano) le quali facilitano l’afflusso del risparmio privato verso gli investimenti industriali.
Sono i settori più moderni che indirizzano l’economia italiana e la fissano nella giunzione internazionale: la siderurgia è la più favorita, ma si notano grandi progressi anche nell’industria tessile e in quella chimica e meccanica.
Fra il 1896 e il 1907 si registra un miglioramento del tenore di vita con un tasso medio di crescita annua pari al 6.7%.
Nonostante l’aver gettato alcune basi dello stato sociale italiano, Giolitti non fu particolarmente amato dal suo popolo: da un lato subì la forte critica meridionalista di Salvemini che lo definì “il ministro della malavita” per aver manipolato le elezioni al sud con l’aiuto di prefetti e per aver organizzato con astuzia le sue maggioranze parlamentari, da un lato invece perché egli è stato un uomo anacronistico rispetto al suo tempo: non era un corteggiatore di folle in un’epoca in cui le stesse folle diventano protagoniste della storia (non a caso non si hanno filmati su di lui), e in un’età caratterizzata da grandi trasformazioni sociali e culturali ciò lo condanna. In poco tempo egli vede opporsi contro i socialisti che, sotto la guida di Mussolini nel 1912 prendono una deriva rivoluzionaria; i cattolici che volevano integrarsi nel sistema politico autonomamente e i nazionalisti, spinti dal fermento rivoluzionario futurista.
La guerra in Libia nel 1911 segna l’inizio del suo declino politico.
Declino politico che viene amplificato dall’intenso e risoluto discorso di D’annunzio a Roma il 13 Maggio 1915, in cui Giolitti venne definito come “mestatore di Dronero” asserendo anche che gli italiani erano sul punto di esser venduti. Pochi giorni dopo l’Italia entrerà in guerra contro il volere di Giolitti.
L’indagine più interessante è sulla sua proiezione della politica; in una lettera scritta alla sorella, egli afferma che «il sarto che ha da vestire un gobbo, se non tiene conto della gobba non riesce».
In questa frase c’è tutto: c’è il suo doppio volto, la capacità di rivolgersi alle classe lavoratrici e allo stesso tempo a quelle borghesi, c’è la sua visione machiavellica secondo cui la politica deve tener conto della “gobba” degli uomini e sapersi adattare ai loro difetti, ma soprattutto c’è il suo “scetticismo liberale”, perché in politica non esiste il bene e il male, ma bisogna scegliere i mali minori.
Negli anni del Fascismo si ritira a Cavour e li muore all’età di 86 anni, dopo essersi alienato dal regime perché “troppo vecchio per cantare Giovinezza”.

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